In un’esclusiva di Democracy Now! e dagli Archivi di Radio Pacifica, trasmettiamo una registrazione, recentemente scoperta, del Dr. Martin Luther King Jr. Il 7 dicembre 1964, pochi giorni prima che ricevesse a Oslo il Nobel per la pace, King ha dato un importante discorso a Londra sulla segregazione, la lotta per i diritti civili e sul suo appoggio a Nelson Mandela e la lotta anti apartheid in Sud Africa. Il discorso fu registrato da Saul Bernstein, che lavorava come corrispondente europeo per Radio Pacifica. La registrazione di Bernstein è stata recentemente scoperta da Brian DeShazor, direttore degli archivi di Radio Pacifica.


TRASCRIZIONE

Questa è una trascrizione veloce, che può non essere la versione definitiva.

AMY GOODMAN: Oggi è un giorno di festa in cui onoriamo il Dr. Martin Luther King. E’ nato il 15 gennaio 1929. E’ stato assassinato il 4 aprile 1968, al Motel Lorraine di Memphis, nel Tennessee. Aveva solo 39 anni. Anche se il Dr. King è ricordato principalmente come leader dei diritti civili, ha anche sostenuto la causa dei poveri, organizzando la Campagna della Povera Gente per affrontare la questione della giustizia economica. Il Dr. King è stato anche un feroce critico della politica estera USA e della guerra nel Vietnam.

Nel 1964 il Dr. King è diventato il più giovane vincitore del Premio Nobel per la Pace. Alcuni giorni prima di ricevere quel premio a Oslo, in Norvegia, il Dr. King aveva fatto un viaggio a Londra. Il 7 dicembre 1964 fece un discorso, promosso dal gruppo inglese di Azione Cristiana, sulla lotta per i diritti civili negli Stati Uniti e sul movimento anti-apartheid in Sud Africa. Il discorso fu registrato da Saul Bernstein, che lavorava come corrispondente europeo per Radio Pacifica. La registrazione di Bernstein è stata recentemente scoperta da Brian DeShazor, direttore degli archivi di Radio Pacifica. Ecco quel discorso del Dr. Martin Luther King Jr.

REV. MARTIN LUTHER KING JR.: Voglio parlare principalmente della lotta negli USA, e prima di sedermi, parlare di alcuni conflitti più grandi, presenti nel mondo, e di alcuni conflitti più difficili, come quello presente in Sud Africa. Ma c’è una disperata, toccante domanda sulle labbra di persone che vivono nel nostro paese e in tutto il mondo. Me la fanno quasi ovunque io vada e quasi in ogni conferenza stampa. Mi chiedono se stiamo facendo qualche reale progresso per far diventare la giustizia razziale una realtà degli USA. Ogni volta che cerco di rispondere alla domanda, da una parte cerco di evitare un eccessivo pessimismo e dall’altra di evitare un ottimismo superficiale. Cerco di includere o sviluppare quello che io considero una posizione realistica, ammettendo che da una parte abbiamo fatto dei significativi progressi, negli ultimi anni, nella lotta per la giustizia razziale, ma ammettendo che prima che il problema sia risolto abbiamo ancora molte cose da fare e molte sfide da affrontare. E’ questa posizione realistica che vorrei usare come base per il nostro pensare insieme al problema, quando noi pensiamo al problema negli USA. Abbiamo fatto una lunga, lunga strada, ma ne dobbiamo fare altrettanta prima che il problema sia risolto.

Possiamo notare innanzi tutto che abbiamo percorso una lunga, lunga strada e vorrei dire che gli stessi Negri hanno percorso una lunga strada nel rivalutare il loro intrinseco valore. Per spiegare ciò è necessario raccontare un po’ di storia. Era l’anno 1619 quando i primi schiavi negri arrivarono sulle coste dell’America; vennero portati qui dalle terre africane, come i padri Pellegrini che approdarono a Plymouth l’anno seguente, vennero portati qui contro la loro volontà. Durante la schiavitù i Negri erano trattati in maniera molto disumana, erano una cosa da usare, non persone da rispettare. La Corte Suprema degli Stati Uniti prese una posizione che illustra bene l’idea e cosa esisteva a quei tempi, perché, in sostanza, la Corte disse che i Negri non erano cittadini degli Stati Uniti, erano una mera proprietà soggetta ad ubbidire il suo padrone. Proseguì dicendo che i Negri non hanno diritti che i Bianchi debbano rispettare. Questa era l’idea dominante durante i giorni della schiavitù.

Con l’aumento del fenomeno della schiavitù divenne necessario dare qualche giustificazione a riguardo. Sapete che gli esseri umani non possono continuare a fare qualcosa di sbagliato senza cercare una sottile razionalizzazione per ricoprire un errore ovvio con un bell’ornamento razionale. Questo è esattamente quello che successe nei giorni della schiavitù. C’erano quelli che fecero un cattivo uso della Bibbia e della religione per dare una qualche giustificazione alla schiavitù e cristallizzare gli schemi dello status quo. E così da qualche pulpito si argomentava che i Negri fossero inferiori di natura a causa della maledizione di Noè sui figli di Ham. Poi la massima dell’apostolo Paolo divenne una parola d’ordine: i servitori devono essere obbedienti al loro datore di lavoro. E qualcuno aveva letto la logica del filosofo Aristotele, che aveva fatto un enorme lavoro per formulare quello che in filosofia chiamiamo logica formale. Nella logica formale c’è una grande parola, come il sillogismo, che è formato da una premessa maggiore, una minore e una conclusione. E così questo fratello decise di supportare la teoria dell’inferiorità dei Negri tramite un sillogismo aristotelico. Egli poté affermare che tutti gli uomini sono fatti ad immagine di Dio: questa era la premessa maggiore, a cui seguì la premessa minore: Dio, come tutti sanno, non è Negro, quindi i Negri non sono uomini. Questo era il tipo di ragionamento che prevaleva.

