Pausa di riflessione dopo il tentativo di golpe in Turchia

18.07.2016 - Milena Rampoldi

Pausa di riflessione dopo il tentativo di golpe in Turchia
(Foto di www.radiopopolare.it)

Quando ci si trova nel mezzo di un golpe militare in un paese, la gente non capisce di che cosa si tratta e non sa quello che sta veramente succedendo e si chiede se non si tratti di un incubo. Si diffonde il panico in seguito a una potenziale minaccia. Le persone si telefonano a vicenda e chiedono agli altri che cosa ne sanno. Comunque la minaccia diventa sempre più concreta quando si vede tutto sul computer portatile, in televisione o nei social media. Se poi ci si trova in mezzo alla strada, si sente il rumore degli aerei militari e dei carri armati e degli spari.

Persone da tutto il mondo si fanno sentire. Ti chiamano per sapere che cosa sta succedendo. Ti scrivono chiedendo come lo si vive questo golpe. Ricevi numerose mail aventi per oggetto la domanda: Golpe? Colpo di stato da voi? Le persone ti chiedono anche informazioni sul blocco delle notizie, vogliono sapere quali sono i social media bloccati quando e quale notiziario turco gode ancora della libertà di stampa. Tutti pensano si tratti di una guerra dell’Islam contro la libertà di stampa, dell’Islam contro la democrazia laica, dell’Islam contro lo stesso militarismo laico.

Ti fanno delle domande di questo tipo: “Ti trovi in mezzo ad un colpo di stato?” Poi arrivano anche dei consigli quali: “Stai attenta… non fare commenti coraggiosi… non impicciarti e prendi le distanze dalla politica turca.”

Ma prendere le distanze da un colpo di stato non sembra possibile: infatti non si tratta che di un paradosso alla Biedermeier… visto che ognuno di noi fa parte della storia, e la storia è anche fatta di politica, di potere, di lotta per le risorse e di tecnologia militare. E questo vale anche per un popolo con un provvisorio divieto di uscire sulle strade affinché non gli sparino addosso. E questo nulla ha a che vedere con la libertà di stampa.

Ma l’occidente non fa che pensare che alla fine tutto deve avere a che vedere con l’Islam, visto che tutto sfocia in questo grande oceano inclusivo, detto Islam che accoglie tutto, e dunque lo stesso nichilismo e la sua follia violenta. Il cittadino statunitense di origine afghana che non riesce ad accettare la sua identità complessa da omosessuale e poi viene infettato di HIV e si vendica freddando un numero massimo di froci in un club per omosessuali, è musulmano. Ma meglio ancora: lo si trasforma in un musulmano fedele allo Stato Islamico. Non rimane dunque il musulmano alla Biedermeier, che si distanzia dal mondo della politica, ma diventa lo spirito di una cellula attiva di terroristi dal Sunnistan iracheno, ovvero di ISIS all’estero. Il camionista tunisino in Francia che invece di cantare i valori repubblicani francesi, a Nizza investe un gruppo di persone in festa: anche qui la cosa ha a che vedere con l’Islam e il suo possibile collegamento con le cellule del terrorismo islamista della prima, seconda e terza generazione nel vecchio stato coloniale francese, in cui i diritti umani non sono merce d’esportazione.

La comunità islamica francese è sbigottita e tra le righe si scusa per qualcosa con cui non ha nulla a che vedere. Se non fosse stato un camionista “musulmano” francese, probabilmente si sarebbe scusata la rappresentanza nazionale dei camionisti.

E tornando in Turchia si presenta l’identico scenario. La gente in occidente pensa che si tratti della democrazia in lotta contro l’Islam e in senso negativo della lotta dell’Islam contro la democrazia laica. Chi poi è chi, non ha importanza. Basta che i fronti rimangano inflessibili e le mura alla fine dei vicoli ciechi non cadano! Divide et impera!

