Organizzare comunità: la sfida del futuro?

20.05.2019 - Redazione Torino

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese, Portoghese

Organizzare comunità: la sfida del futuro?

Come dare potere alla società civile? Come trovare soluzioni ai problemi delle comunità di persone? Partendo dalle relazioni.

Da questa semplice premessa il sociologo e attivista Saul Alinsky partì, negli anni ’40 del secolo scorso, per migliorare le condizioni di un quartiere operaio disagiato di Chicago. Da allora il suo metodo, detto “community organizing” è stato sperimentato, testato e sviluppato in vari paesi del mondo, portando risultati concreti in molte comunità.

Ho partecipato venerdì 17 maggio a una presentazione di questa interessante pratica di cittadinanza attiva di mirata alla formazione di “organizers” per un progetto pilota in un quartiere di Torino, Barriera di Milano. Si tratta di una zona di periferia ad alta concentrazione di immigrazione (da sempre, prima dal sud e ora dall’estero) che presenta problemi di microcriminalità, povertà, emergenza abitativa, integrazione, ma anche molte opportunità, come sempre succede in realtà complesse. Provo perciò a sintetizzare, rispetto agli elementi che sono stati presentati e ciò che ne ho recepito, i principi su cui si basa.

Innanzitutto occorre costruire il potere di agire (di fatto le persone disagiate non hanno potere perché sono divise), per cui bisogna partire dalle relazioni e non dai problemi, cominciando col conoscere vis à vis le persone che costituiscono la comunità, mettendosi in ascolto. In questo lavoro di conoscenza e coesione è fondamentale coinvolgere le comunità che tengono insieme la società (dette organizzazioni ancora), ovvero le scuole, le chiese, i centri di aggregazione in genere, che sono stabili nel tempo e sono composte da persone molto diverse tra loro. In contemporanea occorre creare un ecosistema di leader, ovvero non basarsi sui leader “naturali”, ma sostenere le persone a prendersi responsabilità e non fare per altri quello che possono fare da soli, in altre parole fare crescere le persone. Quindi si possono affrontare i problemi: trasformare la protesta in proposta, analizzare il potere per capire chi realmente ha la possibilità di decidere e fare la differenza su una particolare questione e, di conseguenza, polarizzare e personalizzare il target a cui si chiede una risposta (non “sparare nel mucchio” in modo generico, cosa che non porta a risultati). Tutta questa pratica permette di sviluppare nelle persone una cultura di umiltà e responsabilità. A guidare questo processo sono gli “organizers”, facilitatori che permettono il corretto sviluppo del metodo capaci di guidare le comunità a raggiungere obiettivi praticabili. Un famoso community organizer è stato Barack Obama che negli anni ’80 ha lavorato in questo ruolo a Chicago, in una zona svantaggiata a netta maggioranza nera, prima di entrare in politica.

Punti d’incontro con esperienze italiane

Pur essendo un metodo nato e cresciuto negli Stati Uniti, quindi in una realtà sociale estremamente diversa dalla nostra, ho trovato interessanti molti aspetti, trovando dei punti d’incontro piuttosto forti con alcune mie esperienze come attivista umanista e con alcuni principi della comunicazione nonviolenta.

A partire dagli anni ’90 il Movimento Umanista, attraverso associazioni di volontari, organizzò i “Centri di comunicazione diretta” nei quartieri, con l’obiettivo di ricostruire il tessuto sociale. Sono state fatte molte esperienze in città in varie parti del mondo. Uno strumento utilizzato era quello degli “esperimenti di democrazia diretta”, con i quali si invitava la popolazione ad esprimersi sulle questioni più problematiche del quartiere (individuate in precedenza con inchieste stradali e porta a porta). Da uno di questi esperimenti in un quartiere periferico di Torino in cui operavo, emerse la problematica di una piazza abbandonata, non illuminata, che era diventata un cimitero di siringhe usate. Organizzammo perciò una raccolta firme per chiedere un’assemblea pubblica in Comune, che riuscimmo ad ottenere con non poche difficoltà. Dall’incontro, cui parteciparono abitanti e negozianti della zona interessata, emerse il motivo assurdo per cui era stata lasciata a se stessa per tanti anni e la situazione si sbloccò, grazie soprattutto ai tecnici del Comune che si fecero carico della questione apportando da subito piccoli miglioramenti. Continuando il pressing, coinvolgemmo anche dei giovani architetti per realizzare un progetto di riqualificazione e lo presentammo. Finché l’intervento venne inserito in un programma straordinario finanziato e, dopo alcuni anni, la piazza (piazza Nazario Sauro) cambiò volto. Fu una piccola esperienza, ma molto gratificante considerando quanto sia difficile spesso vedere i risultati concreti del proprio lavoro di attivisti volontari.

Il nostro obiettivo era, ed è ancora, organizzare la base sociale per cambiare ciò che non va, in modo nonviolento. Tra i fondamenti della comunicazione, e poi dell’azione, nonviolenta ci sono proprio le relazioni, in particolare la qualità delle relazioni: occorre un lavoro di conoscenza di sé, non lamentarsi sempre e dare le colpe ad altri, imparare a trovare soluzioni creative che non creino danno a nessuno e permettano di andare oltre l’evidenza, rendendo possibile ciò che sembrava impossibile. Sempre facendo tesoro delle proprie qualità e delle proprie esperienze, negative o positive che siano. Tutti elementi, questi, che si ritrovano, per ciò che ho potuto capire, anche nel Community organizing.

Ben vengano perciò tutte le pratiche che vanno in questo senso, che cercano convergenze, che ambiscono a superare gli egoismi individuali, che creano comunità coese e solidali, che aprono la mente e il cuore all’“altro”. Non può che essere un beneficio per tutti.

Daniela Brina

Categorie: Cultura e Media, Europa, Nonviolenza
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