Cambiamenti climatici: l’urlo delle giovani generazioni

16.04.2019 - Azione Nonviolenta

Cambiamenti climatici: l’urlo delle giovani generazioni
(Foto di Azione Nonviolenta)

La giornata del 15 marzo 2019 potrebbe diventare una data di partenza per la nascita di un movimento che ci rimette con i piedi per terra, tutti responsabili del futuro del pianeta e delle specie viventi che ospita, fra le quali anche noi umani.

E non possiamo che essere tutti d’accordo, anche quei sindacati che difendono fabbriche inqualificabili pur di preservare posti di lavoro, anche se tossici; anche i politici che hanno approvato l’installazione di aziende inquinanti, non possono che far finta di applaudire tutti questi ragazzi che improvvisamente sembrano essere diventati molto più coscienti dei loro padri e dei loro nonni sul pericolo incombente di una catastrofe climatico-ambientale. Catastrofe da mezzo secolo annunciata e ignorata, causata dalle emissioni degli idrocarburi in massima parte e da altri inquinanti responsabili dell’effetto serra, del conseguente costante aumento delle temperature medie sul globo e dello scioglimento dei ghiacciai che, a loro volta, provocano l’innalzamento del livello dei mari e l’erosione progressiva dei litorali, con la scomparsa di zone costiere e addirittura di piccole isole. Le terre e i mari sono inondati dalla plastica e da altri rifiuti. Ma se il mare non respira soffochiamo anche noi.

Sembra si sia innescata una catena inarrestabile, i cui effetti stanno già iniziando a verificarsi un po’ in tutto il pianeta, col moltiplicarsi dei fenomeni metereologici bizzarri e violenti, periodi di siccità alternati a catastrofiche alluvioni, cicloni e trombe d’aria. I giovani interrogano i potenti della Terra, ma anche ognuno di noi : quanto abbiamo fatto prima per evitare questa situazione drammatica?

Ma l’insorgere sul piano dell’impegno globale dei giovani e dei ragazzi è anche un avviso ai naviganti. Non si possono più eludere questi temi: il tema dei cambiamenti climatici è connesso alle guerre e alle migrazioni, alle fabbriche di armi e agli esperimenti distruttivi, alla robotizzazione del lavoro e al controllo sempre più capillare della vita delle persone, attraverso le telecamere diffuse, le nuove tecnologie, l’automazione e il rapporto che si trasferisce: non più da persona a persona , ma da persona a robot. Il tutto ad opera di una macchina capitalistico-finanziaria che, pur corrispondendo ai cognomi di poche decine di migliaia di famiglie in tutto il mondo, riesce a rastrellare oltre la metà dei possedimenti e del denaro di una popolazione di otto miliardi. E’ come se volessero continuare fino all’ultimo a spremere il pianeta, a sondarlo, trivellarlo, sconquassarlo, pur di aumentare la corsa al profitto, alla potenza finanziaria che diventa potenza politica e, in breve, rischia di diventare un potere assoluto. A quale folle scopo, se poi l’umanità si estingue? Ma chi insegue il profitto è dentro una macchina-azienda che produce un vortice inarrestabile e, come un militare in battaglia, si lava il cervello da ogni dubbio. Storie di ordinaria follia, come avrebbe detto Charles Bukowsky. Ma purtroppo assai più drammatiche di quelle che ci raccontava lo scrittore.

C’è un filo conduttore che ci sta portando a questa sempre più probabile catastrofe planetaria. E’ quello della predazione delle risorse della Terra, comprendendo fra queste anche quelle vegetali e animali e perfino quelle dei propri simili. La guerra, orrida opera che solo la specie umana è riuscita a mettere in scena, ha il marchio biblico dei discendenti di Caino e Abele, mentre la violenza in natura è lasciata alla catena alimentare, dove il carnivoro preda l’erbivoro, che a sua volta consuma i vegetali, ma pur sempre in un equilibrio, che significa sopravvivenza per ciascuna vita. Le lotte per il possesso del territorio, fra gli animali della stessa specie, hanno per lo più un carattere simbolico e raramente sfociano nel sangue.

L’uomo ha creduto, lungo l’asse della sua Storia, ma soprattutto nell’ultimo secolo e ancor più platealmente negli ultimi vent’anni, di potersi affrancare dall’abbraccio di una Natura che sentiva matrigna. Una ribellione esistenziale, intellettuale, artistica, con l’impeto di dimostrare che la casa Terra ci è stretta, che le potenzialità della nostra immaginazione sono infinite. Coi nostri veri drammi e le nostre vere passioni di esseri alla ricerca di se stessi. L’uomo ha creduto ciecamente nel progresso delle scienze e delle tecnologie, non tanto per quella passione di scoperta che accomuna ogni bambino, ma soprattutto perché ciò gli ha fatto credere di essere padrone della Terra e ha potuto utilizzare ogni nuova conoscenza applicata per accrescere la propria potenza, incurante del resto.

Quel che l’umanità, a partire da ciascun essere, è chiamata a superare e a trascendere, non è solo il sistema capitalistico che porta all’accumulazione della ricchezza in poche mani e allo sfruttamento di moltitudini, ma lo stesso sistema predatorio adottato dalla specie umana nei confronti della Natura, nell’assurdo rimosso collettivo di non esserne intima parte.

 Carlo Bellisai

Categorie: Ecologia ed Ambiente, Europa, Giovani, Opinioni
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