L’Erasmus, alla base di un dèmos europeo?

13.04.2019 - Tobia Savoca

L’Erasmus, alla base di un dèmos europeo?
(Foto di Wikipedia)

Alla vigilia di queste europee si parla di una possibile vittoria degli euroscettici. Indipendentemente dalle posizioni personali sulla riformabilità in senso democratico e sociale di questa Unione Europea, appare opportuno riflettere sulla storica necessità di costruire un dèmos europeo.

Costruire è il termine adatto poiché il dèmos, il popolo, non nasce “in natura”, ma è frutto di una costruzione storica progressiva, portata avanti solitamente da un gruppo di persone che hanno interesse nell’edificare quel sentimento comune.

Prima o dopo la costituzione di uno Stato nazionale per la sua tenuta democratica e unitaria occorrerebbe identificare un insieme di persone che condividono valori e pratiche comuni. Questo sentire comune è alla base della solidarietà che permette la redistribuzione di beni e servizi.

Come si è costruito il dèmos italiano?

In Italia la costruzione di un popolo italiano è stata fatta successivamente all’unità. Fatta l’Italia, gli italiani si fecero essenzialmente tramite tre vettori di integrazione. La scuola, la televisione e l’esercito prima, il servizio di leva obbligatorio poi.

Il primo permetteva di diffondere il mito nazionale insieme con la lingua, il secondo di condividere storie, dialetti e culture eterogenee. Il terzo vettore permetteva a un siciliano di conoscersi e fraternizzare con un friulano e, scherzando sulla diversità delle culture regionali pre-unitarie di riferimento, potersi sentire unito da un vincolo umano sancito da un comune inno e da una stessa bandiera.

Basta leggere le lettere dal fronte inneggianti alla Patria per rendersi conto di quanto la guerra permettesse la creazione di questo legame panitalico. Gli esempi di fratellanza umana andarono persino oltre nel famoso episodio della “Tregua di Natale” che videro protagonisti i soldati di opposte nazioni al fronte, che cessarono le ostilità per giocare a calcio e fraternizzare.

Contro la costruzione di un dèmos italiano o europeo

Questo sistema di costruzione del cittadino italiano ha retto, pur non avendo risolto la grande frattura tra Nord e Sud, nonostante le contestazioni politiche degli anni ’90 col movimento della Lega e le relative ambizioni di una secessione.
Questa strategia elettorale di quegli anni che metteva in discussione l’apparato statale per conquistare consenso nel nord Italia contro “Roma Ladrona” è la stessa, su scala europea, che oggi attacca Bruxelles o Francoforte. La versione di questa dinamica, aggiornata ai gusti fiscali del momento, è quella che sottende la “riforma dell’autonomia”. Appare singolare che questa richiesta di autonomia regionale avvenga proprio da chi sta facendo del nazionalismo la sua cifra politica a livello europeo.

Anziché livellare le differenze per garantire solidarietà, si divide per meglio regnare e per allontanare ulteriormente centro e periferie. In gioco quindi c’è la costruzione del cittadino europeo e la resistenza a forme di nazionalismo.

L’utilità della costruzione di un dèmos europeo

La costituzione di un dèmos europeo è stata sempre al centro delle preoccupazioni degli architetti dell’Unione Europea, ma passa sempre in secondo piano rispetto ai diktat economici dei vincoli dell’austerità, sia in termini di comunicazione, sia in termini di priorità politica.

Un’ istituzione sovranazionale europea che aiuti i paesi in difficoltà, come l’Unione Europea attualmente non è, visto l’esempio greco, non può prescindere dalla costruzione di un sentimento di solidarietà tra cittadini europei.

L’Erasmus dovrebbe assolvere allo stesso compito del servizio militare in epoca post-unitaria: far sentire l’italiano e il lettone parte di uno stesso progetto.

Se gli europeisti volessero stravolgere la visione dell’Unione Europea autoritaria e tecnocrate dovrebbero sviluppare maggiormente quelli che attualmente sono solo dei presunti sentimenti e valori europei, soprattutto attraverso questo tipo di strumenti.

Potrebbero ad esempio potenziare il dispositivo al di fuori del percorso universitario, ed accompagnare la preoccupazione che anima le popolazioni di molti paesi europei attualmente in difficoltà riguardo l’emigrazione e all’esodo di massa dei loro giovani, oltre a favorire l’eliminazione delle cause di questo sradicamento.

Un Erasmus riservato ancora a pochi cittadini

Secondo la Commissione Europea il programma di mobilità dell’Unione Europea ha un effetto positivo sulla vita professionale e sull’identità culturale di chi lo fa. Non è un caso che l’europeismo sia più diffuso nei giovani, come dimostra la composizione dell’elettorato della Brexit.