Mentre vivevano in una condizione di schiavitù e poi, più tardi, di segregazione, molti Negri persero la fiducia in sè stessi. Molti arrivarono a pensare di valere meno degli uomini, di essere inferiori. Questa è, secondo me, la più grande tragedia della schiavitù e della segregazione, perché non si tratta di ciò che fa all’individuo a livello fisico, ma di ciò che fa a livello psicologico. Ferisce l’anima di chi è segregato così come di chi segrega. Dà a chi segrega un falso senso di superiorità, mentre lascia il segregato in un falso senso d’inferiorità, e questo è esattamente quello che succedeva.

Poi successe qualcosa ai Negri, le circostanze resero possibile e necessario per loro viaggiare di più, con l’arrivo dell’automobile, il cambiamento delle due guerre mondiali e la Grande Depressione. E così il loro background di piantagioni rurali fu sostituito dalla vita urbana e industriale. La loro condizione economica gradualmente migliorò, con la crescita delle industrie, lo sviluppo del lavoro organizzato e l’aumento delle opportunità educative. Il loro livello culturale cresceva gradualmente con il costante declino di un analfabetismo paralizzante. Tutte queste forze insieme portarono i Negri ad avere un nuovo sguardo verso se stessi, masse di Negri cominciarono a rivalutare se stessi.

E così qualcos’altro accadde, insieme a questo: i Negri d’America rivolsero lo sguardo e la mente all’Africa e notarono il magnifico progresso verso l’indipendenza che aveva luogo nella storia d’Africa. Notarono gli sviluppi, che cosa accadeva, e quello che avevano fatto i fratelli e le sorelle in Africa diede loro un senso di dignità e una nuova sensazione di rispetto di sé. I Negri cominciarono a sentire di essere qualcuno, la loro religione rivelò loro che Dio ama tutti i suoi figli e che tutti gli uomini sono fatti a sua immagine, e che la cosa importante di un uomo non è la sua specificità, ma il suo fondamento, non la consistenza dei suoi capelli o il colore della sua pelle , ma la sua eterna dignità e il suo valore.

E così in America i Negri ora possono gridare, senza rendersene conto, con le parole eloquenti del poeta: “Soffici riccioli e carnagione nera non possono perdere un diritto della natura; la pelle può essere diversa, ma l’affetto dimora, nello stesso modo, nel bianco e nel negro” e “fossi così alto da raggiungere il polo o da afferrare l’oceano con un palmo di mano, devo essere valutato per la mia anima, la mente è lo standard dell’uomo”, e con questo nuovo senso di dignità e di rispetto di sé un nuovo Negro venne alla luce, con una nuova determinazione a soffrire, combattere, sacrificarsi e anche morire, se necessario, allo scopo di essere libero. E questo spiega che abbiamo fatto una lunga, lunga strada dal 1619.

Ma se dobbiamo dire tutta la verità dei fatti, è necessario dire che non solo i Negri hanno rivalutato il proprio intrinseco valore, anche tutta la nazione ha fatto una lunga, lunga strada per allargare le frontiere dei diritti civili. Vorrei accennare a qualcosa che è successo in questo paese, che lo rivela. 50 anni fa, o anche 25 anni fa, ogni anno numerosi Negri erano brutalmente linciati da qualche folla rabbiosa. Fortunatamente, oggi il linciaggio è cessato. Se si va indietro al cambio del secolo, troveremo che nel sud degli Stati Uniti c’erano pochissimi negri registrati per votare. Dal 1948, quel numero è arrivato a circa 750 mila, nel 1960 ha raggiunto 1,2 milioni. Quando ci sono state le elezioni, poche settimane fa, siamo arrivati a due milioni; significa che nel Sud, il movimento dei diritti civili, lavorando sodo, è stato capace di aggiungere più di 800 mila nuovi Negri come votanti, negli ultimi tre anni. Questo rivela che abbiamo fatto progressi.

Poi, per quanto riguarda la questione della giustizia economica, c’è molto da fare, ma possiamo almeno dire che qualche progresso è stato fatto. La paga media dei Negri impiegato oggi negli Stati Uniti è dieci volte maggiore della paga media dei Negri di 12 anni fa. E il reddito medio del Negro ora è un po’ meglio di 28 miliardi di dollari all’anno, che è più di tutto l’export degli Stati Uniti e più del bilancio nazionale del Canada. Questo dimostra che abbiamo fatto progressi in questo campo.

