L’uomo è predatore del mondo, ma la cultura può salvarci

11.09.2018 - Luca Cellini

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

L’uomo è predatore del mondo, ma la cultura può salvarci
(Foto di meteoweb)

Pare che la distruzione della specie umana sia scritta nella parte più antica del nostro cervello, strutturato per essere un “predatore del mondo”

Questo è ciò che emergerebbe da una ricerca condotta da Paolo Rognini, ricercatore dell’Università di Pisa (dipartimento di scienze politiche).

La ricerca è apparsa sulla rivista scientifica Biological Theory.

“Stiamo scoprendo che i nostri crani ospitano cervelli che danno ancora risposte ancestrali, non adattative all’era in cui viviamo”, cosi si esprime il ricercatore. “In pratica abbiamo alcuni comportamenti, residui di risposte arcaiche, che ci porteranno a distruggere il pianeta e, di conseguenza, noi stessi, realizzando così una versione del tutto inedita dell’evoluzione: l’autoestinzione di una specie”.

Per comprendere meglio, la ricerca considera il cervello un po’ come fosse un ‘software vestigiale’, un programma generato all’inizio della storia degli esseri umani utilissimo per sopravvivere alle condizioni svantaggiate in cui si è venuta a trovare a suo tempo la specie umana, ma che oggi non è più adatto a rispondere agli input di un ambiente completamente diverso. Un software per così dire “superato” che andrebbe quindi “aggiornato”, per non rischiare di portare la specie umana all’autoestinzione.

“Siamo portatori di un atteggiamento predatorio nei confronti del mondo che ci sta intorno”, aggiunge Rognini.

La buona notizia è che possiamo ancora intervenire. Sempre secondo la ricerca, aspettare che si configurino nuovi atteggiamenti e nuove attitudini verso la vita e il mondo grazie ai tempi scanditi dell’evoluzione sarebbe troppo tardi: “Non possiamo permetterci di aspettare 300.000 anni, solo modificando la nostra cultura riusciremo a non far scomparire la specie umana”.

Perciò soltanto la cultura potrà segnare una radicale inversione di tendenza. Alla luce di questa ricerca, mi viene di pensare che l’atteggiamento per così dire “predatorio” quello tanto caro alle politiche capitaliste e neoliberiste attuate ad esempio tramite il principio della competizione estrema, o con la ferrea “legge di mercato della domanda e dell’offerta” o ancora la predazione delle risorse, la depredazione di altri popoli o dei più deboli, chiamato anche sfruttamento, altro non sono che questo antico “principio predatorio” di cui parla la ricerca di Rognini. Alla luce di ciò, il Capitalismo, come altre volte sostenni, andrebbe chiamato “Predatorismo”.

Ora l’enorme problema che abbiamo, è che questo “principio predatorio” da aggiornare e rivedere al più presto, adesso è al potere, è stato fatto diventare addirittura, scienza esatta, (niente di meno esatto esistente al mondo) con l’economia e le “scienze economiche” appunto.

“Per milioni di anni l’uomo è rimasto soggetto al controllo dell’ambiente, come tutti gli altri animali, e solo dopo è divenuto trasformatore dell’ambiente e della materia divenendo un super-estrattore”, si legge nella ricerca, “se per anni siamo stati una specie rara, adesso la tendenza all’espansione potrebbe portare a un definitivo collasso, anche ecologico, entro pochi decenni. Per non parlare della nostra specie”.

Ecco, aggiungo, credo si debba comprendere rapidamente il bisogno vitale di abbandonare subito questo “principio predatorio” da una parte separarsene e/o compensarlo con la cultura, che non è solo quella dei libri e dello studio, ma anche quella umana dell’accoglienza, della solidarietà, della condivisione, della compassione compenetrazione delle sofferenze altrui. Dall’altra, togliere al più presto il potere a quella cultura predatoria spacciata per economia di mercato e alta finanza.

Possiamo ancora farlo, nessun destino è scritto, il cammino si fa solo camminando, non esiste un percorso già tracciato, non c’è un sentiero, il sentiero si fa andando…

Categorie: Cultura e Media, Europa
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