Noi e loro: la politica della paura

13.07.2018 - Tobia Savoca

Noi e loro: la politica della paura
(Foto di https://www.corriere.it/foto-gallery/politica/17_febbraio_03/selfie-salvini-poster-indiani-maglia-trump-l-ironia-social-e95023e6-ea07-11e6-a07b-65e8492406d6.shtml)

«La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio; l’odio conduce alla sofferenza» Maestro Yoda

Nel discorso politico di oggi, sempre più assimilabile al tifo da stadio o alla propaganda militare, difficilmente riusciamo a mettere a fuoco le dichiarazioni dei capi politici per comprendere gli obiettivi e le reazioni che tendono a suscitare. Questo campo è stato studiato dalla psicologia politica che ha scoperto perché la cosiddetta “politica della paura” riesce a guadagnare sempre più sostenitori, svelando quali siano gli interessi elettorali, e i valori in gioco posti dietro il conflitto politico attuale.
Per “politica della paura” si intende la politica che mira ad agitare volutamente dei fenomeni, narrati come problemi, che minerebbero la sicurezza e il benessere della popolazione su base nazionale. Che si tratti di sostituzione etnica, concorrenza di manodopera straniera, pericolo di infiltrazione terrorismo, migrazioni di continenti interi, la retorica contro il presunto “diverso” agita talvolta spettri infondati.

Vi starete chiedendo come mai siamo ancora capaci di mettere in secondo piano diritti umani e libertà, lasciando che l’egoismo e l’odio siano le direttrici della politica mondiale odierna. In un mondo in cui siamo sempre connessi agli altri, mai come oggi, paradossalmente sentiamo un crescente bisogno di innalzare barriere, come mostrato dalla cartina. In un mondo sempre più veloce che ci costringe a sradicarci dalla propria casa per spostarci alla ricerca di lavoro, la nostra identità viene messa in discussione, e nella babele di informazioni che ci colpiscono continuamente, diviene sempre più difficile essere empatici con il prossimo. Questi ultimi due elementi determinati dalla globalizzazione si rivelano fondamentali nel creare il terreno su cui può attecchire la politica della paura.

Vedremo quindi perché, da un punto di vista clinico-scientifico, la politica della paura vince sulla razionalità facendo leva sui nostri istinti, in seguito cercheremo di capire perché la politica della paura, legata alla crisi di identità, attecchisce in periodo di crisi facendo leva sul bisogno di appartenenza.

L’efficacia della politica della paura ha origini antropologiche: tocca le corde della nostra specie e della nostra evoluzione sfruttando meccanismi primordiali che trascendono luoghi e periodi storici.
La politica della paura fa infatti perno su un riflesso che non coinvolge la razionalità, bensì l’amigdala. “I nostri organi di senso (vista, udito, olfatto..) ricevono dall’ambiente informazioni che segnalano la presenza o la possibilità di un pericolo: ad esempio un serpente o qualcosa che gli assomiglia. Tali informazioni raggiungono l’amigdala attraverso percorsi diretti[…] (1) innescando così una risposta meramente emotiva. Questo percorso consente di rispondere a stimoli potenzialmente pericolosi, prima di sapere esattamente cosa siano”. “Meglio trattare un bastone come un serpente, che accorgersi troppo tardi che il bastone in realtà è un serpente” J. LeDoux.

La riflessione è successiva. La paura è un’emozione primitiva essenziale per la sopravvivenza, che per salvarci da un presunto pericolo ci spinge a reagire prima ancora di pensare.
Secondo l’articolo di Giovanni Sabato nella rivista Mind “c’è chi vede questi meccanismi inscritti nell’architettura stessa del cervello, il “centro della paura”, che invia una profusione di connessioni alla neocorteccia, sede dei pensieri più ponderati, mentre i collegamenti in senso inverso sono molti meno. Perciò la paura si impone così facilmente sulla ragione, mentre controllarla razionalmente è così faticoso e funziona solo in parte”.

Nonostante vi sia chi sostiene che in politica i meccanismi non siano legati alla paura ma all’ansia, che sfrutterebbe l’incertezza dettata da immigrazione, disoccupazione, terrorismo, crisi, il principio fondamentale di questa politica resterebbe immutato: scatenare un’emozione indotta proponendo immagini negative, per presentarsi come i risolutori.

