Tredici magliette rosse

11.07.2018 - Rocco Artifoni

Tredici magliette rosse

C’era una squadra intera di ragazzi. Undici titolari, una riserva e l’allenatore. Avevano deciso di andare a vedere la finale dei mondiali di calcio. Ma non sapevano in quale stadio si sarebbe giocato. Così decisero di partire, con un po’ d’incoscienza e molta passione. Tutti a bordo di un gommone. Tutti con la maglietta rossa della squadra. L’allenatore si è messo al timone. All’ingresso del molo di partenza hanno lasciato le biciclette. E via a solcare le onde.

Passa un giorno, una notte e poi un altro giorno. I famigliari e gli amici cominciano a preoccuparsi. Ma dove saranno andati? Sul gommone i viveri sono già finiti. Ma dov’è questo stadio? C’è solo acqua all’orizzonte. Nel frattempo l’allarme è scattato. Tutti si mobilitano per cercarli. Più il tempo passa e più la preoccupazione sale come le onde del mare. L’allenatore comincia a capire di aver sbagliato. Ha assecondato la passione dei suoi giocatori, ma in quel caso avrebbe fatto bene a dire di no. Ma adesso è tardi. Bisogna tenere alto il morale. Dare l’esempio. Distribuire il poco cibo rimasto. E poi meditare e pregare. E guardare l’orizzonte nella speranza che qualcuno si sia accorto della loro assenza. Intanto tutto il mondo è stato informato della loro partenza.

Gli organizzatori del mondiale di calcio li hanno invitati ufficialmente. Li stanno aspettando per la finale. Tutti si sono mobilitati per salvarli: ci sono le motovedette, le navi militari, le imbarcazioni delle organizzazioni non governative, i pescherecci, i subacquei, i sottomarini, gli elicotteri, gli aerei, le mongolfiere, i satelliti e persino la stazione spaziale internazionale. Tutti gli occhi e i radar sono puntati alla ricerca del gommone disperso tra le acque del mare. Passano i giorni e arriva la fame e soprattutto la sete. A calcio non si può giocare sul gommone. E allora l’allenatore chiede di ripassare gli schemi di gioco. Mentalmente, per evitare che il pensiero si perda nel caos. Si gioca a memoria: passa, crossa, tira, goal. Ormai il punteggio è stratosferico: si è perso il conto dei goal segnati. Certo, le autoreti non si dimenticano, soprattutto nella mente dell’allenatore. A questo punto si presenta all’orizzonte un nuovo avversario: il maltempo. Le onde aumentano, il cielo si fa scuro. Anche le ricerche subiscono uno stop. Nel frattempo uno dei soccorritori muore. Nessuno protesta o solleva dubbi. La solidarietà fa parte della vita e comporta qualche rischio: si può anche morire. E si può morire anche per essere saliti su un gommone.

Finalmente i soccorritori li avvistano. I corpi sotto le 13 magliette rosse erano arrivati allo stremo delle forze. Ma la squadra si è fatta forza, come ogni vera squadra che non lascia mai nessuno indietro o fuori dal gioco. Arriva l’acqua, il cibo, il dottore. Con fatica 4 alla volta vengono recuperati. Lo schema di gioco è anomalo: 4+4+5. Ma funziona. L’allenatore chiede scusa per questa strana partita che sarebbe stato meglio non giocare. Tra l’altro l’allenatore non è dello stesso paese dei 12 giovani calciatori: è un profugo di un altro paese dove non si poteva giocare. Tutto il modo applaude i soccorritori, i 12 calciatori e soprattutto l’allenatore. Al fatto che quest’ultimo fosse uno straniero nessuno ha fatto caso. Anche lui indossava la maglietta rossa della squadra. Anche lui appartiene alla stessa squadra umana. Anche per lui un soccorritore è morto. Anche per lui tutto il mondo si è mobilitato. Tutti i tifosi di ogni paese hanno applaudito in ogni stadio del mondo. D’ora in poi sappiamo che tutti faranno il possibile per salvare tutte le magliette rosse che attraversano terre e mari. Perché sotto le magliette batte un cuore che pompa un sangue dello stesso colore rosso.

A questo punto mi sono svegliato dal sogno…

 

Categorie: Europa, Non discriminazione
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