Ma probabilmente più di ogni altra cosa – e sono certo che ne abbiate letto molto qui e in tutto il mondo – abbiamo osservato un graduale declino, persino la scomparsa, del sistema della segregazione razziale. La storia legale della segregazione razziale ebbe inizio nel 1896. Molte persone credono che la segregazione razziale sia nata in tempi lontani, negli Stati Uniti, ma la verità è che si tratta di un fenomeno abbastanza recente nel nostro paese, ha solo poco più di 60 anni. E ha avuto inizio con una decisione conosciuta come la decisione Plessy contro Ferguson, che in sostanza diceva che possono esistere strutture separate ma uguali, e ne fece una legge nazionale. Tutti sappiamo quale fu il risultato della vecchia dottrina Plessy: ci fu sempre una rigorosa applicazione della divisione, senza alcun rispetto per l’uguaglianza. E i Negri finirono col precipitare negli abissi dello sfruttamento, dove vissero la desolazione di un’ingiustizia opprimente.

Poi qualcosa di meraviglioso accadde. La Corte Suprema nel 1954 esaminò l’aspetto legale della segregazione e il 17 maggio di quell’anno la considerò costituzionalmente morta. Disse, in sostanza, che la vecchia dottrina di Plessy era superata, che le strutture separate erano intrinsecamente inique e che segregare un ragazzo sulla base della sua razza è come negare a quel ragazzo un’uguale tutela della legge. Così abbiamo visto molti cambiamenti da quando, nel 1954, fu presa quell’importantissima decisione, che arrivò come una grande luce di speranza su milioni di persone diseredate in tutta la nostra nazione.

Poi qualcos’altro è successo, che ha portato gioia nei nostri cuori, è successo quest’anno. L’anno scorso, dopo il conflitto a Birminghan, Alabama, il Presidente Kennedy capì che nel nostro paese c’era un problema di base da affrontare. Con un senso di coinvolgimento e d’immediatezza fece un grande discorso, pochi giorni prima, nello stesso giorno in cui l’Università dell’Alabama era stata integrata e il Governatore Wallace era rimasto fermo sulla porta, tentando di bloccare l’integrazione e il Presidente Kennedy dovette far diventare federale la Guardia Nazionale. Parlò alla Nazione e disse in termini eloquenti che il problema da affrontare nel campo dei diritti civili non è soltanto un problema politico ed economico, è, in fondo, un problema morale. E’ vecchio come le sacre scritture e moderno come la Costituzione; la domanda è se tratteremo i nostri fratelli negri come noi stessi vorremmo essere trattati.

Come conseguenza di questo grande discorso, egli andò avanti e raccomandò al Congresso della nostra nazione di stendere un disegno di legge che includesse i diritti civili, cosa mai successa prima. Sfortunatamente, dopo mesi di battaglia noi ci stancammo un po’, sapete, ci sono uomini a cui piace parlare un sacco. Avrete letto dell’ostruzionismo, e sapete che impantanarono tutto nella paralisi dell’analisi che non finiva mai, per affossare tutto.

Ma il Presidente Lyndon Johnson ci lavorò, chiamò gli uomini del congresso e i senatori e iniziò una serie di incontri con persone influenti, mettendo in chiaro che la legge doveva passare, come tributo al Presidente Kennedy ma anche come tributo alla grandezza del paese e come espressione della dedizione al sogno americano. Finalmente quel grande giorno arrivò, il 2 luglio il Presidente Johnson firmò quella che divenne la legge nazionale.

Così in America ora abbiamo la legge sui diritti civili, e sono felice di riferire che, in linea di massima, la legge è applicata in tutte le comunità del sud. Abbiamo visto sorprendenti livelli di conformità, anche in alcune comunità del Mississippi, e se succede lì, significa che le cose stanno migliorando.

AMY GOODMAN: Discorso del Dr. Martin Luther King a London, 7 dicembre 1964. Ritorneremo dopo la pausa.

[pausa]

AMY GOODMAN: Questa è Democracy Now!, democracynow.org, Il Rapporto Guerra e Pace. Sono Amy Goodman. In questa esclusiva di Democracy Now!, torniamo al Dr. Martin Luther King Jr. e alle sue parole da una registrazione recentemente scoperta negli archivi di Radio Pacifica. E’ il 7 dicembre 1964 a Londra, pochi giorni prima che il Dr. King ricevesse il Premio Nobel per la Pace a Oslo, in Norvegia.

REV. MARTIN LUTHER KING JR.: Non possiamo dimenticare che la scorsa estate tre attivisti sui diritti civili sono stati brutalmente assassinati vicino Filadelfia, Mississippi. Tutto questo ci dice che non abbiamo raggiunto la fratellanza di cui abbiamo bisogno e che dobbiamo avere nella nostra nazione, abbiamo ancora molta strada da fare.

Ho parlato della registrazione per il voto e del fatto che siamo stati capaci di aggiungere 800 mila nuovi votanti negli ultimi due, tre anni, raggiungendo così la cifra di oltre due milioni. Penso che suoni come un reale progresso, ma lasciatemi parlare dell’altra faccia della medaglia, del fatto che dei più di dieci milioni di negri che vivono nel sud degli Stati Uniti, sei milioni hanno l’età per votare e soltanto due milioni sono registrati come votanti. Questo significa che quattro milioni non sono registrati, non solo perché indifferenti o perché sono compiacenti, cosa vera per alcuni, ma perché ci sono molti metodi subdoli per tenere lontani i Negri dal registrarsi come votanti. Ci sono complessi testi di letteratura, che rendono impossibile passare il test, anche se si avesse un Dottorato di ricerca in qualsiasi campo o una laurea in legge delle migliori scuole del mondo. Inoltre ci sono ritorsioni economiche contro i Negri che vogliono registrarsi e votano nelle contee della Cintura Nera come Mississippi, Alabama e altre. Inoltre, alcuni subiscono violenza fisica e alcune volte vengono uccisi. Questo dimostra che molto deve essere ancora fatto in questo campo.

