La fiera (interessata) battaglia di Salvini contro la Storia

09.07.2019 - Angelo Baracca

La fiera (interessata) battaglia di Salvini contro la Storia
(Foto di Pressenza)

PremessaNel presentare questo ragionamento devo premettere che non mi illudo in alcun modo che argomenti razionali, o storici di questo tipo possano avere realmente un effetto per far cambiare opinioni a Salvini e/o alla maggioranza delle persone attirate dalle sue menzogne e mistificazioni; e neanche sulle radici profonde del razzismo montante che sono largamente emotive e irrazionali. Semmai propongo questo ragionamento in primo luogo a chi abbia per lo meno qualche perplessità, ma anche a coloro che si oppongono a questa involuzione verso la barbarie perché non so quanti abbiano chiare queste cose e per approfondire la consapevolezza critica della situazione verso la quale stiamo precipitando.

C‘è un aspetto della battaglia senza quartiere ingaggiata da Salvini che sarebbe quasi epico se non fosse patetico. Si sono scritti fiumi sulla disumanità, l’immoralità del personaggio, ma qui mi riferisco a un altro aspetto che presento per il momento in termini molto sintetici. Salvini (ma non diversamente Trump, che è anche ben più pericoloso del suo misero emulo leghista) ha ingaggiato una “battaglia” campale (evito sempre i termini militari, ma in questo caso il termine è appropriato) contro un processo storico che non sarà assolutamente in grado di arrestare. Prescindendo dalla presunzione, l’arroganza e la volgarità del personaggio (che già sono indecenti per un Ministro della Repubblica), nonché dal suo cinico calcolo politico (che in effetti paga), quello su cui voglio insistere è che il Nostro dimostra un’ignoranza abissale (nel senso letterale di mancanza di istruzione di base, di cultura).

I flussi migratori attuali – non solo in Italia, ma nel mondo dei Paesi ricchi (privilegiati) – sono un fenomeno storico, epocale che nessun governo al mondo potrà arrestare né respingere per il semplice motivo che il fenomeno è esattamente la nemesi delle politiche di saccheggio e rapina dei Paesi poveri attuate dai Paesi ricchi, con le quali questi ultimi si sono garantita la posizione privilegiata che ricoprono e il loro livello di consumi e di vita, a cui non intendono assolutamente rinunciare.

In realtà si può fare anche una doverosa premessa su un piano storico più generale (mi scuso per varie semplificazioni, che non inficiano il senso del ragionamento). L’homo Sapiens (denominazione che peraltro non sembra realmente appropriata) nacque in Africa: se fosse stato come tutte le altre specie animali, in Africa sarebbe rimasto, sia pure allargando il suo campo d’azione, invece si espanse rapidamente (relativamente) in tutti i Continenti. In altre parole, la specie homo Sapiens è per sua natura migrante! I reperti paleoantropologici, soprattutto con le nuove tecniche del DNA, indicano fra l’altro un aspetto sociale significativo: non sembra che il suo atteggiamento sia stato propriamente bellicoso, homo Sapiens si è ibridato con le altre specie di ominidi (specificamente l’uomo de Neandertal) che popolavano i territori nei quali si espandeva, prima che questi si estinguessero[1].

Non ho le competenze per discutere, anche superficialmente, i grandi flussi migratori avvenuti storicamente nei cinque Continenti, ma mi interessa soffermarmi sull’era moderna della nascita e l’affermazione del Capitalismo.

La fondamentale grande migrazione l’abbiamo effettuata proprio noi europei con la cosiddetta Conquista delle Americhe: un fenomeno fondativo del Capitalismo, la cui drammaticità non è in alcun modo paragonabile con i processi attuali che oggi denunciamo! Basti pensare che si valuta che la Conquista abbia causato lo sterminio di 50-100 milioni di abitanti originari, quando la popolazione totale mondiale di allora viene valutata in 500 milioni. Altro che l’odierna “invasione” migratoria denunciata strumentalmente da Trump! Fu un colossale genocidio, nonché epistemicidio dal momento che le civiltà e le culture millenarie autoctone furono brutalmente cancellate (per non disturbare le coscienze dei conquistatori i popoli indigeni erano considerati “non umani”, e pertanto le loro terre “terra nullius”, di nessuno): altro che la “minaccia” odierna alla nostra “civiltà” e ai nostri pretesi “valori”!

