Il circolo vizioso della concentrazione di ricchezza

25.07.2019 - Guillermo Sullings

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Francese, Portoghese, Greco

Il circolo vizioso della concentrazione di ricchezza
(Foto di imagenenlared.com)

Leggiamo spesso statistiche che illustrano la concentrazione accelerata della ricchezza nel mondo; pochi multimiliardari accumulano più ricchezza della metà più povera del pianeta e l’1% più ricco della popolazione possiede più della metà della ricchezza mondiale. Assistiamo rassegnati, come semplici spettatori, a un brutale e disumano processo di concentrazione. Tale rassegnazione si basa spesso sulla convinzione che esistano enormi poteri in grado di resistere a qualsiasi tentativo di cambiamento, ma anche sui comportamenti talvolta contraddittori ed individualisti dei cittadini, comportamenti funzionali ad un capitalismo consumistico che porta inevitabilmente a tale concentrazione.

In ogni caso, se ci fosse qualche speranza di poter invertire questa tendenza, la affideremmo allo Stato, in quanto l’unico in grado di poter modificare la matrice distributiva. Ma ne dubitiamo vedendo quanto spesso esso sia cooptato dal potere economico, e come le sue politiche acuiscano il problema. Poiché quel potere ha la capacità di gestire i media che influenzano l’elettorato, ha le risorse per comprare favoreggiamenti all’interno dei tre poteri dello Stato, ed ha la forza per fare pressioni, ricattare e controllare. Naturalmente, questo meccanismo perverso tende ad avere punti di rottura, in quanto prima o poi genera sofferenza nelle popolazioni e le crisi politiche offrono opportunità di cambiamento. Ma non è una condizione sufficiente, perché nella storia mediata e immediata ci sono esempi in cui, pur contando sul potere statale, la ricerca di modelli alternativi è fallita, forse perché non si sono compresi tutti i fattori coinvolti nella concentrazione di ricchezza e si è pensato più ad affrontarne le conseguenze che non le cause.

Quando Piketty pubblicò “Capitale nel XXI secolo”, spiegando e dando una base al modo in cui il processo di concentrazione si andava svolgendo storicamente, alcuni dei suoi detrattori, non potendo negare la sostanza (la tendenza alla concentrazione), preferirono attaccare le proposte ridistributive, affermando che la concentrazione economica del capitalismo non è così dannosa, giacché favorisce gli investimenti e di conseguenza il progresso, il che ha storicamente migliorato gli standard di vita delle popolazioni. Dimenticano che lo stesso Piketty in “L’economia delle disuguaglianze” afferma anche che il miglioramento del tenore di vita delle popolazioni era dovuto principalmente ai progressi e non tanto all’aver raggiunto un punto in più nella percentuale di distribuzione della torta. Ma questa è una mezza verità perché, affinché l’accumulazione diventi investimenti e progresso, ci deve essere una domanda potenziale che incoraggi tali investimenti, e tale domanda non potrebbe esistere senza un incremento del reddito delle popolazioni. In effetti, la spinta per la distribuzione della torta ha molto a che fare con questo aspetto. Deve esserci un equilibrio instabile affinché le dinamiche dello sviluppo funzionino. Fino ad un certo punto l’accumulo di capitale può favorire gli investimenti e la moltiplicazione (e diciamo “può” perché le scelte aziendali non sempre coincidono con questa visione romantica del capitalismo liberale secondo cui il surplus viene sempre risparmiato e il risparmio viene sempre reinvestito). Ma su più ampia scala questo accumulo prende a funzionare come un buco nero, un’enorme forza gravitazionale che inizia ad assorbire le imprese per dominare i mercati e stabilire i prezzi; comincia a imporre alcuni marchi attraverso l’outsourcing e la delocalizzazione della produzione, dominando le piccole e medie imprese che si trasformano in una sorta di “imprenditori-proletari” costretti a competere tra loro minimizzando profitti e salari (come spiega Naomi Klein in “No logo”). Questa posizione dominante raggiunta dai capitali concentrati consente loro di aumentare la propria redditività a scapito di aziende produttive e lavoratori, e a quel punto il capitalismo smette di “moltiplicare i pani e i pesci” e inizia a dare alla luce un mostruoso pesce gigante che ingoia quelli piccoli.

Ovviamente, ai livelli di concentrazione di cui stiamo parlando, la vaso-comunicazione tra grandi gruppi imprenditoriali e il settore finanziario è assoluta, e la crescente redditività derivante da posizioni dominanti si va spostando verso la speculazione finanziaria e borsistica o verso l’usura, cioè facendo in modo che quanti sono impoveriti si indebitino per continuare a consumare, fino a che le bolle scoppiano e tutti perdono (tranne la Banca); e così la ruota continua a girare e la concentrazione continua ad aumentare. Questa ruota è sempre più fuori dalla portata di qualsiasi freno che si possa tentare di interporre, grazie a una globalizzazione caratterizzata da delocalizzazione della produzione, fuga di capitali verso paradisi fiscali e la connivenza di organizzazioni internazionali che impongono regole del gioco atte a favorire tale concentrazione. La contrattazione distributiva tra lavoratori e datori di lavoro è limitata a una porzione sempre più piccola della torta, perché i grandi profitti sono fuori dalla portata delle rivendicazioni dei lavoratori, mentre la debolezza sindacale è un altro fattore che alimenta il circolo vizioso.