Secondo gli studi portati avanti dalle ricerche di psicologia politica questa strategia funzionerebbe con maggior efficacia lì dove vi sono bassi livelli di istruzione.
Riuscire a smontare e de-costruire la paura indotta, è un’operazione che richiede investimenti in educazione e che richiede il tempo dell’educazione di nuove generazioni.
“No! Non diverso! Solo diverso in tua mente. Devi disimparare ciò che hai imparato!” disse il maestro Yoda a Luke. Intanto la psicosi collettiva infragilisce le menti e trasforma la società, le sue pulsioni e i suoi bisogni.

Per capire come si è arrivati a tutto questo, intanto occorre ricercare gli elementi che collegano globalizzazione e crisi d’identità.
La globalizzazione ha ridotto la percezione dello spazio, e nella velocità dei flussi si perdono riflessione e ponderazione.
Da un punto di vista umano essa ha aumentato la quantità e il ritmo dei flussi umani ed ha provocato una crisi di identità che Paul Mason (2), prendendo come esempio una piccola cittadina inglese, descrive così: “Il neoliberismo ha sostituito i vecchi principi di collaborazione e coesione con un racconto i cui protagonisti sono gli individui. Persone astratte con diritti astratti: il cartellino sull’uniforme era solo a beneficio del cliente o del capo, non serviva a esprimere un’identità. I lavoratori delle comunità sconfitte e abbandonate si sono aggrappati a ciò che rimaneva della loro identità collettiva. Ma dal momento che la loro utopia trainante, il socialismo, era stata dichiarata impossibile da chiunque tranne che dai partiti socialisti, essi hanno iniziato a fondare la propria identità su ciò che restava loro: l’accento, il luogo, la famiglia e l’etnia.”

E da siciliano, vale la pena ricordare quanto la “famiglia” abbia rappresentato l’àncora di salvataggio dei meridionali in cerca di giustizia e lavoro, in mancanza di uno stato. Ai siciliani avendo tolto tutto, non è rimasto altro che fondare la propria identità, la loro società, sulle uniche cose che si pretende che non possano essere tolte: onore e famiglia.

La politica della paura soffia costantemente su questo ardente bisogno di appartenenza, riproponendo i vecchi richiami mitologici del sangue, del territorio nazionale, del maschio bianco, avendo chiaro un progetto identitario e raccogliendo i delusi e gli emarginati dal benessere, che la sinistra non è riuscita a realizzare minimamente.

D’altro canto la sinistra liberale ha narrato il mito dell’universalismo che alimenta e non risolve questa crisi d’identità. Baumeister e Leary (1995) hanno studiato il bisogno di appartenenza come bisogno universale, dotato di aspetti affettivi da non disprezzare e capace di procurare sofferenza quando non soddisfatto.
Nell’idea di uniti nella diversità, l’universalismo della pseudo-sinistra ha raccontato agli individui che le proprie peculiarità, la propria identità sono uguali a quelle degli altri, senza spiegare sufficientemente che, per uguale, non si intende senza differenze, ma di ugual diritto. Questa ambiguità, mal raccontata cozza con l’atavico bisogno di appartenenza dell’individuo che si identifica nei valori, simboli e rituali di una comunità. Così adesso c’è chi, nel discorso fondativo di un nuovo corso, si presenta come il “padre” di una famiglia di figli disorientati in cerca di identità(3).

Ora, sicuramente la crisi economica è un fattore decisivo per l’efficacia della strategia della paura, come lo dimostrano gli studi sulla proporzionalità tra voti dati ai partiti di estrema sinistra e destra durante gli anni’30 in Germania, alternata a periodi di diminuzione degli stessi nel periodo di ripresa che precede il crollo del’29, pur se posteriore alle rivendicazioni internazionali dei Trattati di Versailles.
Ma, come mai, l’identità si sente minacciata in periodo di crisi, e non durante un periodo di benessere economico? Perché cerchiamo di ridefinire i criteri della nostra società soltanto allo scatenarsi della crisi economica, pur avendo un numero totale di immigrati più o meno costante nel periodo antecedente e posteriore alla stessa? I soldi e il benessere corrompono la nostra identità oppure scopriamo quanto essa sia importante soltanto quando ci stiamo impoverendo?

Intanto si potrebbe affermare che, come detto sopra, l’identità, l’onore e il bisogno di appartenenza siano tutto ciò che resta ad una persona a cui è stato tolto qualcosa. Ma non basta. Di fronte ad un’espropriazione, ad un fallimento, alla negazione di futuro possiamo reagire in due modi.