Ho parlato d’ingiustizia economica e sono sicuro che il dato dei 28 miliardi sembra molto grande, sono un sacco di soldi, ma, per essere onesto, vi devo parlare dell’altra faccia della medaglia, del fatto che il 42% delle famiglie di Negri guadagna meno di 2000 dollari l’anno, mentre solo il 16% di famiglie bianche guadagna questa cifra; il 21% delle famiglie di Negri guadagna meno di mille dollari, contro il 5% delle famiglie bianche. E poi l’88% delle famiglie di Negri guadagna meno di 5 mila dollari l’anno e solo il 58% di famiglie bianche guadagna la stessa cifra. Possiamo vedere che c’è ancora un abisso tra chi ha e chi non ha, e se l’America deve continuare a crescere, progredire, svilupparsi e andare verso la sua grandezza, questo problema deve essere risolto.

Ora il problema economico sta diventando più serio a causa di molte forze vive nel mondo e nella nostra nazione. Per molti anni ai Negri sono state negate adeguate opportunità educative e formative, così le forze del lavoro e dell’industria spesso hanno discriminato i Negri che hanno finito per fare lavori non specializzati o semi-specializzati. Ora, a causa dell’automazione e della cibernetica, ci sono lavori che verranno a mancare, così i Negri che vivono in città come Detroit, Michigan, scoprono di essere il 28% della popolazione e circa il 72 % dei senza lavoro. Per lottare contro questo problema, il nostro governo federale dovrà sviluppare programmi massivi di riqualificazione professionale, di lavori pubblici, così che l’automazione possa essere una benedizione, così come deve essere nella nostra società, e non una sciagura.

L’altra cosa che pensiamo del problema economico è che non c’è niente di più pericoloso che costruire una società con un segmento di quella società che sente di non avere nessun ruolo, e niente di più pericoloso che costruire una società con delle persone che vedono la vita solo come un lungo e desolato corridoio con nessun cartello che indichi l’uscita. Essi finiscono nella disperazione perché non hanno lavoro, non possono educare i loro figli, non possono vivere in una bella casa e non possono avere adeguate cure sanitarie.

Spesso ascoltiamo varie ragioni sul perché e vari miti riguardo all’integrazione, e perché l’integrazione non dovrebbe divenire realtà, queste persone che argomentano contro l’integrazione a questo punto dicono: “Bene, se ci sarà l’integrazione nelle scuole, per esempio, la razza bianca tornerà indietro di una generazione”, a loro piace parlare del ritardo culturale nella comunità dei Negri, e poi continuano a dire: “Ora, il Negro è un criminale e ha il tasso di criminalità più alto in ogni città degli Stati Uniti d’America” e gli argomenti sul perché l’integrazione non dovrebbe essere attuata vanno avanti all’infinito.

Ho detto che negli Stati Uniti la segregazione razziale sta per finire, ma è ancora con noi. Dobbiamo porre la sua fine de iure, dove le leggi della nazione o di un particolare stato la sostengono, perché esiste la legge sui diritti civili e la decisione della Corte Suprema. E’ finito il tempo in cui i Negri non potevano mangiare al bancone, con alcune isolate eccezioni, o non potevano registrarsi presso un motel o un hotel. Quel tempo sta per finire, ma esiste un’altra forma di discriminazione, che viene applicata attraverso la discriminazione sulla casa, la mancanza di lavoro e la segregazione de facto nelle scuole pubbliche. Così le condizioni ghettizzanti esistenti causano molti problemi e causano un’irriducibile segregazione de facto che dobbiamo combattere giorno per giorno. Questo è il problema che ci troviamo di fronte e che dobbiamo affrontare con determinazione. Sono assolutamente convinto che la segregazione stia per finire e quelli che la rappresentano, che siano negli Stati uniti o a Londra, sono su un binario morto.

Ma di certo noi sappiamo che se la democrazia deve vivere in una nazione, la segregazione deve morire. E come ho cercato di dire ovunque in America, dobbiamo sbarazzarci della segregazione non solo perchè fa bene alla nostra mmagine – certamente fa bene alla nostra immagine nel mondo. Dobbiamo sbarazzarci della segregazione non solo perchè sarà attrattivo per le persone dell’Asia e dell’Africa – e certamente sarà di aiuto, questo è importante. Ma alla fine, la discriminazione razziale deve essere sradicata dalla società americana e da ogni società, perchè è moralmente sbagliata. Quindi è necessario uscire tutti fuori e sviluppare programmi di azione massiva per sbarazzarci della segregazione razziale.