Tuttavia sono ancora troppo pochi i giovani che partecipano a questi progetti. Solo l’1,7 per cento della popolazione dell’Unione Europea ha fatto l’Erasmus. Percentuale che sale al 3,7 per cento se si restringe il calcolo sul totale dei giovani.

Attualmente l’Erasmus è su base volontaria e legato al mondo degli studi universitari, che non sono accessibili a chiunque ma solo ad una élite di giovani che possono permettersi gli studi universitari e anche la permanenza in un altro paese, dato che le borse sono inferiori al fabbisogno dello studente in mobilità.

Insomma, non si tratta di una tappa obbligatoria della formazione del cittadino europeo. Attualmente il ventaglio di proposte di mobilità prevede anche lo SVE (Servizio Volontario Europeo), un nuovo Corpo europeo di solidarietà che offre ai giovani opportunità di lavoro o di volontariato, nel proprio paese o all’estero, nell’ambito di progetti destinati ad aiutare comunità o popolazioni in Europa.

Tenere in conto la storia e il tempo

Si può facilmente intuire che la distanza siderale esistente in termini di riferimenti culturali e linguistici tra i due giovani dell’esempio (l’italiano e il lettone), sarebbe ridotta se prendessimo l’esempio di un italiano e uno spagnolo.

Qualsiasi avvicinamento non sarebbe impensabile se si ponesse come obiettivo ideologico la condivisione di valori comuni. Decenni di scuola, televisione ed esercito non hanno forse fortemente avvicinato un siciliano e un friulano che avevano probabilmente la stessa distanza siderale esistente tra l’italiano e il lettone?

Un dèmos europeo o nazionale esiste?

Affermare che esista un dèmos europeo è quantomeno artificioso se si prende in considerazione quanto accaduto in Grecia, dimostrando la mancanza di solidarietà nei confronti dei nostri conterranei. Alla base di questa solidarietà vi è un comune sentire che deriva da storia e culture comuni? Vi è un’unità linguistica di riferimento? E’ necessario o è sufficiente il plurilinguismo delle istituzioni europee?

Il processo di costruzione europea è stato fino ad ora portata avanti da un baricentro franco-tedesco la cui attrattività economica ha reso difficile l’emergere di una lingua comune, data anche la persistenza dell’inglese come lingua di riferimento mondiale, tanto che in Erasmus è solitamente la lingua più parlata.

La storia e le culture comuni non sono mai state messe davvero al centro del progetto, per tre ordini di ragione.

La prima, una sostanziale schizofrenia e un doppio linguaggio storico e culturale.

La storia europea è un alternarsi di guerre tra stati e di imperi che vorrebbero portare la pace. L’UE è nata come un progetto garante della pace e degli interessi americani durante la Guerra Fredda ma continua a mantenere una politica neo-coloniale nei confronti dell’Africa del Nord. Una parte della sua cultura e della sua storia è condivisa con un Mediterraneo che viene visto come periferia dal quale proteggersi e non come luogo geografico in cui riscoprire una comunanza di valori.

L’educazione e la cultura hanno proposto negli ultimi decenni l’incontro di culture mentre le politiche nazionali ed europee ne hanno alimentato lo scontro o la loro completa irrilevanza.

La seconda ragione è che il progetto europeo è stato occupato ideologicamente dal neoliberismo che vuole tendenzialmente livellare le differenze culturali e le identità, quindi qualsiasi riflessione sulle radici culturali europee è stata censurata in nome della neutralità identitaria.

Infine lo stesso tipo di domande a proposito del dèmos non sorgono forse anche per lo Stato? L’opera unitaria è stata portata a termine, o si tratta sempre di un mescolarsi di sensibilità regionali che in comune hanno solo la lingua?

Attualmente è necessario un dèmos per fondare uno Stato? Nel nostro Stato esiste davvero un dèmos?

Passeggiando per le strade di una città del Mezzogiorno non ci accorgiamo che un napoletano ha una più stretta comunanza di pratiche, atteggiamenti e codici culturali con un catalano o con un tunisino che con un torinese?

 

Approfondimenti:
https://www.internazionale.it/notizie/jacopo-ottaviani/2019/04/03/europa-erasmus#

http://www.ilcorsaro.info/altrove-2/analisi-dei-dati-chi-ha-votato-per-la-brexit-e-cosa-significa-per-il-futuro.html

https://www.theguardian.com/world/2019/apr/01/europe-south-and-east-worry-more-about-emigration-than-immigration-poll?fbclid=IwAR3CeJHpmG6AfMvlh7LoalZkL7Mg-IFQUQlPxoszidoiIZ9sn3eUdAbSQmU

Categorie: Educazione, Giovani, Politica
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