Il primo modo di reagire è infatti il più semplice. Possiamo mettere la testa sotto la sabbia e individuare in coloro che sono già ultimi, l’alibi dei nostri fallimenti, la causa dei nostri mali. La nostra identità diventa così l’elemento più rilevante, perché é l’unica cosa che ci rimane nel momento in cui rischiamo di perdere la nostra posizione sociale, o la libertà di vivere dignitosamente.
La politica della paura scatena quel bisogno di appartenenza frustrato dalla globalizzazione, evidenziando l’ importanza di ciò che ci distingue da coloro che consideriamo gli ultimi e che rischiamo di raggiungere in basso alla “piramide sociale”: l’identità di essere italiani, bianchi, non troppo poveri, quindi ricchi, educati, buoni e lavoratori.
Così ci definiamo, dando importanza a come ci vediamo idealmente rispetto alla realtà, non ci resta che sentirci più forti puntando il dito contro il debole, per issarci un attimo sopra qualcuno e sentirci un po’ meglio.

Questo meccanismo non è altro che la teoria del “capro espiatorio”, studiata ed elaborata da René Girard, secondo la quale, gli individui e le società scaricano la responsabilità e le colpe su degli outsider, dei capri espiatori, la cui eliminazione riconcilia gli antagonisti riportando l’unità. La redenzione dalle colpe di una cattiva gestione personale e collettiva della politica viene fatta attraverso il sacrificio redentore degli ultimi. Su scala diversa è un po’ quello che accade nel caso del bullismo. Proiettando nei difetti del più debole, le proprie debolezze il bullo rafforza la propria immagine all’interno del gruppo e l’immagine del gruppo stesso. Ognuno si sentirà più al sicuro di far parte di un gruppo che incarna le proprie caratteristiche ed elimina gli elementi di differenza.
Il terrore di ogni membro di subire la stessa fine dell’escluso, pur somigliandovi, lo porterà a “farsi amico” il bullo e a simularne imitandone i comportamenti. Egli ne diventa inconsapevolmente complice.

Lasciando stare in questa sede gli argomenti che spiegano che la nazione non è altro che un mito, una costruzione sociale e politica dell’Ottocento (4), a questo punto, se proprio non riuscissimo davvero ad uscire dall’idea che ci sia un gruppo, un “noi” e un “loro”, allora potremmo scegliere un criterio diverso che definisca il “noi”.
Potremmo definire “noi” come i belli, e “loro” i brutti, oppure noi gli intelligenti e loro gli stupidi. Prendercela con i brutti e con gli stupidi ci farà sentire meglio e sarebbe facile, ma alla lunga dubito che risolverebbe i nostri problemi.
Ma intanto è quello che stiamo facendo, giustificando il tutto con teorie darwiniste della legge del più forte, raccontando che la società umana sia retta dagli stessi principi del mondo animale. Peccato che queste teorie, oltre usate a sproposito in quanto strumentali, siano anche scientificamente false, dato che l’uomo, in quanto mammifero, è l’essere con il più alto tasso di inclusione del malato e del diverso attraverso le cosiddette cure parentali.

In effetti scegliere come criterio di “diverso” colui che è ricco, vigliacco, corrotto e che evade, potrebbe anche significare puntare il dito contro uno specchio; scegliamo quindi volutamente di mettere nel contenitore di “diverso” ciò che non vogliamo essere e ciò che temiamo di più essere: poveri, ultimi, senza nulla da perdere, emigrati, ma in fondo è tutto ciò che siamo e non abbiamo il coraggio di raccontarcelo.
Quale sarebbe quel gruppo che esalta come caratteristiche proprie, persino dell’italianità, la povertà, la disperazione che ti porta in molti casi ad andare via? La memoria delle nostre emigrazioni è fin troppo corta, e quando rievocata, viene fatta con toni agiografici di chi descrive i nostri avi come gente seria che si è dovuta sudare tutto, di fronte ai migranti di oggi, scansafatiche a cui tutto è dovuto.

Se scegliamo invece come criterio di definizione del “loro”, non quello del “povero”, del “non italiano” ma quello di scoprire chi siano i responsabili della crisi e del peggioramento della nostra situazione, il quadro si fa inquietante.

Il secondo modo di reagire infatti consiste nel cercare di riprenderci quel che ci è stato tolto da chi ne è il responsabile; ci vuole una buona dose di coraggio nel dire e dirsi la verità, nel guardarsi bene allo specchio e chiedersi cosa ho fatto per evitare questo, oppure cosa posso fare oggi per riprendermi quanto ci è stato tolto. E ci vuole ancora più coraggio nel riconoscere i veri responsabili della situazione. Mettere in discussione se stessi e quello che è stato il nostro modo di essere, persino le responsabilità di chi ci ha preceduto, della nostra famiglia, chiedendosi se i nostri hanno fatto il loro dovere, se hanno pagato le tasse, se si sono opposti quando dovevano farlo, se hanno scelto il proprio tornaconto quando questo cozzava con l’interessa generale.