Vorrei ora citare una o due idee che circolano nella nostra società – e probabilmente in tutto il mondo, oltre che nella nostra società – che ci trattengono dallo sviluppare il tipo di programmi di azione necessari a sbarazzarci della discriminazione e della segregazione. Una è quella che io chiamo il mito del tempo. Ci sono persone che credono che solo il tempo può risolvere il problema dell’ingiustizia razziale negli Stati Uniti, in Sud Africa o altrove nel mondo, credono che bisogna aspettare. L’hanno detto così spesso a noi e ai nostri alleati bianchi: “ Sii gentile e paziente e continua a pregare, e in 100 o 200 anni il problema si risolverà da solo”. Questo ci dicevano e abbiamo vissuto col mito del tempo. La sola risposta che posso dare a quel mito è che il tempo è neutrale. Può essere usato sia in maniera costruttiva che distruttiva, e, per essere onesto, devo dire che sono convinto che le forze della cattiva volontà hanno usato il tempo molto più efficacemente delle forze della buona volontà. E noi dobbiamo rammaricarci in questa generazione, non solamente per le parole corrosive a e le azioni violente delle persone cattive, ma per il terribile silenzio e l’indifferenza delle brave persone che si trastullano nell’attesa.

In qualche momento bisogna riconoscere che il progresso umano non viaggia sulle ruote della fatalità, arriva per mezzo degli instancabili sforzi e il continuo lavoro delle persone dedicate che sono desiderose di collaborare con Dio. E senza questo duro lavoro, il tempo stesso diventa un alleato delle forze primitive della stagnazione sociale. E così, noi dobbiamo aiutare il tempo e capire che il tempo per le buone azioni è sempre maturo; questo è sia vitale che necessario.

Ora, l’altro mito che è molto diffuso nella nostra nazione e, sono sicuro, in altre nazioni del mondo, è l’idea che non si possono risolvere i problemi nell’ambito delle relazioni umane attraverso le leggi. Non si può risolvere il problema della casa, del lavoro, e tutti gli altri attraverso le leggi; bisogna cambiare il cuore. Avevamo un candidato presidenziale che recentemente ha parlato molto di questo. Penso che Mr. Goldwater credesse sinceramente di non poter cambiare niente attraverso le leggi, perché aveva votato contro ogni proposta in Senato, inclusa la proposta di legge sui diritti civili. Durante tutta la sua campagna elettorale in tutto il paese diceva che noi non abbiamo bisogno di leggi, che le leggi non possono risolvere questo problema, ma fu abbastanza delicato da dichiarare che bisogna cambiare il cuore delle persone.

Ora lo voglio seguire a metà strada, penso che abbia ragione. Se noi vogliamo risolvere questo problema in America e nel mondo le persone devono cambiare i loro pregiudizi. Se pensiamo di risolvere il problema affrontando la natura umana, sarei il primo a dire che ogni persona bianca debba guardare profondamente dentro di sé ed eliminare ogni pregiudizio che ci possa essere, e accorgersi che i negri e le persone di colore, in generale, devono essere trattate bene. Non solo perché lo dice la legge ma perché è giusto e naturale. Questo lo sottoscrivo al 100% e sono sicuro che se il problema alla fine sarà risolto, gli uomini dovranno obbedire non solo a quello che gli viene imposto con le leggi ma dovranno elevarsi alle maestose altezze dell’obbedienza, a ciò che non può essere imposto dalla legge.

Detto questo devo continuare sull’altra metà della strada e devo quindi abbandonare Mr. Goldwater e gli altri che credono che le leggi non abbiano ragione di essere. Può essere vero che non si può legiferare sull’integrazione, ma si può legiferare sull’abolizione della segregazione. Può essere vero che la moralità non può essere regolamentata dalla legge, ma il comportamento sì. Può essere vero che la legge non può cambiare il cuore, ma può frenare la crudeltà. Può essere vero che la legge non può imporre a un uomo di volermi bene, ma può impedirgli di linciarmi. Io penso che anche questo sia molto importante.

AMY GOODMAN: Parla da Londra il Dr. Martin Luther King Jr., 7 dicembre 1964. Torneremo al discorso dopo la pausa.

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AMY GOODMAN: Questa è Democracy Now!, democracynow.org, Il Rapporto Guerra e Pace. Sono Amy Goodman. In questa esclusiva di Democracy Now!, torniamo al Dr. Martin Luther King Jr. e alle sue parole da una registrazione recentemente scoperta negli archivi di Radio Pacifica. E’ il discorso dato a Londra, il 7 dicembre 1964, pochi giorni prima che il Dr. King ricevesse il Premio Nobel per la Pace a Oslo, in Norvegia.

REV. MARTIN LUTHER KING JR.: Ora, come sapete, negli Stati Uniti ci siamo impegnati in una lotta massiva per rendere finalmente la desegregazione e l’integrazione una realtà. Questa lotta è sostenuta da una filosofia: la filosofia della nonviolenza, la filosofia e il metodo della resistenza nonviolenta. E vorrei dire solo alcune parole sul metodo o la filosofia che ha sostenuto la nostra lotta. Innanzi tutto voglio dire che sono ancora convinto che la nonviolenza sia l’arma più potente disponibile per i popoli oppressi nella loro lotta per la libertà e la giustizia. Ha un modo per disarmare l’avversario, esponendo le sue difese morali. Indebolisce il suo morale e allo stesso tempo lavora sulla sua coscienza, e lui semplicemente non sa come gestirlo. Se non ti picchia, meravigioso. Se ti picchia, sviluppi il coraggio calmo di accettare i colpi senza ritorsione. Se non ti mette in prigione, meraviglioso. Nessuno con un po’ di buonsenso ama andare in prigione. Ma se ti mette in prigione, vai in quella prigione e trasformala da una cella di vergogna in un paradiso di libertà e dignità umana. Anche se cerca di ucciderti, sviluppi l’interna convinzione che c’è qualcosa di così caro, di così prezioso, di così eternamente vero, per cui vale la pena morire. E se un uomo non ha scoperto qualcosa per cui morire, non è in grado di vivere. Questo è ciò che la disciplina nonviolenta dice.

