Novanta giorni e ancora nulla di fatto sul sequestro della cooperante italiana. E il suo non è un caso isolato.

Novanta giorni dal sequestro. Il 20 novembre 2018 Silvia Romano è stata rapita in Kenya nel villaggio di Chakama, a 80 chilometri da Malindi. Giorni in cui si sono alternate speranze, delusioni, silenzi e proclami che celavano una qualche certezza. Sembrava configurarsi come un rapimento lampo per la natura della banda composta da criminali comuni, almeno così la pensavano le autorità di polizia del Kenya. E invece si sta rivelando qualcosa di più. La polizia ha parlato l’ultima volta il 21 gennaio, spiegando di essere certa che Silvia fosse ancora in Kenya, dunque sarebbe ancora nascosta nella boscaglia del Tana River con la complicità della popolazione locale.

Domande senza risposta

Dopo 90 giorni tre sono le domande che inquietano: in Kenya si sta indagando? I criminali che l’hanno rapita hanno chiesto un riscatto? In Kenya si sta trattando per la liberazione della cooperante italiana? Le risposte possono essere date solo dalla polizia del Kenya e dalle autorità italiane. Entrambe, però, tacciono.

Ma ancora. I rumors di Nairobi, sempre più chiassosi, raccontano di inquirenti che non sanno bene cosa fare e dove cercare. È vero, sono solo rumors, ma quando diventano insistenti e ripetuti spesso si avvicinano alla realtà. Ci auguriamo di no.

Il ruolo dei clan

L’area dove Silvia sarebbe stata nascosta, 40 mila chilometri quadrati della valle del fiume Tana, è abitata da pastori e contadini; la polizia ha contato sulla collaborazione dei clan familiari che, evidentemente, hanno deciso di non rompere il silenzio, di non fornire informazioni che, con molta probabilità, sono in loro possesso. Clan familiari che, di fatto, governano quell’area e dove la polizia è vista come ostile. Rompere l’omertà che circonda i clan sarebbe distruttivo per i clan stessi.

L’impegno della polizia

Sempre il 21 gennaio scorso il comandante della polizia della regione costiera, Marcus Ochola, aveva anche evidenziato elementi di problematicità e criticità nelle ricerche. In primo luogo le condizioni climatiche e la morfologia dell’area del Tana River che non avrebbero favorito le ricerche. Non ci si può non chiedere cosa stia facendo la polizia e se stia facendo qualcosa di realmente concreto per la liberazione di Silvia Romano.

Si sa che le ricerche continuano e che nel centro operativo di Garsen (città sulle rive del fiume Tana) sono presenti anche i carabinieri del Ros e i servizi segreti italiani. Questo è un fatto positivo che può servire da stimolo alla polizia locale.

La strategia del silenzio

Ma tutti reclamano silenzio e riserbo. Lo chiede la famiglia. Nel rispettare questa volontà non sono state organizzate manifestazioni o fiaccolate per chiedere la liberazione della cooperante italiana. È stato rispettato, e giustamente, il sentimento di dolore della famiglia.

Silenzio e riserbo raccomandati anche dal nostro Ministero degli Esteri. Silenzio visto come strategia. Ma sarà la strategia giusta? O il rischio è quello di confinare nell’oblio una ragazza che è andata in Kenya con il sogno di essere utile a una popolazione che ha poco o nulla? Silvia Romano non può essere stata inghiottita dalla boscaglia del Tana River. Pensiamo che qualche risposta le autorità keniane e italiane la debbano dare.

Non solo Silvia

Come di Silvia, non si sa nulla del missionario Luigi Maccalli, rapito in Niger il 17 settembre 2018, quattro mesi fa. Non si conosce nemmeno la sorte di Luca Tacchetto e della sua amica canadese Edith Blais, scomparsi in Burkina Faso. Di loro non si sa più nulla dal 16 dicembre 2018, due mesi fa, non si sa nemmeno se siano stati rapiti. Fino ad ora nessuno ne ha rivendicato il sequestro.

Sui nostri connazionali rapiti in Africa è calato il silenzio, ma non vorremmo che si trasformasse in oblio.

https://www.agi.it/estero