Il grido silenzioso dell’Honduras

24.12.2017 - Washington DC - InfoAméricas

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Il grido silenzioso dell’Honduras

di Patricio Zamorano

Mentre l’autorità elettorale honduregna la scorsa domenica 17 ha accanitamente legittimato la frode delle presidenziali di novembre, l’ OSA (Organizzazione degli Stati Americani) chiede ora un nuove elezioni.

Il problema dell’Honduras non è solo rappresentato dai gravissimi fatti di questa settimana e di questo decennio. Il reale, drammatico problema dell’Honduras è il terribile vuoto di comunicazione nel quale è precipitato davanti al resto del pianeta. Il paese con più morti violente per 100 mila abitanti del mondo, grande centro di traffico di droga davanti al naso di una delle basi militari statunitensi più grandi del Centro America, unico paese che nel nuovo secolo ha subito un colpo di stato – riuscito – nel miglior stile tradizionale degli anni ’70, e che inoltre, nelle ultime due elezioni, ha sofferto di una frode elettorale sistematica, sembra affogare nella quasi totale indifferenza della comunità internazionale.

Sembrerebbe che il paese sia alla totale deriva, senza alcun gesto concreto di riforma istituzionale realmente costruttiva stimolata dal suo padrino forzato, gli Stati Uniti.

La OSA ammette l’esistenza di irregolarità elettorali

L’Honduras ha la parola “scandalo” stampata in ogni angolo della sua malconcia istituzionalità. Una catena di eventi che richiederebbe centinaia di pagine: tutto inizia con le recenti elezioni, in cui organismi come l’OSA hanno elencato un’enorme quantità di irregolarità nel conteggio elettorale. Prima, il candidato Salvador Nasralla vinceva per 5 punti, e poi, dopo sorprendenti interruzioni del sistema computazionale e del conteggio elettorale, il presidente di fatto Juan Orlando Hernandez risultava vincente per 40.000 voti. Il caso di Hernandez rasenta la farsa: dopo l’enorme scandalo in cui è caduta la sua presidenza, è apparso dietro le telecamere annunciando il suo trionfo ed evidenziando l’“impeccabile” processo. Impressionante, in verità.

E’ comune sentire, da parte di rilevanti personaggi della politica honduregna, come si dia per certo che nelle precedenti elezioni i verbali elettorali siano stati manipolati in modo diretto; suffragio che (se tutte queste denunce sono vere) è stato effettivamente vinto da Xiomara Castro. Lo dicono così, apertamente, certo senza una base giuridica concreta. Si tratta di voci di corridoio. Ma ora, alle ultime elezioni, i rumori sono tornati con maggior forza, fino a diventare fatti concreti che persino l’OSA non ha potuto ignorare. Il modus operandi anche questa volta è stato simile, davanti agli occhi della nutrita presenza di osservazioni elettorali: ritardo cronico del conteggio, interruzione improvvisa del sistema computerizzato, risultati opposti a quelli che il conteggio parziale stava mostrando. Lo stesso scenario: migliaia di verbali elettorali sospetti, che tanto nel 2013 quanto nel 2017 il Tribunale Elettorale Supremo (TSE) si rifiuta di riverificare. Ad esempio, la notte delle elezioni più di 5.000 verbali denunciati dall’OSA non sono stati trasmessi dal TSE. Evento grave, impossibile da nascondere.

La notte di domenica 17 dicembre, il TSE si è accanitamente affrettato a ratificare i risultati viziati che davano come vincitore Juan Orlando Hernández, nonostante un tweet di allerta inviato pochi minuti prima da Luis Almagro. Sicuramente sapeva ciò che Hernández stava cercando di fare: “La mancanza di certezza mi porta a chiedere di non fare dichiarazioni irresponsabili fino al rapporto definitivo della MOE (Missione di Osservatori Elettorali) dell’OSA in Honduras”, affermava il segretario generale. Il governo di Hernández ignorò la pressione. Successivamente, a frodi già consolidate in seguito all’annuncio della TSE, Almagro ha giustamente chiesto di ripetere le elezioni. “La segreteria generale del @OEA_official propone nuove elezioni per garantire la pace e l’ armonia in #Honduras a fronte dell’impossibilità di dare certezza al risultato elettorale”. Si annuncia inoltre che il candidato Salvador Nasralla si recherà a Washington per incontrare l’OSA, il Dipartimento di Stato e organizzazioni per i diritti umani, con prove alla mano delle frodi elettorali.