Ma questo nostro “vizio” non è mai finito. L’accumulazione originaria si avvalse in modo determinante dello sfruttamento/rapina dell’Oriente e dell’India (le varie Compagnie delle Indie, dell’Olanda, della Gran Bretagna, della Francia), il cotone indiano fu la materia prima alla base del decollo della Prima Rivoluzione Industriale del XVIII secolo in Inghilterra, prima che l’India divenisse realmente il fiore all’occhiello dell’Impero coloniale di Sua Maestà Britannica.

L’Età dell’Imperialismo del XIX secolo vide una corsa frenetica delle potenze europee ad accaparrarsi i territori dell’Africa, dell’Asia, dell’Australia da annettersi come colonie e ovviamente sfruttare. I saccheggi e le stragi orrende furono la regola, altro che “portare la civiltà e il progresso”! Un sintetico e incompleto elenco per ravvivare la memoria:

  • in Australia (scoperta solo nel 1770 da James Cook) vivevano probabilmente almeno 1 milione di “Aborigeni”, ma la dottrina giuridica della “terra nullius” dichiarò che il quinto continente era disabitato, cominciò la caccia per lo sterminio degli Aborigeni e la conquista delle loro terre;
  • il Congo, dal 1895 possedimento personale del cattolicissimo re Leopoldo II del Belgio, fu soggetto a uno sfruttamento talmente brutale da fare 10 milioni di vittime in 23 anni[2], un spaventoso genocidio in cui perì quasi metà della popolazione congolese, stimata a circa 20-25 milioni di abitanti nel 1880;
  • in Sudafrica gli inglesi avevano trovato giacimenti aurei nelle zone in cui due secoli prima si erano insediati contadini olandesi (boeri) sterminarono (Guerra anlgo-boera, 1899-1902) ed  internarono 26 mila civili tra donne e bambini e altrettanti indigeni nei campi di concentramento (preludio a quelli nazisti), ove morirono di stenti;
  • nel 1884 il Cancelliere tedesco Bismarck dichiarò “colonia tedesca” un’area corrispondente all’attuale Namibia, “Africa Tedesca del Sud-Ovest”, gli occupanti tedeschi si appropriarono con la violenza delle terre (molte ancora oggi in mano a discendenti dei colonizzatori) e misero in schiavitù gran parte della popolazione; nel 1904 i coloni tedeschi effettuarono un efferatoo sterminio di immense proporzioni dei popoli Herero e Nama che si erano ribellati. Per lo storico del colonialismo Jurgen Zimmerer, “La differenza della Namibia con gli altri colonialismi è anzitutto il genocidio come guerra dello Stato, e non come espressione di violenza privata. Lo sterminio di Herero e Nama [fu l’obiettivo], una pulizia etnica sistematica e centralizzata”[3].

Non meno brutale è stata la fase della cosiddetta “decolonizzazione” del secondo dopoguerra. Con trame, cospirazioni e colpi di stato, tutti i governanti africani che volevano portare progresso, sviluppo e democrazia vennero sistematicamente fatti fuori, per imporre despoti o regimi autoritari asserviti alle ex potenze coloniali o agli Stati Uniti e succubi ai loro interessi. Basti ricordare:

  • il golpe della Cia che nel 1953 destituì in Iran il primo ministro Mossadeq che intendeva nazionalizzare il petrolio, per restaurare il regime autoritario e filo americano dello Scià;
  • nel 1961 in Congo il primo ministro democraticamente eletto Patrice Lumumba venne assassinato dal generale Mobutu, sostenuto dal Belgio con le compagnie minerarie e l’appoggio della Cia[4]: Mobutu ha governato (più propriamente rapinato) fino al 1997, diventando uno degli esempi più famosi al mondo di cleptocrazia e nepotismo.
  • nel 1987 in Burkina Faso il presidente Thomas Sankara, che promuoveva l’annullamento del debito coloniale, fu assassinato dal proprio vice Blaise Compaoré, che rimase presidente dal 1987 al 2014!

