Amazzonia, i guardiani contro Chevron: “Alla fine vinceremo noi”

15.10.2019 - Agenzia DIRE

Amazzonia, i guardiani contro Chevron: “Alla fine vinceremo noi”
(Foto di DIRE)
In Ecuador la battaglia contro Chevron prosegue: le acque avvelenate da 68 miliardi di metri cubi di scarti petroliferi, solventi chimici e tossici

Lago Agrio (Ecuador) – Chi se la sente si lascia dondolare, gli stivali calcati sui rami, come se felci e foglie che si aprono a raggiera ricoprissero una membrana elastica. Sotto c’è solo nero. E che non sia fango lo si capisce dall’odore di benzina: penetra nelle narici e dà alla testa.

“Da ognuna di queste piscine tossiche partono tubi di scarico che portano il greggio e gli scarti chimici direttamente ai corsi d’acqua” scandisce Pablo Fajardo, le braccia aperte per mantenere l’equilibrio. Nella destra tiene una canna di bambù alta quattro metri. La solleva mostrandola in tutta la lunghezza e poi la immerge, facendola scomparire nel lago nero: quando tocca il fondo ne resta fuori il palmo di una mano.

Fajardo è un avvocato, attivista della Union de Afectados por Chevron Texaco (Udapt), un’organizzazione che rappresenta 30mila vittime dei veleni scaricati tra il 1964 e il 1992 dal colosso nordamericano. Alle porte di Lago Agrio, una città di coloni che si chiamava Nueva Loja e poi è diventata la versione tropicale di “Sour Lake”, il “lago amaro” da dove arrivarono i petrolieri a stelle e strisce, le piscine sono centinaia.

Ottocentottanta per la precisione, in questa provincia e in quella vicina di Orellana, sempre lungo il confine con la Colombia: profonde da due a quattro metri, contengono 68 miliardi di metri cubi di scarti petroliferi, solventi chimici e acque tossiche.

Anche oggi, superata la targa con classificazione e data – Aguarico, pozzo re-iniettatore, 8 febbraio 1971 – bisogna farsi largo a colpi di machete: le piscine sono avvolte dai rovi, tornati a crescere dopo la partenza di Texaco dall’Ecuador 26 anni fa. Il tempo dell’abbandono e soprattutto della lotta, segnata da una vicenda giudiziaria tra le più complesse e decisive.

I nativi Secoya, Cofan, Waorani e Sekopai e le altre comunità rappresentate nella Union de Afectados por Chevron Texaco hanno fatto causa alla multinazionale e visto riconosciuto, proprio qui nel tribunale di Lago Agrio, nel 2011, il diritto a risarcimenti per nove miliardi e mezzo di dollari.

Contro la sentenza si è scatenato però tutto il potere di pressione e condizionamento della Chevron e degli Stati Uniti. Il 30 agosto 2018 una corte arbitrale dell’Aja ha condannato l’Ecuador a risarcire i danni “morali e giudiziari” provocati dal verdetto, denunciando una violazione dell’accordo sugli investimenti sottoscritto dai governi di Quito e di Washington negli anni ’90. Al Paese sudamericano è stato anche intimato di bloccare qualsiasi tentativo di ottenere l’omologazione all’estero della sentenza di Lago Agrio, pena sanzioni miliardarie.

“Una violazione palese del principio costituzionale della separazione dei poteri e il tentativo di porre il diritto commerciale davanti ai diritti umani” denuncia Fajardo. Convinto che, comunque vada, il caso Chevron rappresenti uno spartiacque: “Per la prima volta popoli nativi hanno fatto causa a una multinazionale, anzi a un sistema fondato sull’impunità delle ‘corporation’ globali e sostenuto da molti Stati”.

Davide contro Golia, insomma. O comunque una battaglia in salita, conferma Ludovico Ruggieri, romano, 27 anni, a Lago Agrio al fianco delle vittime insieme con la Federazione degli organismi cristiani servizio internazionale volontario (Focsiv): “La sentenza dell’Aja si fonda sul meccanismo arbitrale Investment State Dispute Settlement, che prevede la possibilità di far ricorso solo per i privati e non per le amministrazioni pubbliche e che per altro esclude un appello”.

C’è poi la politica ecuadoriana. Archiviata la stagione di Rafael Correa, il primo e unico presidente che ha rifiutato di sedersi al tavolo con Chevron Texaco senza i rappresentanti delle vittime, il governo sta cercando una nuova alleanza con gli Stati Uniti. A confermarlo la decisione del capo di Stato Lenin Moreno di consegnare e far arrestare Julian Assange, il fondatore di Wikileaks che aveva ottenuto asilo nella sede dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra.

Poi, sempre all’inizio di quest’anno, l’accordo con il Fondo monetario internazionale per un prestito da oltre quattro miliardi di dollari che dovrebbe garantire liquidità dopo anni di ribassi nei proventi delle esportazioni petrolifere.

Di ritorno a Lago Agrio, nel suo studio, Fajardo estrae un plico dal cassetto della scrivania e ti guarda negli occhi: “Ecco i documenti che lo dimostrano” dice mostrando il testo di un’informativa del procuratore generale al presidente del parlamento dell’Ecuador, datata 19 giugno 2019: “Il governo di Lenin Moreno ha chiesto ai tribunali di Argentina e Canada di bloccare l’omologazione all’estero della sentenza ecuadoriana e salvare gli asset di Chevron”.

È la maledizione, e pure la lotta, raccontata da ‘Texaco: Et pourtant nous vaincrons’, nuovo fumetto del disegnatore francese Damien Roudeau. Ascoltate Donald Moncayo, uno dei coordinatori di Udapt, cresciuto accanto a una piscina tossica.

“Mia figlia Lionela ha sette anni, per lei voglio una vita diversa” sussurra con le lacrime agli occhi, il palmo della mano aperto nero di catrame. L’ha appena immerso in una delle 127 piscine che Texaco sostenne di aver bonificato investendo 40 milioni di dollari: “Il petrolio qui finisce direttamente nei pozzi scavati dalle famiglie”.

Come stiano le cose lo ha rivelato uno studio realizzato nel 2016 grazie a una collaborazione tra gli esperti dell’ong svizzera Centrale Sanitaire Suisse e gli attivisti locali di Clinica Ambiental. “In quest’area ci sono 200 nuovi casi di cancro ogni anno” calcola Moncayo: “Lago Agrio è diventata la città al mondo dove l’incidenza dei tumori è più alta, di 550 per 100mila persone, maggiore che a Detroit”.

Nella ricerca un capitolo è dedicato alla salute femminile. L’incidenza più alta riguarda i tumori al collo dell’utero, con un tasso di mortalità del 70 per cento, dovuto anche alla mancanza, ai ritardi o comunque all’inadeguatezza delle cure. “Si ammalano lavando i panni nell’Aguarico e nei suoi affluenti ma il governo di Lenin Moreno sostiene che non c’è nessuna emergenza” denuncia Moncayo: “Proprio tre mesi fa è stata respinta la nostra richiesta per l’apertura di un’unità oncologica nell’ospedale di Lago Agrio”.

Categorie: Comunicati Stampa, Ecologia ed Ambiente, Sud America
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