L’altra cosa a questo proposito, poi, è che dà all’individuo un modo di lottare per assicurare fini morali attraverso mezzi morali. Uno dei grandi dibattiti della storia è stata l’intera questione dei fini e dei mezzi. Ripercorrendo [la storia] dai giorni dei dialoghi di Platone fino ad arrivare a Macchiavelli e altri, ci sono stati degli individui che sostenevano che il fine giustifica i mezzi. Ma poi arriva la filosofia nonviolenta che dice che il fine è pre-esistente nei mezzi. I mezzi rappresentano l’ideale nel fare e il fine in processo. Così nel lungo corso della storia, mezzi immorali non possono portare a fini morali. In qualche modo l’uomo deve arrivare al punto di vedere la necessità di avere fini e mezzi coerenti, per così dire. Questa è una delle basi del meglio della filosofia nonviolenta. Dà un modo e un metodo di lotta che dice che si può cercare di assicurare fini morali attraverso mezzi morali.

Si dice anche che sia possibile combattere contro un sistema profondamente ingiusto e cattivo con tutta la forza e con tutto il cuore, e comunque odiare questo sistema, ma si può in ogni caso mantenere un atteggiamento di buone intenzioni, di comprensione e anche di amore per i responsabili di questo cattivo sistema; questo è l’aspetto più incompreso della nonviolenza. Questo è il punto in cui quelli che non vogliono seguire i metodi nonviolenti dicono cose cattive a quelli di noi che parlano di amore. Io comunque vado avanti e credo in questo, perché sono ancora convinto che è l’amore a far girare il mondo. In qualche modo questo tipo di amore può essere una forza potente per un cambiamento sociale.

Non sto parlando di un amore debole, né di stupidaggini emotive, non sto parlando della qualità del sentimento, né di una risposta affettuosa, non avrebbe senso esortare le persone oppresse ad amare i loro oppressori violenti in modo affettuoso, non l’ho mai suggerito. Gesù disse “ama i tuoi nemici”: sono felice che non abbia detto “fatteli piacere”, perché è abbastanza difficile che ti piacciano certe persone. L’amore è più grande del farsi piacere qualcosa o qualcuno. L’amore è una benevolenza creativa che comprende e che redime tutti gli uomini. I teologi parlano di questo tipo di amore usando la parola greca agape, che è una specie di amore straripante che non vuole niente in cambio. Quando qualcuno lo pratica si arriva ad essere capaci di amare la persona che compie azioni malvagie, mentre si odiano le azioni che quelle persone compiono. Io penso che questo si possa fare. Gli psichiatri dicono che l’odio è una forza pericolosa non soltanto per chi è odiato, ma anche per chi odia. Molte cose strane che succedono nel subconscio, molti dei conflitti interni hanno radici nell’odio. Così dicono “ama o muori”, questo è il motivo per cui Eric Fromm ha potuto scrivere un libro intitolato L’arte di amare, sostenendo che l’amore è la forza suprema unificante della vita. Così è meraviglioso avere un metodo di lotta in cui è possibile ergersi contro la segregazione e contro il colonialismo con tutte le proprie forze e comunque non odiare gli esecutori di questi sistemi ingiusti. Credo fermamente che attraverso questo tipo di potente azione nonviolenta, questo tipo di amore, si possa organizzare un’azione di massa capace di trasformare la stridente realtà della nostra nazione e trasformare il mondo in una meravigliosa sinfonia di fratellanza. Questa è certamente la grande sfida che abbiamo davanti.

Ora, io penso che la nonviolenza possa funzionare non solo nella situazione che abbiamo nostro paese, non solo con il magnifico esempio che abbiamo in India, espresso attraverso il meraviglioso lavoro di Mohandas K. Gandhi, penso che possa funzionare in modi e in circostanze che non abbiamo visto o che non abbiamo usato prima. In questo contesto, vorrei dire qualcosa sul Sud Africa. Vorrei solo leggere una dichiarazione che ho scritto qui, così sarò sicuro di dire tutto ciò che ho in mente sulla situazione del Sud Africa senza dimenticare niente.

Capisco che qui, stasera, ci sono sudafricani, alcuni dei quali sono stati coinvolti laggiù nella lunga lotta per la libertà. Nella nostra lotta per la libertà e la giustizia negli Stati Uniti, che pure è stata assai lunga e difficile, sentiamo un potente senso di identificazione con coloro che sono coinvolti nella ben più letale lotta per la libertà in Sud Africa. Sappiamo come lì gli africani e i loro amici di altre razze, si battono da mezzo secolo per conquistare la loro libertà con metodi nonviolenti. Abbiamo onorato Capo Lutuli per la sua leadership, e sappiamo come questa nonviolenza abbia incontrato solo una violenza crescente da parte dello stato, una crescente repressione, culminata nelle sparatorie di Sharpeville e in tutto ciò che è accaduto da allora.

