Come insegnare i valori dell’antifascismo?

07.02.2018 - Tobia Savoca

Come insegnare i valori dell’antifascismo?
(Foto di wikipedia.org)

Per me ormai è l’unica vera questione, quella del risorgere del fascismo. Sarà pure un’ossessione, come spesso si critica a chi è convintamente antifascista, ma a me invece sembra l’unica priorità, l’unica cosa che conta. Da insegnante e da cittadino penso che abbiamo già fallito. Non abbiamo saputo, e non hanno (le generazioni precedenti) saputo trasmettere i valori dell’antifascismo. Gente vicina, familiari, amici che sembrano ormai completamente fagocitati dalle logiche e dagli schemi proposti dalla tv e dai social. Sempre e solo due tifoserie, sorde a quello che è la motivazione avversa, e cieche a una realtà sublimata dalle percezioni paurose e ansiogene dei media.

Era facile, per quei pochi attenti alle parole dell’insegnante e che avevano uno spirito critico sufficiente, capire che la crisi genera paura e la risposta alla paura è l’ordine. Ma quando la paura la vivono e nella crisi ci sono dentro, una parte delle persone che ascoltavano quei discorsi, e che erano pronte a ripetere quelle lezioni con distacco, adesso si ritrovano a non sapere riconoscere cosa può essere il fascismo. Inoltre si sentono persino irritati quando, trovandosi d’accordo con le affermazioni di certi politicanti xenofobi, non riuscendo a capire cosa sia fascista e xenofobo e cosa non lo sia, danno del “buonista” a chi invece, a torto o a ragione, gli fa notare che certi comportamenti lo sono.

Ma oggi che mi ritrovo dalla parte dell’insegnante, non posso affrontare questo problema senza analizzare con gli alunni le cause di questo rigurgito nero che sta inondando e che inonderà il mondo. Quando leggi i commenti alle pagine di Salvini, gli articoli di Libero o ascolti per 30 secondi le cafonate in tv, ti rendi conto che non c’è soluzione. Fra qualche giorno inizierò a spiegare il fascismo in classe e mi sono fatto varie domande.

A cosa serve insegnare il fascismo, ripercorrere il torpore che abbracciò una classe politica e un popolo tutto intero, e che lo portò all’inazione di fronte alla violenza volontarista di un gruppo di persone armate di odio, odio e ignoranza, se oggi non siamo disposti a smuovere il nostro culo dalla sedia per una manifestazione, troppo fieri di aver fatto il nostro dovere con un like?

A cosa serve spiegare che un personaggio come Mussolini scatenò violenze in tutta Italia, agitando le paure e le angosce delle persone, con lo scopo di presentarsi come il pacificatore, seguito dai conservatori liberali italiani che pensavano di sfruttarne l’ascesa, se oggi quell’avvoltoio di Salvini fomenta da anni odio contro gli immigrati e parla di voler pacificare un paese afflitto “da uno scontro sociale”, che è stato proiettato da lui e da una classe politica (PD, M5S, FI etc), troppo opportunista per non cavalcare quest’idea nella speranza di racimolare i voti degli impauriti?

A cosa serve insegnare che il fascismo voleva rompere, stravolgere gli accordi di una “vittoria mutilata”, e la Germania di Hitler voleva rompere con i Trattati di Versailles, che tanto somigliano, nell’idea diffusa dai media a delle prese in giro, ai trattati europei e al Fiscal compact di oggi?

A cosa serve spiegare che dietro l’azione di puntare il dito contro un gruppo di persone (ebrei, musulmani o migranti) c’è sempre la volontà di nascondere, più o meno inconsciamente, il fallimento non solo di una classe politica, ma di una comunità di persone che quella classe politica hanno il diritto di scegliere e il dovere di sorvegliare?

A cosa serve insegnare il fascismo se l’Italia, secondo l’Ocse, risulta al primo posto nella classifica degli analfabeti funzionali, ovvero è formata per metà da persone che non sanno leggere tra le righe, senza cadere nel complottismo, e non hanno nemmeno il primo grado di lettura di un documento?

A cosa serve insegnare il fascismo, se poi sento ripetere da persone che sono mie coetanee, o addirittura da gente più grande di me, i cui padri hanno vissuto quell’epoca, che c’è un problema immigrazione e c’è un problema sicurezza, senza capire che questi “problemi” non sono altro che lo specchietto per le allodole per nascondere le cause e i responsabili di queste crisi?

A cosa serve spiegare che in quel periodo l’insofferenza per la democrazia era tale, che ci si affidò ad un capo perché la politica non era capace di dare delle risposte, se da anni l’uomo “qualunque” si sente frustrato dall’impossibilità di incidere nelle sorti del proprio paese e della propria persona per delle ragioni secondo lui appartenenti alla volontà di quelli che definisce come “poteri forti” che tirerebbero le fila del mondo?

Le risposte a questi interrogativi sono in parte implicitamente contenute nelle domande: la corrispondenza tra passato e presente è evidente, nonostante la storia presenti sempre delle peculiarità irripetibili. Sarà tanto facile quanto ovvio intuire che l’abbozzo di risposta sta nel senso dell’insegnare la storia, nel senso che ha l’educazione alla storia. Ma un’educazione che porti alla mera consapevolezza del passato per, come si dice spesso, non ripetere gli errori del futuro, rimane vacua accademia se non è seguita dall’azione, dall’impegno. L’educazione che vuole essere efficace deve tendere all’azione, all’esempio.

È l’azione che permette di combattere un problema la cui consapevolezza fine a se stessa ci lascerebbe vigliaccamente paralizzati al pensiero, come in un sonno cosciente. È l’impegno, che ci libera dal considerare noi stessi come parte del problema e non della soluzione. È quello sforzo che diventa entusiasmo (nel senso etimologico del termine) che permette di migliorarci ed infondere fiducia nel prossimo.

E non mi rivolgo ai signori “qualunque” che scambiano l’azione con la violenza, l’impegno con il “trionfo della volontà” degli stati totalitari. Mi rivolgo a coloro che hanno la presunzione di spacciare per verità le informazioni cercate e incollate da internet e che dovrebbero abbandonarsi ad una lucida ricerca critica del sapere se hanno perso il treno dell’educazione scolastica. E che a questo aggiungano il coraggio di agire pacificamente. Solo così la conoscenza diventa potere.

Quelli che temo dunque, non sono i simpatizzanti di vecchie ideologie battute dalla storia, ma quelli che, senza alcuno spirito critico, non percepiscono quale sia il problema e quale sia la questione.

Non è Salvini che mi fa paura, ma il resto della classe politica, a lui alleata, o sua avversaria, che preferisce seguire la logica della sicurezza come risposta alla crisi economica piuttosto che quella dei modi e delle problematiche legate all’accoglienza, e le priorità davanti ad una crisi economica.

Non mi fa paura quel terrorista che ha sparato a Macerata, ma quello che non stiamo facendo per evitare che questa ondata di merda nera torni.

Categorie: Cultura e Media, Europa
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