Honduras e Venezuela: criteri diversi

Il caso dell’OSA è sui generis. Rafforzata l’energia personale del suo segretario generale Luis Almagro attraverso la sua mirata campagna contro il governo venezuelano, nel caso concreto dello scandalo in Honduras Almagro è rimasto in silenzio fino al 6 dicembre, quando in un comunicato ha dovuto formalizzare le denunce di irregolarità elettorali e ha aperto alla possibilità di chiedere nuove elezioni. Di fronte all’assurdità e all’evidenza delle frodi elettorali, giorni prima la Missione di Osservazione Elettorale dell’OSA aveva riconosciuto, in un atto storico, che a seguito del conteggio fraudolento non poteva ratificare i vincitori. Ma queste parole hanno avuto scarso impatto dal punto di vista delle comunicazioni continentali. L’OSA dovrebbe esercitare con forza straordinaria tutta la pressione di cui è capace, e di cui ha dato ampia dimostrazione nella personalissima campagna di Almagro contro il governo del Venezuela. Ma la frode in Honduras è così scandalosa che Almagro non avrebbe assolutamente alcun problema di legittimità morale se volesse esercitare anche solo una parte dell’energia dispiegata contro la Presidenza venezuelana.

Stessa cosa per quanto riguarda le agenzie di cooperazione internazionale. E’ un loro obbligo morale e professionale esercitare tutta la pressione di cui sono capaci, considerando tutto il denaro che inviano in Honduras, affinché l’elezione fraudolenta di novembre venga annullata e si convochino nuove elezioni, stavolta con un ferreo controllo del processo per evitare nuove frodi. A prescindere da chi sia il vincitore in Honduras, il candidato di sinistra o di destra, si deve un sacro rispetto alla volontà degli elettori.

Corruzione, faccia a faccia

E’ sufficiente scavare un po’ nella classe politica e istituzionale honduregna (una conversazione informale dopocena, una cena di lavoro, un colloquio accademico), e l’aspro odore della corruzione emana immediatamente. Tutto si sa, tutti lo sanno. L’informazione è tanto concreta, tanto apertamente ovvia, che l’osservatore internazionale ha uno strano sentore all’idea che i funzionari dell’Ambasciata degli Stati Uniti, i funzionari dell’OSA, gli esperti delle agenzie di cooperazione internazionale, accedano quotidianamente alle stesse conversazioni, alle stesse scandalose rivelazioni. Perché l’inazione?

Alcune piste. Mesi fa, intervistando l’ex presidente spodestato, Manuel Zelaya, gli chiedevo: “Tutti possiamo analizzare le cause del colpo di stato contro il suo governo, ma lei, perchè crede che l’abbiano estromesso?”

Zelaya mi rispose con fermezza, rapidamente. “Per Cuba e per il Venezuela”, affermò. Si riferiva al fatto che non era stato estromesso a forza dalla carica ottenuta alle urne a causa dell’Assemblea Costituente che promuoveva, o della lotta per la riforma della Costituzione per permettere la rielezione presidenziale. Quella era la versione ufficiale di quelli che avevano propiziato il colpo di stato. Zelaya colpisce nel segno quando indica che la classe politica e finanziaria honduregna, intatta al potere da un paio di secoli, non permetterebbe mai che un governo riformista (di sinistra o di destra, ma principalmente progressista, secondo gli ultimi fatti) sopravvivesse in Honduras. Ancora meno se ispirato dal bolivarianismo chavista o castrista, che identificano come nemico del modello socio-politico ed economico che garantisce i loro privilegi. La struttura politica honduregna, incistata nel potere imprenditoriale del paese, è una costruzione rigida che non è mai stata riformata da una rivoluzione popolare, da una guerra civile o da un processo di indipendenza e riformismo coloniale come nel resto delle Americhe. In questo senso, la struttura sociale dell’Honduras è vicina a un neofeudalesimo che si rifiuta di democratizzare l’accesso al potere, e che si oppone rabbiosamente all’integrazione di nuovi gruppi sociali e politici.

Il Presidente Hernández rieletto senza colpo di stato e senza brogli

Ha ragione Zelaya (che proviene dall’area latifondista dell’Honduras, e quindi era uomo dell’elite tradizionale, con grande sorpresa del suo ex settore), dato che pochi anni dopo averlo destituito, la stessa destra del Partito Nazionale e di Juan Orlando Hernández e sotto gli occhi della OSA, degli USA e della comunità di aiuto internazionale, ha provveduto ad autorizzare la sua stessa rielezione attraverso una Corte Suprena nominata dallo stesso presidente Hernández.

Senza riforma costituzionale. Senza plebiscito. Senza colpo di stato. Senza scandalo mondiale. In verità, un fatto difficile da comprendere. Silenzio della comunità internazionale.

Tutti gli organismi e gli attori nazionali e internazionali che condannarono la consultazione plebiscitaria di Zelaya volta a chiedere al popolo honduregno in merito alla riforma della Costituzione per permettere la rielezione nel 2009, hanno mantenuto un ferreo silenzio quando lo stesso presidente Hernández fece la medesima cosa nel 2015. Non ci fu condanna dalla OSA, non ci fu la minaccia dell’applicazione della Carta Democratica, né minacce di sospensione del Consiglio Permanente. Gli USA non castigarono i membri della presidenza dell’Honduras con sanzioni economiche né sospesero i visti di viaggio. Nessun effetto conosciuto.

