Un weekend di polemiche e proteste quello appena trascorso a Varsavia dove cittadini e membri dell’opposizione hanno sfilato per esprimere il loro dissenso verso le nuove riforme giudiziarie del governo di Diritto e Giustizia, da diverso tempo sotto i riflettori internazionali per il timbro illiberale e autoritario impresso dalle sue politiche varate dall’ottobre 2015, quando si è aggiudicato la maggioranza alle legislative.

Le riforme approvate e la bozza di legge sulla Corte Suprema

La levata di scudi è avvenuta in seguito alla presentazione di una bozza di legge che congeda gli attuali componenti della Corte Suprema esclusi coloro che rimarranno in carica su scelta discrezionale del ministro della Giustizia. Una vera e propria bufera scoppiata dopo l’approvazione, avvenuta lo scorso mercoledì 12, di altre due riforme lesive dell’indipendenza del settore giudiziario. La prima cambia il volto del Consiglio Nazionale della Magistratura, garante dell’indipendenza delle corti e dei giudici, ponendolo sotto diretto controllo politico. Secondo la nuova norma, infatti, l’organo collegiale andrà diviso in due sezioni di cui una, composta da 15 giudici, sarà di esclusiva nomina parlamentare, mentre l’altra sarà composta da 6 membri del Parlamento, il ministro della Giustizia, un rappresentate del Capo dello Stato, il Presidente della Corte Suprema e il Presidente della Corte Amministrativa Suprema. Il secondo decreto, invece, dà al ministro della Giustizia il potere di rimuovere tutti i presidenti e i vice-presidenti delle corti comuni e di sostituirli entro i prossimi sei mesi. Manovre che comportano un grave sbilanciamento nell’equilibrio dei poteri, caposaldo dei sistemi democratici.

La fine della Terza Repubblica?

Brian Porter-Szucs, professore di Storia della Polonia all’Università del Michigan sul suo sito scrive: «la Terza Repubblica Polacca formatasi nel 1989 è arrivata alla fine. Kaczyński ora controlla l’esecutivo, il legislativo, e le branche del giudiziario; lui controlla la polizia e l’esercito e sufficientemente i media per assicurarsi che il suo messaggio domini l’agenda». Affermazioni che trovano un riscontro nel sottopancia che accompagnava le immagini della manifestazione domenicale trasmesse dalla televisione di Stato secondo cui «l’opposizione avrebbe cercato [N.d.R] di organizzare un colpo di stato contro il governo democraticamente eletto». L’uomo politicamente più influente in Polonia è convinto che il sistema giudiziario polacco sia un residuo comunista, lo stato di diritto un fastidioso ostacolo alle purghe di stato, e che la vittoria alle elezioni legittimi l’esaudimento di ogni voglia politica dell’esecutivo.

Le voci della protesta

Le vicende legate alla clamorosa débacle del Tribunale Costituzionale dimostrano che le “voci contro” non sono un argine sufficiente all’autoritarismo guidato da Kaczyński, conscio di un debole e frammentato contraltare politico che si anima solo in seguito ai forti scossoni del governo ma non riesce a canalizzare e mantenere la spinta delle proteste. Così, dopo un periodo di silenzio dovuto allo scandalo dell’ex-leader Kijowski, il Comitato per la Difesa della Democrazia torna a colorare le strade della capitale, seguito a ruota dall’opposizione che richiede l’intervento di osservatori internazionali. Eppure l’UE, malgrado l’attivazione del rule of law mechanism, non sembrerebbe disposta a “morire” per la Polonia e a riaprire il fronte di una crisi irrisolta e stagnante che si trascina da oltre un anno.

In attesa che la democrazia tramonti ad est, Amnesty International lancia una petizione, e gli ex presidenti della Corte Costituzionale firmano l’ennesima dichiarazione congiunta. Le parole frutto dello sconcerto e dello sgomento, però, si sono dimostrare insufficienti in questi mesi. La possibilità di arrestare questa pericolosa deriva appartiene solo ai cittadini polacchi che in un solo caso hanno avuto la meglio: quando il governo ha ritirato il disegno di legge sul divieto d’aborto in seguito agli scioperi. Il confronto alle urne, invece, è ancora lontano: le amministrative nei centri nevralgici saranno il prossimo anno. Un’occasione, comunque tardiva, per dimostrare che il governo non gode della licenza assoluta di trasfigurare quello che era considerato il caso di successo in Europa.

 

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