Combattenti Nonviolenti

06.07.2019 - Vito Correddu

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Combattenti Nonviolenti
Combattenti Nonviolenti (Foto di Pr)

Pressenza ha intervistato gli amici dei Combattenti Nonviolenti, un’iniziativa nonviolenta nata recentemente. In questo momento in cui ci si interroga sul come rispondere al crescente livello di violenza e discriminazione, al sentimento di odio e risentimento i Combattenti Nonviolenti propongono non solo una rete tra tutti quelli che si riconoscono nella nonviolenza ma anche un modello di azione quotidiana.

 

Come vi chiamate e perché?
– Combattenti Nonviolenti. Ci sembra necessario mettere in chiaro che siamo nonviolenti, come punto di partenza. Combattenti perché al di là di un comportamento che uno può avere che è di per sé nonviolento, ci sembra importante che in alcune situazioni si cominci a non tirarsi indietro. Capita a volte di imbattersi in situazioni di discriminazione, che possono essere le classiche chiacchiere da bar che uno ci passa sopra, o anche qualcosa di più pesante. In quelle situazioni noi abbiamo preso questo impegno che non stiamo zitti, non ci passiamo sopra e lo stesso vale anche in situazioni più gravi, come le situazioni di violenza, per l’appunto. Per cui “combattenti” da questo punto di vista.

– Non vi sembra riduttivo che il “combattimento” si traduca in una presa di posizione occasionale?
– A volte questa presa di posizione potrebbe anche non essere una semplice presa di posizione, nel senso che se uno è testimone di una situazione di violenza interviene e non è che dice “Mi consenta, vorrei prendere posizione su questa cosa”. Lì uno interviene come può, però di sicuro non si volta dall’altra parte. Rispetto all’occasionalità: da un certo punto di vista sì, è occasionale, però d’altra parte chi prende l’impegno è sempre non discriminatorio e nonviolento e questo non è occasionale, è un modo di stare nel mondo che secondo noi è fondamentale. Altra cosa, sempre rispetto all’occasionalità: lo scopo dei Combattenti Nonviolenti è creare una rete dove il minimo comune denominatore sia appunto quello della nonviolenza e della non discriminazione, però nel momento stesso in cui vi si riconoscono diverse persone, che siano singoli individui o associazioni e organizzazioni, questo di per sé può dare vita a qualcosa di interessante che va al di là dell’aspetto circostanziale.

– Ma voi quindi che fate, concretamente?
– Concretamente assumiamo questo impegno di non essere violenti, di non discriminare e di aiutare le persone in situazioni di pericolo. E quello di intervenire se dovessimo essere testimoni di violenza, discriminazione e omissione di soccorso. Questo è quello che facciamo concretamente e chiunque aderisca ai Combattenti Nonviolenti è tenuto a mantenere questo impegno morale, se così si può chiamare. Poi l’idea è che da questa rete possano nascere anche altre cose, ma di fatto l’impegno è piuttosto minimo, è tutto qui.
– Quindi c’è una grande libertà di scelta e di manovra, perché la violenza è di tanti tipi.
– Esatto, questo è un punto della questione, perché chiaramente non ci riferiamo soltanto alla violenza fisica ma anche alla violenza economica e psicologica e a tutte quelle forme di violenza che sono le varie forme di discriminazione.

– Perché “aiutare le persone in pericolo” e non, per esempio, le persone in difficoltà?
– Ci sembra molto interessante aiutare chi ne ha bisogno, chi si trova in difficoltà. Però poi diventa molto discrezionale e uno potrebbe dire: “ma come, tu sei un combattente nonviolento e non aiuti la signora con le buste pesanti della spesa!” o cose di questo genere, e quindi tutto si complica. Ci sono situazioni in cui magari è normale non aiutare una persona in difficoltà perché si ha qualcosa di più urgente da fare, ma non è assolutamente normale che uno non aiuti una persona in pericolo, perché non esiste niente di più urgente da fare.

