Brasile: le parole del presidente

08.12.2018 - São Paulo - Paolo D'Aprile

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Brasile: le parole del presidente
(Foto di R7)

Gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’Angelo della Storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta. (Walter Benjamin)

La minaccia è parte integrante del dire e del fare presidenziale. Sono innumerevoli le frasi contro persone singole o categorie intere: promesse di morte, tortura, esilio. Una su tutte: “le minoranze o si piegano alla volontà della maggioranza, o devono scomparire”. Scomparire in portoghese si dice “desaparecer”. Ieri è stato identificato il secondo cadavere dei 1045 che ancora restano senza nome. Cadavere. è un modo di dire. Pezzi di ossa, sufficienti per raccogliere materiale genetico per l’identificazione. Una trentina d’anni fa venne individuata in un cimitero di São Paulo una fossa clandestina. Una fossa comune con resti umani. Aluísio Palhano, sindacalista, scomparve nel 1971 quando venne catturato dall’esercito. Nessuno ne seppe più niente. Fino ad oggi l’esercito ha negato l’accesso ai documenti. Anzi, ha negato perfino la dittatura in sé. La chiama “movimento”, “rivoluzione”. Abbiamo ora una decina di ministri militari, generali e colonnelli agli ordini di un ex capitano eletto presidente della repubblica. Le minoranze o si piegano alla volontà della maggioranza o devono “desaparecer”. Povero Aluísio Palhano, di lui rimangono frammenti di ossa. Viene identificato quando mancano pochi giorni all’insediamento di un governo civile-militare democraticamente eletto.

Normalmente si dice “fatti non parole”. Io dico il contrario, voglio parole. Ma parole giuste. Il futuro presidente è molto chiaro nei suoi intenti: “non cederemo un centimetro in più di terra per le riserve indigene”.  “Gli indios sono come noi, non sono inferiori, hanno il diritto di integrarsi alla società e non continuare a vivere isolati nelle riserve come animali dello zoo. Non è possibile che novemila indios occupino uno spazio equivalente a un area grande il doppio dello stato di Rio de Janeiro”. Le parole presidenziali non sono mai state più chiare di così. Dichiarando l’uguaglianza degli indios al resto dei cittadini li si priva della tutela legale di cui solo in tempi recenti hanno potuto godere. In questo caso specifico si riferiva agli indios Yanomami, nel cuore della regione amazzonica. Esistono poi gruppi isolati che non hanno mai avuto contatti. Dichiarandoli “uguali a noi” , oltre che della loro identità, li si vuole privare della terra sulla quale le grandi imprese estrattiviste hanno già steso la mano pelosa. Insomma, con le parole, il neo presidente dà il via al genocidio.

Parole: in un comizio sbava così: “Non esiste questa storia dello stato che è laico. Noi siamo un paese cristiano e chi non è d’accordo se ne deve andare: Brasile sopra ogni cosa, Dio sopra ogni persona!”.  Per far vedere al mondo il suo amore per la democrazia, nomina un ministro dei diritti umani: Damares Alves. Militante evangelica, “pastore” del culto. La prima dichiarazione: “Le istituzioni dello stato sono impazzite, la chiesa di Dio deve occupare questo vuoto, la chiesa di Dio deve governare questo paese. Se la chiesa di Dio non agisce, il Signore verrà a riscuotere il suo debito”. Sull’aborto e sulle donne, quello che ha detto non lo voglio neanche scrivere che mi fa male. Ma è bene sapere che il sesso e l’orgasmo femminile sono una invenzione del PT il cui unico scopo è l’estinzione della razza umana. Sugli indios… peggio ancora. Bolsonaro, i suoi ministri e chi li sostiene, sono venuti per devastare non solo le istituzioni, ma la stessa convivenza civile.

Ieri a Salvador, un bue è scappato dal camion che lo portava al macello, nessuno è riuscito a fermarlo nella sua corsa pazza che lo portava verso il mare dove è scomparso tra le onde. Nessuno ha pensato al suicidio. Anzi. A Salvador sanno che chi muore in mare è sempre felice. Forse il bue ha visto in faccia l’Angelo della Storia di Walter Benjamin. Preferisco pensare che abbia ascoltato il canto di Iemajá, la Signora delle Acque e che si sia ricordato di quella stupenda canzone che ogni marinaio conosce a memoria: É doce morrer no mar, nas ondas verdes do mar è dolce morire in mare tra le onde verdi del mare.

Categorie: Cultura e Media, Opinioni, Politica, Popoli originari
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