Chiaramente c’è molto in Mississippi e in Alabama che ricorda ai sudafricani il proprio paese, tuttavia in Mississippi possiamo organizzare la registrazione di votanti Negri. Possiamo parlare alla stampa. Possiamo, in breve, organizzare la gente in azioni nonviolente. Ma in Sud Africa anche la più lieve forma di resistenza nonviolenta incontra anni di reclusione, e per molti anni leaders sono stati limitati, ridotti al silenzio e imprigionati. Possiamo capire come in questa situazione la gente si senta così disperata da rivolgersi ad altri metodi, come il sabotaggio.

Oggi grandi leader, come Nelson Mandela e Robert Sobukwe, sono tra le molte centinaia di persone che si debilitano nella prigione di Robben Island. Contro uno stato massiccio, armato e spietato, che usa la tortura e forme sadiche di interrogatorio per schiacciare esseri umani, portando alcuni persino al suicidio, sembra per il momento che l’opposizione militante in Sud Africa sia stata messa a tacere. Sembra che la massa di persone sia contenuta, sembra che per il momento non sia in grado di rompere l’oppressione. Metto l’accento sulla parola “sembra” perchè possiamo immaginare quali emozione e piani stiano ribollendo sotto la calma superficie di quel prosperoso stato di polizia. Sappiamo quali emozioni stanno ribollendo nel nesto dell’Africa, e in effetti in tutto il mondo. I pericoli di una guerra razziale, quei pericoli che abbiamo ripetuto e da cui mettiamo profondamente in guardia.

E’ in questa situazione, con la grande moltitudine di sudafricani cui è negata la propria umanità, la propria dignità, le opportunità e tutti i diritti umani, in questa situazione, con molti dei più coraggiosi e dei migliori sudafricani che scontano lunghi anni in prigione, con qualcuno già giustiziato, è in questa situazione che noi, sia in America che in Gran Bretagna, abbiamo una responsabilità unica, perché siamo noi, con i nostri investimenti, con il fallimento dei nostri governi ad agire con decisione, che siamo colpevoli di appoggiare la tirannia verso i sudafricani.

La nostra responsabilità ci offre un’opportunità unica: possiamo unirci nell’unica forma di azione nonviolenta che può portare libertà e giustizia al Sudafrica, l’azione che i leader africani hanno invocato, in un movimento di massa per le sanzioni economiche. In un mondo che vive sotto la terribile ombra delle armi nucleari non riconosciamo il bisogno di perfezionare l’uso delle pressioni economiche? Perché il commercio è considerato da tutte le nazioni e da tutte le ideologie come sacro? Perché il nostro e il vostro governo si rifiutano di intervenire efficacemente ora, come se solo quando c’è un bagno di sangue in Sudafrica – come in Corea o in Vietnam – si vede che c’è una crisi? Se la Gran Bretagna e gli USA decidessero domani mattina di non comprare merci sudafricane, oro africano, e di mettere un embargo sul petrolio, se i nostri investitori e capitalisti ritirassero il loro supporto alla tirannia razziale che lì esiste, l’apartheid sarebbe sconfitto. Allora la maggioranza dei sudafricani di tutte le razze potrebbe alla fine costruire la società condivisa che desidera.

Così questa è una sfida rivolta alle nazioni del mondo, e Dio ci concede di perseguire questa sfida ed essere parte di quel grande movimento creativo che cercherà di portare il cambiamento e di trasformare quei cupi giorni di ieri, della disumanità dell’uomo sull’uomo, in luminosi domani di giustizia, pace e benevolenza. Possiamo dire che il problema dell’ingiustizia razziale non è limitato a una sola nazione. Noi sappiamo ora che questo problema è diffuso in tutto il mondo. Proprio adesso, a Londra, qui in Inghilterra, sapete bene che migliaia e migliaia di persone di colore sono immigrate qui da molte terre – dalle Indie occidentali, dal Pakistan, dall’India e dall’Africa. Essi hanno tutto il diritto di venire in questa grande terra, e tutto il diritto di aspettarsi giustizia e democrazia in questa terra, e l’Inghilterra deve essere sempre vigile perché altrimenti si svilupperanno gli stessi tipi di ghetto, gli stessi problemi d’ingiustizia e di diseguaglianza sul lavoro che ci sono a Harlem, negli Stati Uniti. Così vi dico che la sfida di tutti i cittadini di buona volontà di questa nazione è di manifestare per far diventare la democrazia una realtà per tutti, affinché ognuno in questa terra possa vivere insieme agli altri in fratellanza.

Sapete, ci sono certe parole in ogni disciplina accademica, che presto diventano stereotipi e cliché. Ogni disciplina accademica ha il suo vocabolario tecnico. La psicologia moderna ha una parola che probabilmente è usata più di ogni altra: disadattato. Avete sentito questa parola, questo è il pianto risonante della moderna psicologia infantile, e certamente noi vogliamo essere ben inseriti per evitare una personalità nevrotica e schizofrenica. Ma devo dirvi, questa sera, amici miei, avvicinandomi alla conclusione, che ci sono alcune cose nella mia nazione e nel mondo, per le quali sono orgoglioso di essere disadattato, e alle quali invito tutti gli uomini di buona volontà a non adattarsi finché una buona società non si realizzi. Vi devo dire in onestà che non ho mai avuto intenzione di adattarmi alla segregazione, alla discriminazione, al colonialismo e a simili cose. Devo dire onestamente che non intendo adattarmi all’intolleranza religiosa, alle condizioni economiche che prendono il necessario a molti per dare il lusso a pochi. Vi devo dire stasera che mai vorrò adattarmi alla pazzia del militarismo e agli effetti controproducenti della violenza fisica, perché il giorno in cui gli Sputnik e gli esploratori si lanceranno negli spazi e missili balistici guidati scaveranno autostrade di morte attraverso la stratosfera, nessuna nazione potrà vincere una guerra. Non c’è più una scelta tra violenza e nonviolenza, ma tra nonviolenza e non esistenza. L’alternativa al disarmo, l’alternativa alla sospensione dei test nucleari, al rafforzamento degli Stati Uniti e al conseguente disarmo del mondo intero sarà sicuramente una civiltà immersa nell’abisso della distruzione. E vi assicuro che non mi adatterò mai alla follia del militarismo.