E allora i governi? Sappiamo già che in molti casi sono funzionali alla concentrazione. Ma cosa potrebbero fare se volessero davvero lavorare per una migliore distribuzione del reddito e della ricchezza? Naturalmente, attraverso adeguate politiche del lavoro il reddito dei lavoratori potrebbe essere leggermente migliorato, ma il margine di manovra in molte aziende sta diminuendo per quanto spiegato sopra, e questo pone anche un tetto salariale sul resto. Quindi con le politiche del lavoro si potrebbe offrire un sollievo, ma l’amperometro della distribuzione del reddito non si muoverebbe molto. È necessario intervenire fortemente a partire dalla politica fiscale per bilanciare gli oneri. In questo senso, uno dei limiti che lo Stato trova dalla concentrazione economica è la crescente difficoltà ad avere un sistema fiscale progressivo, non solo perché coloro che concentrano la ricchezza hanno strumenti migliori per evadere, ma perché quando la concentrazione aumenta I tassi dovrebbero essere sempre più elevati per i settori concentrati. In altre parole, in una sorta di dimostrazione per assurdo, se in un paese l’indice Gini fosse pari a 1, lo Stato per finanziarsi dovrebbe addebitare a una sola persona un’aliquota del 99,99%, che da una parte sarebbe una confisca illegale, e dall’altra in pratica irrealizzabile perché quella persona sarebbe proprietaria del paese. Senza raggiungere questo estremo, possiamo capire che più una società è disuguale, maggiore sarà la pressione fiscale necessaria su pochi contribuenti per finanziare equamente le politiche pubbliche. Ma poiché ciò è spesso difficile per motivi legali e politici, l’onere fiscale finisce per ricadere su una base più ampia di contribuenti con capacità contributiva inferiore e il sistema diventa fortemente regressivo, il che può stimolare la crescita dell’inaffidabilità.

La questione della previdenza sociale non sfugge alle conseguenze della concentrazione della ricchezza, poiché nella misura in cui i datori di lavoro si appropriano dei benefici della rivoluzione tecnologica, aumentando il loro plusvalore e riducendo il personale, la disoccupazione aumenta e di conseguenza diminuisce la massa dei contribuenti ai sistemi pensionistici solidali, il che unito all’invecchiamento della piramide della popolazione e all’aumento dell’inaffidabilità che abbiamo menzionato in precedenza, rende questo sistema insostenibile. La soluzione dei “liberali modernizzatori” è aumentare l’età pensionabile, il che, oltre a posticipare il meritato pensionamento dei lavoratori, ritarda l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Una soluzione potrebbe consistere nel far ricadere i benefici dei progressi tecnologici in favore dei lavoratori, sia riducendo la giornata lavorativa a parità di livello di reddito, oppure assegnando un reddito di base. Altri diranno che non è un male se gli imprenditiori si tengono questa maggiore redditività come risultato dei progressi tecnologici, perché la investiranno in nuovi progetti che genereranno lavoro, ma ciò nella pratica non si verifica in misura sufficiente a compensare quanto perduto. Lo Stato, quindi, per alleviare queste conseguenze, cerca di aumentare i propri livelli di spesa nei servizi sociali, in un contesto in cui, come spiegato sopra, la pressione fiscale diventa insostenibile a causa della regressività del sistema.

Questo circolo vizioso potrebbe essere interrotto se ci si focalizzasdse sull’utilizzo delle politiche fiscali per forzare i settori ad alto rendimento al reinvestimento produttivo delle proprie eccedenze. L’imposta sui profitti o sul reddito, sia delle persone che delle società, dovrebbe prevedere aliquote progressive fino a livelli molto elevati, non solo in proporzione all’entità del profitto, ma anche in proporzione al numero di lavoratori occupati, in modo tale che detta aliquota sia inversamente proporzionale alla quantità di posti di lavoro generati per ottenere detto guadagno. Si dovrebbero anche considerare tassi differenziali, a seconda che tale guadagno venga reinvestito nel paese in cui è stato generato, o fugge all’estero o viene incanalato nella speculazione finanziaria. In tal modo, si avrebbe un impatto sul mercato del lavoro con la riduzione della disoccupazione e, di conseguenza, un rafforzamento dei salari nella contrattazione distributiva, con un aumento delle entrate per il sistema pensionistico. Le aliquote progressive, che tasserebbero pesantemente i rendimenti elevati non reinvestiti, bilancerebbero gli oneri fiscali dell’insieme, riportando il sistema fiscale ad un livello meno regressivo e, di conseguenza, ad una riduzione dell’evasione e dell’inaffidabilità a livelli di redditività inferiori (purché accompagnate da controlli efficaci). La vocazione evasiva si concentrerebbe sicuramente sui più alti livelli di redditività, che però sarebbero identificati più efficacemente attraverso un intenso monitoraggio e controllo in grado di minimizzare l’evasione e la fuga di capitali.

Sarà necessario contemplare politiche molto rigide per il sistema finanziario, evitando che continui ad accumulare profitti a spese del settore produttivo, e di conseguenza dei suoi lavoratori. Per far ciò, tutte le operazioni del settore finanziario andrebbero regolamentate, evitando allo stesso tempo che esso rimanga il principale supporto logistico su cui i grandi evasori contano per la fuga dei capitali. Ovviamente, dovremo convivere con alcuni limiti imposti dalla globalizzazione, ma dalle politiche nazionali è possibile adottare misure importanti per invertire almeno parzialmente questa concentrazione di reddito e ricchezza che emargina sempre più persone. In alcuni paesi, i progressi potranno avanzare più rapidamente che in altri, lo scaglionamento dei tassi portà essere adattata al ritmo di quanto possibile, ma ciò che non dovrebbe essere messo in dubbio è che non sarà il mercato a migliorare da solo la distribuzione di reddito e ricchezza, se gli stati non forzano un cambiamento sostanziale nella matrice distributiva.

Traduzione dallo spagnolo di Giuseppina Vecchia per Pressenza

Categorie: Economia, Internazionale, Opinioni
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