– C’era bisogno di mettere questo quarto punto, considerando la rarità di tali situazioni e l’obbligo che uno dovrebbe comunque avere di intervenire?
– C’è sembrato opportuno perché abbiamo l’impressione che a livello sociale si stia relativizzando un po’ tutto. Si sta relativizzando la discriminazione, per cui adesso per un’offesa si dice: “va be’, ma cosa vuoi che sia, era uno scherzo!”, per cose anche molto pesanti. E si sta relativizzando purtroppo anche questa cosa del soccorso. Questo in particolare succede con i migranti in mare, però ovviamente noi facciamo una cosa che ha un valore generale, per cui quando una persona è in pericolo, ovunque sia, si aiuta. Noi mettiamo solo il minimo comune denominatore: se sto in mare e qualcuno è in pericolo lo salvo, indipendentemente dal fatto che sia un migrante o un turista. Lo stesso vale per tutte le altre situazioni: il nostro intervento è indipendente da considerazioni su chi siano le vittime o gli eventuali aggressori. Non discriminiamo ma siamo consapevoli che l’argomento stesso è fonte di discriminazione.

– Insomma, è una cosa per persone coraggiose. Magari uno è d’accordo con gli ideali che proponete ma si sente un po’ coniglio, poco coraggioso. Che cosa direste a un potenziale aderente che però si sente un po’ coniglio?
– L’esperienza del coniglio credo che in qualche modo l’abbiamo avuta tutti. Sono quelle situazioni su cui poi ci rimugini, pensi “potevo dire questo, fare quest’altro…”. Si sta molto meglio quando in qualche modo si interviene. Non è che il coraggio escluda la paura, il coraggio è proprio di chi ha paura ma avanza lo stesso. Anche il coraggio è una cosa che si retroalimenta e che si diffonde, così come si diffonde la discriminazione. Le persone ultimamente si sentono autorizzate a dire determinate cose e noi crediamo che anche la non discriminazione vada diffusa. Crediamo che se ogni qualvolta che uno dice una bestialità ci fosse qualcun altro che interviene, sempre, ci sentiremmo meno soli e ci verrebbe più facile intervenire. Vogliamo essere quel “qualcun altro” lì.

– Dicevate una cosa interessante, che la non discriminazione necessita di essere anche diffusa. Non credete che il concetto di nonviolenza sia in qualche modo ancora più oscuro del concetto di discriminazione?
– Sì, ed è anche uno dei motivi per cui abbiamo scelto il termine “combattenti”. Perché si è soliti considerare la nonviolenza come qualcosa di molto “light”, un atteggiamento invisibile, in cui uno è buono, sta nel suo e non disturba. Dal nostro punto di vista, non solo ci impegniamo a tenere un atteggiamento nonviolento ma anche a intervenire quando necessario.

– Tra i vostri scopi c’è quello di promuovere la conoscenza della nonviolenza?
– Per ora non direttamente. Vogliamo fare in modo che le persone che aderiscono a questa rete si “pubblicizzino”, infatti nell’adesione chiediamo se una persona vuole comparire nell’elenco degli aderenti oppure no e anche se ha un sito internet e in quel caso riportiamo il link. In questo modo tutti quelli che aderiscono hanno anche una panoramica di questo universo molto vario che ha a che fare con questo minimo comune denominatore della nonviolenza e della non discriminazione ma che poi può proporre tantissime attività diverse.  Quindi uno entra lì dentro e dice: 1-“Cavolo, non sono solo!” e 2) “Che bello che è questo universo di nonviolenti e non discriminatori”.

– Vi incontrate? C’è un luogo fisico, virtuale?
– Tra i dati richiesti c’è anche la località, per cui avremo una mappa con il numero di aderenti sul territorio e in futuro si potrebbero pensare anche incontri in alcune località. Per il momento abbiamo un luogo virtuale, che è il sito:   www.combattentinonviolenti.org

Categorie: Diritti Umani, Europa, Interviste, Nonviolenza
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