Chi ha abbastanza coraggio nell’identificare i responsabili dell’attuale situazione nella politica di favore alle banche, nella corruzione e nell’illegalità diffusa a tutti i livelli, negli imprenditori che sfruttano il lavoratore precario o stagista?
Chi ha abbastanza lucidità da definire come responsabili coloro che hanno fatto sentire la nostra generazione come inadatti al mondo, di non essere all’altezza di lavorare, e quindi di dovere necessariamente vivere uno status di apprendista perpetuo fino ai 40 anni e oltre, fino a quando non si potranno ereditare i benefici di una fantomatica “gavetta”?
Chi si sente abbastanza onesto nell’individuare nei responsabili coloro che, compreso la generazione dei nostri genitori, ci ha raccontato che non eravamo all’altezza di avere una responsabilità, al punto che a loro abbiamo affidato quella politica, insieme alla nostra indipendenza economica?
E chi ha abbastanza senso della verità per affermare che responsabili di uno stato spendaccione, oltre alla politica, vi sono milioni di evasori che ci hanno, con il loro egoismo, tolto servizi, opportunità e investimenti?

Basterebbe un briciolo di quel facile coraggio usato quotidianamente dietro le nostre tastiere per affermare che il criterio che stabilisce il “noi” e il “loro” dovrebbe essere quello dello sfruttamento, sotto ogni sua forma: il rider di Foodora, l’impiegato controllato di Amazon, lo stagista in nero o pagato in voucher presso il libero professionista, l’operaio della fabbrica Whirpool che delocalizza per colpa di una fantomatica crisi che si racconta per coprire i miliardi di dividendi guadagnati dai consiglieri d’amministrazione della stessa azienda.

Il dito andrebbe quindi puntato contro il datore di lavoro che ti tiene in continuo ricatto, contro il politico corrotto che ha preferito qualcun altro a te, o a cui hai chiesto un favore per preferire te a qualcun altro, contro il padre tuo o del tuo amico che ha evaso il fisco, pretendendo dal politico che vota un comportamento più virtuoso del proprio.

Insomma significherebbe in molti casi mettersi contro i propri padri, i propri amici, o noi stessi che, oberati dal peso del dovere di riuscire a tutti i costi, e sfruttati da qualcuno, abbiamo invece scatenato volentieri le nostre frustrazioni contro chi sta sotto di noi, evadendo, corrompendo o umiliandolo.

Un’esame di coscienza è quindi l’ostacolo posto davanti ad un futuro migliore. Una presa d’atto sulle nostre responsabilità sarebbe la ruspa che sfonda le mura della complicità su cui abbiamo costruito la nostra pseudo-sicurezza minacciata dalla concorrenza migrante e più in generale dell’Altro.

Invece di procedere a questa analisi, intanto scegliamo la prima reazione, la via più comoda e facile, quella che consiste nel serrare i ranghi e attaccare colui che è stato definito diverso da chi ha paura di diventare povero, con criteri identitari, comunitari, di gruppo. Accettiamo la guerra tra poveri perché in quella contro i ricchi non ci crediamo. Ecco perché la politica della paura attecchisce in periodi di crisi: come una vera scorciatoia mentale collettiva, essa permette di auto-assolverci dalle nostre responsabilità, di evitare il confronto con noi stessi, rendendo impossibile il confronto con l’Altro.

 

Link utili e approfondimenti:

(1)http://www.stateofmind.it/2017/06/amigdala-percezione-paura
(2) https://www.linkiesta.it/it/article/2017/06/20/paul-mason-questa-globalizzazione-crollera-loccidente-sta-vivendo-la-s/34645/
(3) https://www.internazionale.it/bloc-notes/christian-raimo/2018/07/03/salvini-pontida
(4) https://www.internazionale.it/video/2018/03/07/identita-nazionale-invenzione

http://www.stateofmind.it/2016/01/psicologia-politica-voto/

http://www.stateofmind.it/2015/04/bisogno-appartenenza/

http://www.stateofmind.it/2018/04/partito-democratico-psicologia/

http://www.stateofmind.it/2016/01/psicologia-politica-voto/

http://www.stateofmind.it/2015/04/bisogno-appartenenza/

Categorie: Cultura e Media, Diritti Umani, Diversità, Politica
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