Amnesty International ha denunciato che dal 20 settembre le autorità egiziane hanno lanciato la più ampia campagna repressiva dalla salita al potere del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Le persone arrestate sono oltre 2300, tra le quali almeno 111 minorenni.

Tra gli arrestati vi sono centinaia di manifestanti pacifici così come “bersagli” più specifici, quali avvocati per i diritti umani, giornalisti, attivisti ed esponenti politici.

La vasta maggioranza delle persone arrestate è indagata nell’ambito di una inchiesta che, se si arriverà a giudizio, darà luogo al più grande procedimento penale della storia egiziana per fatti relativi a manifestazioni di piazza.

“Il governo del presidente al-Sisi ha orchestrato questa campagna repressiva per abbattere il minimo segnale di dissenso e ridurre al silenzio ogni dissidente. L’ondata senza precedenti di arresti di massa, che ha riguardato anche persone non coinvolte nelle proteste, invia un messaggio chiaro: chiunque sia considerato una minaccia per il governo sarà colpito”, ha dichiarato Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International.

Secondo un comunicato emesso il 26 settembre dall’ufficio della procura egiziana, “meno di 1000 persone” sono state interrogate in relazione alla loro pacifica partecipazione alle proteste. La dichiarazione conferma che i profili social degli arrestati sono stati visionati per cercare prove di “incitamento alla protesta”, che costituirebbero secondo le autorità giudiziarie egiziane il “reato” di “manifestazione non autorizzata”.

Gli avvocati delle organizzazioni per i diritti umani quali il Centro egiziano per i diritti economici e sociali e la Commissione egiziana per i diritti e le libertà hanno documentato finora oltre 2300 arresti. Decine degli arrestati sono stati successivamente rilasciati ma molti continuano a comparire in procura.

Minorenni
Secondo l’Ong “Belady” per i diritti e le libertà almeno 111 minorenni di età compresa tra 11 e 17 anni sono stati arrestati e in diversi casi sottoposti a sparizione forzata per periodi di tempo che vanno da due a 10 giorni. Almeno 69 di loro rischiano di essere incriminati per “appartenenza a un gruppo terrorista” e “uso inappropriato dei social media”, anche se molti di loro non hanno neanche un telefono cellulare.

Amnesty International ha documentato l’arresto di cinque minorenni: tre stavano comprando materiali scolastici e grembiuli nel centro del Cairo, due stavano tornando a casa da scuola a Suez.

Osama Abdallah, 16 anni, risulta ancora scomparso dopo l’arresto avvenuto il 21 settembre: ha bisogno di medicinali e in quei giorni doveva subire un intervento chirurgico di emergenza.

Amnesty International ha anche visionato immagini nelle quali “informatori” in borghese picchiano e arrestano un ragazzo di 17 anni al Cairo.

La maggior parte dei minorenni arrestati non è in grado di comunicare coi genitori ed è detenuta insieme agli adulti in violazione degli standard internazionali.

Avvocati, giornalisti ed esponenti politici
Amnesty International ha documentato l’arresto di 10 giornalisti, la maggior parte dei quali paradossalmente lavora per organi d’informazione filogovernativi, soprattutto a Suez e Mahalla, e di almeno 25 accademici ed esponenti politici di quattro diversi partiti. A queste categorie appartengono il giornalista ed ex segretario del partito Dostour (di ispirazione liberale) Khaled Dawoud e i docenti di scienze politiche Hassan Nefea e Hazem Hosny.

Gli avvocati arrestati sono almeno 16.

Il 29 settembre Mohamed el-Baqer, avvocato e direttore del Centro “Adalah” per i diritti e le libertà è entrato nel palazzo della procura suprema per la sicurezza dello stato per assumere la difesa dell’attivista Alaa Abdel Fattah ed è stato raggiunto dalle stesse infondate accuse mosse al suo cliente: “appartenenza a un gruppo illegale” e “diffusione di notizie false”.

Almeno sette cittadini stranieri sono stati arrestati e costretti a “confessare”, di fronte a una videocamera, di cospirare contro l’Egitto. Tali dichiarazioni sono state trasmesse da un canale televisivo privato.

Ex prigionieri
Un aspetto particolarmente grave e irregolare è stato l’arresto di ex prigionieri sottoposti a misure cautelari come la permanenza notturna nelle stazioni di polizia. In alcuni casi queste persone non si trovavano neanche nei pressi delle manifestazioni.

Alaa Abdel Fattah, attivista politico e ingegnere informatico salito alla ribalta durante la rivolta del 2011, è stato arrestato il 29 settembre. Aveva già scontato un’ingiusta condanna a cinque anni per aver preso parte, nel 2013, a una protesta pacifica. Al momento dell’arresto era sottoposto alla misura cautelare della permanenza notturna di 12 ore per cinque anni nella stazione di polizia di Dokki, al Cairo. Ciò nonostante è stato accusato di “appartenenza a un gruppo illegale” e “diffusione di notizie false”.

Mohamed Ibrahim, fondatore del noto blog “Ossigeno Egitto” è stato nuovamente arrestato il 21 settembre per aver postato video delle proteste mentre era sottoposto alla medesima misura cautelare in una stazione di polizia del Cairo.

Fermi e perquisizioni a caso
Per impedire nuove proteste il 27 settembre, le forze di polizia hanno istituito posti di blocco informali nel centro del Cairo e di Alessandria: “informatori” in borghese e agenti di polizia hanno fermato persone a caso ordinando loro di consegnare gli smartphone per controllare i contenuti dei loro profili social. In alcuni casi questi controlli hanno dato luogo ad arresti. Sempre al Cairo, le forze di polizia hanno effettuato perquisizioni senza mandato in diverse abitazioni.

Un uomo è stato arrestato solo per aver scaricato sul suo telefono un’app di notizie che pubblica articoli critici nei confronti delle autorità.

Indagini profondamente irregolari
Amnesty International ritiene che la maggior parte degli arresti sia stata irregolare in quanto basata solo sulla partecipazione o sulla richiesta di partecipazione a proteste pacifiche.

Secondo il Centro egiziano per i diritti economici e sociali, almeno 2285 arrestati sono oggetto di sei separate inchieste ma ben 2268 di loro sono indagati nell’ambito del caso 1338/2019 per “assistenza a un gruppo terrorista” e “diffusione di notizie false”.

Inizialmente, molti degli arrestati sono stati trasferiti in campi provvisori delle Forze centrali di sicurezza ed è stato loro vietato di contattare familiari e avvocati. Le autorità hanno rifiutato di fornire informazioni su dove si trovassero molte delle persone arrestate.

Dopo alcuni giorni, molte persone arrestate sono state interrogate in assenza dei loro avvocati. Si sono verificati interrogatori contemporanei di ampi gruppi di detenuti, col risultato che centinaia di loro sono stati posti in detenzione preventiva per le medesime accuse senza un approfondimento delle circostanze individuali.

Rappresaglie contro le organizzazioni per i diritti umani
Dall’inizio delle proteste il presidente, il procuratore generale, il Servizio statale per le informazioni e svariati organi di stampa filogovernativi hanno cercato di screditare manifestanti ed esponenti politici definendoli “islamisti” o “terroristi”.

Comunicati stampa di organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani, tra cui la stessa Amnesty International, sono stati definiti “politicizzati” e infondati rispetto alle denunce di violazioni dei diritti umani ai danni di centinaia di cittadini egiziani. Il Centro “El Nadeem” per la riabilitazione delle vittime della violenza ha dichiarato di aver subito intimidazioni da parte delle forze di sicurezza.