Dopo il golpe il presidente turco Erdogan invita le persone ad andare sulle strade. Qui da me sono le 0.37. La gente festeggia e gioisce come dopo una partita di calcio. Segue una chiamata alla preghiera speciale per la coesione della nazione. Ora sono le 3.18 e qui sulla costa mediterranea nelle vicinanze di Alanya e tutto ammutisce. Ad Ankara e Istanbul invece la notte continua rumorosa. Una collega oggi per la prima volta è contenta di vivere in periferia anziché nel nostro vicinato nella città vecchia, nel quartiere storico di Fatih.

L’occidente osserva il tentativo di destabilizzazione e comunque non smette di pensare che i militari forse avessero ragione a pronunciare lo stato di emergenza democratico al fine di evitare la dittatura islamica in un paese non solo membro della NATO, ma anche vicino dello Stato Islamico. I musulmani qui invece sono felici. Sono gioiosi perché finalmente i militari hanno perso la faccia in questo paese. E ne sono felici sia i turchi che i curdi. La maggior parte della gente qui vorrebbe semplicemente vivere ed evitare di essere continuamente coinvolta in questo giochi di scacchi nichilista. Persino i militari prendono le distanze dal golpe, dichiarandolo illegale.

La lotta per il potere ci coinvolge tutti, anche i cittadini più modesti. Tutti dobbiamo decidere da che parte stare, sapere a che fazione appartenere, mostrare di che colore vogliamo essere. Esattamente come nel calcio.

I carillon militarista sono ammutiti. Alla fine non si sa che cosa è successo, ma si sa che tutto questo ha a che fare con il potere. E si tratta di molto potere. E si sa anche che la tecnologizzazione del potere militare rende ancora più difficile dimenticare la paura. Infatti le strade sono piene di carri armati e ci sono bombardamenti… E muoiono civili. Si combatte nel mezzo di Istanbul, vicino al ponte sul Bosforo.

E questo colpo di stato fallito colpisce una Turchia in un luglio pacifico in cui ci si cerca di riprendere dall‘Islam senza Allah dell’attacco terroristico all’aeroporto Atatürk di Istanbul. E tutti sperano che almeno per un po‘ di tempo non verremo colpiti o almeno con un’intensità minore.

Tutti sperano che termini la guerra civile in Siria e anche la guerra civile nella regione sudorientale del proprio paese. La gente è stanca di chiedersi giorno dopo giorno chi colpirà dove e perché chi, chi farà esplodere la prossima autobomba dove e quando o chi si farà saltare chiamando Allahu Akbar e insultando Allah, il Dio della vita, per far morire degli innocenti insieme a lui. Tutti vorrebbero la sicurezza e il benessere per le proprie famiglie in questo stato multietnico con una popolazione civile tollerante e paziente che conserva nonostante tutto la propria cultura dell’accoglienza.

Sempre quando le cose non hanno una spiegazione razionale e non si riescono neppure a spiegare in una chiave militarista o colonialista, si tratta di un pensiero nichilista volto a destabilizzare un paese a maggioranza musulmana e di giochi paranoici di potere. Si tratta di risorse a scopo di potere. Non si tratta neppure di soldi, ma di potere a senso unico.

Oggi ho capito che i turchi di qualsiasi cultura, etnia e religione sono contenti di essere tutti uniti contro l’élite militare e contro la destabilizzazione della loro giovane democrazia. La divisione tra kemalisti e islamisti fa oramai parte del passato? Tutti insieme ora vogliono opporsi al potere militare e ai giochi di potere contro il popolo e contro lo stato? I turchi sono pronti ad abbandonare la loro cieca sottomissione al potere militare al fine di lottare per una pace sociale a lungo termine? Ecco quello che auspico questa notta nel mio nuovo paese, soprattutto per la generazione di bambini che ancora non hanno capito che stiamo vivendo un colpo di stato.

Categorie: Europa, Opinioni, Politica
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