E non sto a citare le guerre neocoloniali di rapina delle risorse e controllo delle aree strategiche, con l’immancabile conto delle vittime (1 milione e mezzo nella guerra all’Iraq del 2003) o dei 6 milioni di profughi e rifugiati della guerra in Siria: chissenefrega, tanto è gente di paesi poveri! E la stragrande maggioranza dei 70 milioni di profughi sono ospitati dai paesi poveri, da noi qualche migliaio sono un dramma, invasione.

Insomma, siamo stati noi – europei, statunitensi – che con le devastazioni, le stragi, la rapina delle risorse, le guerre, i colpi di stato e il sostegno a governi autoritari o dittatoriali, abbiamo creato le condizioni invivibili, abbiamo rubato agli abitanti di questi Paesi qualsiasi possibilità di futuro, li abbiamo letteralmente costretti ad affrontare qualsiasi rischio, le torture libiche, anche la morte, pur di fuggire da questi inferni.

E di fronte al timore diffuso che gli immigrati abbiano la tendenza a delinquere (quando i crimini in Italia sono in diminuzione, e la maggior parte sono violenze e femminicidi che avvengono in famiglia) non sarebbe male ricordare le efferatezze che sono state alla base della nostra “civiltà”!

Non sono certo argomenti che possano rimuovere pregiudizi profondi e irrazionali, ma ritengo che anche fra noi debbano essere più generalmente conosciuti e condivisi.

Ci sarebbe da aggiungere – l’altra faccia della medaglia – che le migrazioni massicce sono servite enormemente proprio al nostro Paese quando ad emigrare erano i disgraziati, poveracci che, trasportati come bestie carichi di fagotti e valige di cartone, hanno riempito interi Paesi del Sudamerica perché in Italia non avevano nessuna speranza per il loro futuro: senza le masse dei nostri emigrati l’Italia non avrebbe avuto lo sviluppo e il benessere attuali. È veramente l’altra faccia della medaglia, perché allo stesso tempo noi ci imbarcavamo nelle conquiste coloniali in Africa, anche a prezzo di umiliati stragi e sconfitte (Adua, 1896), mettendo in atto uno saccheggio non meno selvaggio di quei Paesi!

E che dire quando nel secondo dopoguerra gli italiani emigravano in Svizzera o in Germania, ed erano trattati più o meno come noi oggi trattiamo gli immigrati?

 

[1]  Andrea Capocci, Umani in cerca di autore, Il Manifesto, 13 giugno 2018, https://ilmanifesto.it/umani-in-cerca-di-autore/.

[2] B. Bellesi, “Congo, il genocidio dimenticato. Dalla seconda metà dell’Ottocento al 1960“, Peacelink, 26 marzo 2005, https://www.peacelink.it/kimbau/a/10354.html. R. Masto, “Storia: le atrocità di re Leopoldo II in Congo” (con foto impressionanti dell’epoca), Africa, 8 agosto 2015, https://www.africarivista.it/storia-le-atrocita-di-re-leopoldo-ii-in-congo/63934/. “Il genocidio e la depredazione del ‘Libero Stato del Congo’”, https://www.didadada.it/file/congo.pdf.  David Van Reybrouck, Congo, Feltrinelli, 2014.

[3]  T. Mastrobuoni, “Namibia, 1904; quando i tedeschi fecero le prove della Shoah”, La Repubblica, 30 maggio 2017, https://www.repubblica.it/venerdi/articoli/2017/05/30/news/namibia_genocidio_tedeschi_herero-166817547/. Venne portata in Germania un’enorme quantità di teschi, scheletri e teste mozzate delle vittime, per poterle studiare fondando le pseudoscienze razziali, ricercando nella conformazione delle ossa degli africani le cause della loro inferiorità rispetto alla razza ariana. Solo pochi anni fa sono iniziati negoziati fra la Germania e la Namibia e sono in corso azioni legali per ottenere “compensazioni” per le popolazioni namibiane.

[4] La decolonizzazione in Africa, il dramma di Patrice Lumumba,  http://win.storiain.net/arret/num110/artic3.asp.

Categorie: Europa, Migranti
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