Un atto irregolare di molti

Non è la prima volta che la malconcia Costituzione dell’Honduras viene disonorata senza occultamenti, secondo la volontà dell’élite al potere. Il paese esercita ogni anno un enorme scandalo istituzionale, autorizzando dapprima il golpista Roberto Micheletti a presentarsi come candidato presidenziale, pur essendo chiaramente e letteralmente impresentabile (i presidenti del Congresso non potevano candidarsi). Ma la Camera costituzionale della Corte suprema ha semplicemente ignorato la Costituzione stessa e l’ha autorizzato. Riforma su misura per decreto.

Ci sono fatti dello scorso decennio che rasentano l’assurdo. Nel 2008, la stessa Camera costituzionale impedì al vicepresidente Elvin Santos di candidarsi alla presidenza, in quanto aveva ricoperto temporaneamente la presidenza quando Manuel Zelaya aveva lasciato il paese. Alle primarie Santos trovò una soluzione delirante. Nominò Mauricio Villeda candidato in sua vece, diffondendo attraverso i media che il voto dato a Villeda sarebbe stato un voto per lui, all’interno delle competenze del Partito liberale. Se Villeda avesse vinto, allora lui sarebbe stato il candidato. Sorprendente.

USA: mille milioni di dollari al vento

La questione USA è un capitolo a parte. Questo paese ha speso in Honduras l’impressionante somma di 1.213 milioni di dollari dal 2005 al 2016 (fonte USAID). In questo territorio gli Stati Uniti hanno una delle basi militari più grandi del Centro America, Palmerola, la stessa dove si trovava l’aereo utilizzato per espellere Zelaya dal paese nel colpo di Stato del 2009. I fondi USA per la sicurezza vengono generosamente inviati alle forze armate e alla polizia. E nonostante questo quadro di aiuti internazionali, l’Honduras affonda, ironia del suo nome (in spagnolo hundido, ndt), in una situazione critica dal punto di vista della sicurezza, con una chiara componente di crisi umanitaria. Ogni anno migliaia di honduregni vengono assassinati (tra i 60 e gli 89 assassinii ogni 100 mila abitanti, secondo le fonti, uno dei tassi più alti del pianeta). Le mafie della droga si confondono con lo Stato e le istituzioni in modo ancora più profondo che in Messico. La polizia è temuta persino dagli stessi ministri e pubblici ministeri, e le bande terrorizzano la popolazione in ogni angolo del paese. Sono stato testimone di come avvocati, funzionari del potere giuridico, non si identifichino di fronte agli agenti di sicurezza in strada per non cadere vittime di possibili imboscate filtrate dalla stessa polizia. Cioè, fatto che non ha spiegazioni, l’iniezione di risorse da parte degli USA alla polizia e alle forze armate honduregne, le stesse che spodestarono Zelaya, non è condizionata ai risultati. Le mafie della droga, le bande e gli assassinii continuano apertamente, senza che le centinaia di milioni di dollari spesi abbiano alcun effetto. E con la base militare statunitense a pochi chilometri dalla capitale del paese. Un altro scandalo che sembra non filtrare nei corridoi di Washington DC.

Una dolorosa povertà

La popolazione honduregna è così cronicamente povera, che il viaggiatore può incontrare adulti in grave stato di denutrizione, come ho visto di persona alla Montaña de la Flor, dove sopravvivono vestigia di tribù indigene. In quella zona persino la polizia mangia una volta al giorno, e la popolazione a volte passa più di una giornata senza alimentarsi. Secondo la Banca Mondiale, il 66% degli honduregni vive in povertà. Una macchia sociale enorme per tutte le Americhe. Una vergogna per l’elite finanziaria honduregna.

Tutto questo ventaglio di realtà sociali è il prodotto di una realtà politica dannosa e tossica contro la popolazione honduregno, una realtà che emana dalla stessa classe politica al potere, sostenuta, a volte semplicemente per inerzia, dagli Stati Uniti, dall’OSA e dalla cooperazione internazionale. Sembra che l’esperimento di sinistra di Zelaya abbia radicalizzato drasticamente questi tre strati, che hanno semplicemente deciso di guardare altrove rispetto alle recenti frodi elettorali, per mantenere il più conservatore degli status quo. Ci sono già molti ex presidenti dell’America centrale sotto processo per flagrante corruzione che lottano per sfuggire alla prigione. Secondo le irregolarità elettorali denunciate dalla relazione della MOE-OSA, Hernández ha vinto in modo viziato alcuni anni di protezione al potere, ma se le voci di corridoio di Tegucigalpa o San Pedro Sula sono vere, i giorni dell’impunità sono contati. Questo, in uno scenario in cui una posizione etica e legittimamente morale della comunità internazionale lo decida.

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella

Categorie: America Centrale, Opinioni, Politica, Questioni internazionali
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