Roma, la Casa delle donne ‘Lucha y Siesta’ a rischio chiusura: “Eliminarci faciliterà violenza”

07.02.2019 - Annalisa Ramundo - Agenzia DIRE

Roma, la Casa delle donne ‘Lucha y Siesta’ a rischio chiusura: “Eliminarci faciliterà violenza”

Atac ha messo in vendita lo stabile e ha chiesto alle attiviste di lasciare la casa entro pochi mesi.

“Il Comune si mobiliti e prenda una posizione per far vedere che la realtà di ‘Lucha y Siesta’ non può essere cancellata per questioni economiche che potrebbero essere risolte in altri modi. A un certo punto diventa una questione politica”. A parlare è Mara Bevilacqua, attivista della Casa delle Donne ‘Lucha y Siesta’, nata undici anni fa nella periferia Sud-Est di Roma in una palazzina di proprietà dell’Atac, trasformata in centro antiviolenza, casa-rifugio per donne e minori e spazio di aggregazione politico-sociale. Undici anni a rischio cancellazione, visto che Atac ha messo in vendita lo stabile e ha chiesto alle attiviste di lasciare la casa entro pochi mesi. Ma le donne di Lucha non ci stanno e si aprono alla città con un’assemblea pubblica convocata per mercoledì 20 febbraio.

“Togliere al quartiere e alla città di Roma questo spazio- spiega Bevilacqua- significa perdere l’esperienza stessa di Lucha, una storia e un insieme di pratiche femministe che vengono riconosciuti all’estero e studiati, anche con tesi di laurea. Ma, soprattutto, significa perdere un luogo fondamentale di contrasto alla violenza sulle donne“.

LE ATTIVITA’ DI LUCHA Y SIESTA

Un impegno che ‘Lucha Y Siesta’, nella sua attività di report ha tradotto in numeri, messi in evidenza nella campagna di comunicazione verso la città iniziata da ieri, anche sui social. Sono 1.200 le donne sostenute nel percorso di fuoriuscita dalla violenza di genere, con 300 minori; 140 le donne e 60 i minori che hanno trovato un alloggio sicuro in un undici stanze di accoglienza più due di emergenza; due giorni a settimana di sportello esterno e un telefono di reperibilità attivo h12; un giorno a settimana di sportello interno per la costruzione dei progetti individuali con le donne accolte nella struttura.

“Per le donne in uscita dalla violenza- aggiunge l’attivista- il Comune ha a disposizione 20 posti, Lucha ne ha 14, la Convenzione di Istanbul ne prevede 300, ci sono dei numeri che non tornano”. Il ruolo di Lucha non è in discussione, “visto che vengono accolte donne in carico ai servizi sociali del Comune proprio perché il nostro è un percorso riconosciuto”, ma è riconosciuto solo “a parole”, lamenta Bevilacqua, perché “non siamo ancora riuscite a metterci sedute davanti a sindaca e assessori”.

Silenzio letto come “un attacco” dal significato politico preciso: “derubare la popolazione di un centro di aggregazione politica e culturale, fare un atto politicamente deciso contro le donne che vogliono uscire dalla violenza, facilitandola”. “Il valore dello stabile scritto sul concordato- precisa Bevilacqua- è stato pagato e ripagato dai lavori che le donne hanno realizzato quando è stato occupato e versava in uno stato di totale abbandono. Abbiamo evitato che fosse il Comune a doversi occupare economicamente della ristrutturazione, se è ancora in piedi è perché è stato ricostruito in forma autogestita. In più, i servizi che ‘Lucha y Siesta’ ha erogato sono servizi non erogati dal Comune che, quindi, ha risparmiato”.

A contare però, ribadisce l’attivista, “è il riconoscimento dell’esperienza”, che negli anni ha prodotto progetti come ‘Al di là degli stereotipi’, avviato nel 2016 nei licei di Roma insieme a Zerocalcare, Rita Petruccioli e Carola Susani, che hanno costruito una serie di incontri con autrici e autori di fumetto e guidato un gruppo di giovani disegnatrici e disegnatori nella costruzione di fumetti ispirati alle esperienze di vita di alcune donne ospiti della casa. O ‘Fuori luogo’, rassegna pensata per approfondire e discutere da una prospettiva femminista e attraverso lo sguardo di grandi scrittrici, alcune tematiche di stringente attualità: dal corpo al potere, dalla maternità all’ambiente, dalla realtà agli universi infiniti.

Fino al progetto sartoria, nato grazie al percorso di Barbara, licenziata per motivi legati al fatto stesso di essere donna, e “simbolo di un contrasto alla violenza di genere in tutte le sue manifestazioni”. Storie di donne che aiutano altre donne. “Non abbiamo nessuna intenzione di mollare- conclude Bevilacqua- Ci stiamo attivando con interviste, eventi, cercheremo di andare verso la città per farci conoscere dalle realtà meno militanti. È arrivato il momento di far sentire la nostra voce in modo diverso. È arrivato il momento di strillare un po’ più forte”.

 

Categorie: Europa, Genere e femminismi
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