Vedete, può essere che il nostro intero mondo ora abbia bisogno di una nuova organizzazione – l’Associazione Internazionale per l’Avanzamento del Disadattamento Creativo -, uomini e donne che saranno disadattati come il Profeta Amos, che vivendo le ingiustizie del suo tempo poteva urlare le parole che hanno risuonato per secoli: “lasciate scorrere la giustizia come acqua e la rettitudine come un potente ruscello”; disadattati come l’ultimo Abraham Lincoln, il grande presidente della nostra nazione, che ebbe la visione secondo cui gli Stati Uniti non potevano sopravvivere per metà schiavi e per metà liberi; disadattati come Thomas Jefferson, che ai suoi tempi incredibilmente avvezzi alla schiavitù, poté incidere nelle pagine della storia parole di grandissima levatura: “noi pensiamo che queste verità siano ovvie, che tutti gli uomini siano creati uguali, che siano tutti dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili tra cui Vita, Libertà e Ricerca della felicità”; disadattati come Gesù di Nazareth, che poté dire agli uomini e alle donne del suo tempo: “Chi di spada ferisce, di spada perisce”. Attraverso tali disadattamenti saremo capaci di emergere dalla lunga e desolata notte della crudeltà dell’uomo verso gli uomini in una luminosa e scintillante alba di libertà e giustizia.

Permettetemi di dirvi che credo ancora che la specie umana insorgerà quando sarà il momento. A dispetto dell’oscurità di queste ore, delle difficoltà del momento e di questi giorni di tensione emotiva, quando i problemi del mondo si ingigantiscono e si complicano, io ho ancora fede nel futuro. Credo ancora che si possa costruire una società di fratellanza e di pace.

C’è una canzone che cantiamo nel nostro movimento, e ci siamo spesso presi per mano per cantarla oltre le sbarre della prigione. Ricordo tempi i cui siamo stati in celle fatte per 12 persone ma che ne contenevano 15 o 20, dove comunque potevamo andare avanti ed elevare le nostre voci e cantare. Ne ho parlato ieri pomeriggio mentre pregavo a St. Paul: “Vinceremo. Vinceremo. Nel profondo del mio cuore io credo che vinceremo”. In qualche modo credo che la specie umana vincerà e che le forze del male saranno sconfitte. Lo credo perché Carlyle ha ragione: “nessuna bugia può vivere per sempre”. Credo che vinceremo perchè Wiliam Cullen Bryant ha ragione: “La verità schiacciata al suolo si ergerà di nuovo”, Credo che vinceremo perché James Russel Lowell ha ragione: “La verità sempre sul patibolo / l’errore sempre sul trono / eppure quel patibolo influenza il futuro / e dietro l’ignoto / c’è Dio nell’ombra / che continua a guardare oltre”.

Con questa fede , saremo capaci di rifiutare i consigli alla rinuncia e portare una luce nuova nelle buie stanze del pessimismo. Con questa fede saremo capaci di trasformare questa elegia cosmica sospesa in un salmo creativo che crea pace e fratellanza. Con questa fede saremo capaci di accelerare i tempi in cui tutti i figli di Dio – neri, bianchi, protestanti, cattolici, hindu, mussulmani, credenti e atei- saranno capaci di prendersi per mano e cantare le parole di un vecchio spritual negro: “Liberi finalmente! liberi finalmente! Grazie a Dio onnipotente, noi siamo finalmente liberi!”

Abbiamo una lunga, lunga strada da fare prima che questo problema sia risolto, ma grazie a Dio abbiamo fatto progressi, abbiamo percorso una lunga, lunga strada. Chiudo con le parole di un vecchio predicatore negro schiavo, che non conosceva bene la grammatica e la dizione, ma pronunciava parole di grande profondità simbolica “O signore, noi non siamo quello che vorremmo essere, non siamo chi dovremmo essere, nè quello che saremo, ma, grazie a Dio, non siamo quello che eravamo”.

Grazie

AMY GOODMAN: E’ il Dr. Martin Luther King che parla al City Temple di Londra il 7 dicembre 1964. Riceverà il Premio Nobel per la Pace tre giorni dopo a Oslo, in Norvegia. La registrazione di questo discorso è stata recentemente scoperta da Brian DeShazor, direttore degli archivi di Radio Pacifica. Per avere una copia del programma di oggi e per saperne di più su come sia stata scoperta questa rara registrazione di King, andate sul nostro sito democracynow.org. Il sito web degli archivi di Radio Pacifica è PacificaRadioArchives.org.

 

Traduzione dall’inglese di Anna Laura Erroi