Perché tutti parlano delle elezioni in Congo

11.01.2019 - Angelo Ferrari

Perché tutti parlano delle elezioni in Congo
Una veduta della capitale Kinshasa (Foto di Vberger)

Perde il candidato del presidente uscente, ma chi vince ha un accordo con il vecchio regime.

Tornerà il caos nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc), oppure il paese si avvierà verso una stabilizzazione sperata dalla popolazione? I risultati elettorali e la proclamazione del vincitore, l’oppositore Felix Tschisekedi, non lo garantiscono. Il pericolo che il paese ripiombi nel caos è dietro l’angolo. Lo dimostrano le dichiarazioni di chi si è conteso la poltrona più alta del paese. Il delfino del presidente uscente, Joseph Kabila – che ha governato il paese dal 2001 dopo la morte del padre – Emmanuel Ramazani Shadary, ha subito riconosciuto la vittoria del suo rivale.

Il vero sconfitto dice di no

L’uomo che tutti i sondaggi davano per vincitore, Martin Fayulu – tycoon del petrolio, che ha aperto la strada alle compagnie francesi per lo sfruttamento dei giacimenti nella regione dei Grandi Laghi – ha lanciato le sue bordate. “Questo risultato non ha niente a che vedere con la verità delle urne. Il popolo del Congo è stato defraudato delle proprie elezioni e non accetterà mai una frode del genere. Tshisekedi dove ha preso 7 milioni di voti?”.

Il grande pasticcio

La proclamazione del vincitore è arrivata quando ancora non tutte le schede erano state scrutinate. Non solo. Una parte degli elettori voteranno solo a marzo, si tratta di 1,5 milioni di persone. Tutto sembra essere un grande pasticcio. Già prima che la commissione elettorale proclamasse il vincitore, l’Unione Africana ha riscontrato non poche irregolarità e il responsabile della missione, l’ex presidente del Mali Diacounda Traoré, ha auspicato che i risultati che verranno proclamati siano conformi al voto espresso dal popolo congolese.

Le denunce della Chiesa

La Chiesa Cattolica – la più rappresentativa della società civile – si è spinta più in là denunciando “gravi e diffuse irregolarità, visibilmente programmate”. Il vescovo di Kisangani, Marcel Utembi Tapa, è stato estremamente esplicito: se le elezioni non le vince Fayulu non sono valide. La Francia, attraverso il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian ha contestato l’esito elettorale: “Fayulu era in linea di massima il leader che doveva uscire da queste elezioni”.

L’accordo della vigilia

L’esito elettorale non sembrerebbe essere quello contenuto nelle urne ma, piuttosto, il frutto di un accordo politico-economico, stipulato alla vigilia del voto, tra Kabila e Tschisekedi. Quest’ultimo garantirebbe lo status quo e il delfino di Kabila, molato all’ultimo momento, non ha contestato l’esito delle presidenziali.

La Guerra Mondiale dell’Africa

Dietro questo pasticcio, tuttavia, c’è un paese che da anni soffre di guerre, più o meno violente; addirittura quella che ha portato al potere Desiré Kabila, padre del presidente uscente, è stata denominata la prima Guerra Mondiale d’Africa. In sette paesi africani si sono contesi pezzi di territorio. Le aeree di più intenso conflitto corrispondevano a quelle più ricche di risorse naturali. Una guerra che ha provocato più di 4 milioni di morti, la maggior parte per fame e non per armi da fuoco. Nel 2003, a guerra finita, le regioni del Nord Kivu e Sud Kivu di fatto appartenevano ad un altro stato, il Ruanda. Il prefissino telefonico internazionale di quell’area era quello del paese confinante, diverso da quello della capitale e alcuni tagli di banconote valevano in quell’area ma non a Kinshasa, la capitale, e viceversa. Non solo. Paesi come l’Uganda sono diventati improvvisamente esportatori di oro. Il Ruanda del preziosissimo coltan, che si trova solo in Congo. Per percorrere la strada che porta da Kinshasa e Kikiwit, circa 600 chilometri, nel 1993 ci volevano circa 8 ore, dieci anni dopo 15 giorni. Guerre, anche se a bassa intensità, continuano ancora oggi, ripercorrendo lo schema della Grande Guerra.

Ricchezze minerarie, insufficienze alimentari

L’Rdc è lo stato più ricco di risorse naturali dell’Africa, gli oltre 80 milioni di abitanti potrebbero vivere nel benessere, solo se i suoi governanti investissero le royalty ricavate dalle estrazioni minerarie nel paese. Invece no. L’economia del paese è tradizionalmente orientata alle esportazioni, fortemente dipendente dalle commodities primarie. I diamanti hanno sostituito rame e cobalto come principale voce delle esportazioni. Il cobalto, di cui è ricco il paese, finisce tutto nelle mani dei cinesi. I diamanti, oltre 22 milioni di carati, sono nelle mani delle multinazionali. Il coltan – estratto praticamente solo in Congo – prezioso per l’industria della telefonia mobile e per quella aerospaziale, è gestito dal Ruanda. Il Congo possiede la seconda foresta pluviale al mondo, da cui si ricava legname pregiato. L’autosufficienza alimentare in molte aree del paese è un miraggio. Le terre coltivate rappresentano solo il 4% del totale, nonostante il 75% della popolazione attiva si occupa di agricoltura, per lo più di sussistenza.

In Rdc si trova di tutto: legno, rame, cobalto, coltan, diamanti, oro, zinco, uranio, stagno, argento, carbone, manganese, tungsteno, cadmio e petrolio. Materie prime che fanno gola a mezzo mondo.

Nel segno di Mobutu

Sei mesi prima del voto Kabila ha innalzato dal 2% al 10% le royalty dovute dalle multinazionali, scatenando la protesta di queste ultime. Che il candidato Fayulu avesse assicurato, in caso di vittoria, di riportarle al 2%? Chissà. A nessuno interessa se vince questo o quest’altro, purché garantisca gli affari. E le affermazioni della Francia, così come quelle del Belgio che da potenza coloniale ha depredato il paese, appaiono visibilmente ipocrite. Quello che interessa davvero è l’enorme ricchezza custodita dal sottosuolo congolese. Quello che vi cammina sopra conta un po’ meno. E, del resto, questo è un vecchio adagio del dittatore Mobutu Sese Seko che in un’intervista a un quotidiano francese diceva: “Quello che c’è sotto terra è mio, quello che si muove sulla terra è mio, quello che c’è nelle acque è mio, quello che vola in cielo è mio”, l’intervistatore osservava: “Cosa rimane al popolo?”, e Mobutu divertito rispondeva: “Il multipartitismo”, diremmo noi la democrazia. Ma con questa non si mangia: il Pil pro-capite è di circa 450 dollari, uno tra i più bassi al mondo, e l’indice di sviluppo umano è 0,433 che colloca la Repubblica Democratica del Congo al 176esimo posto al mondo.

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Categorie: Africa, Opinioni, Politica
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