Nessun candidato alla presidenza, che non richieda la fine dell’aggressività militarista bipartisan, può arginare la discesa degli USA verso l’abbrutimento sociale. Se nessuno chiama “imperialismo” questa debacle di politica estera, le elezioni saranno l’esercizio di un sonnambulo.

di Luciana Bohne, Counterpunch, 13/5/16

 

Possiamo prenderne atto in questa stagione elettorale? L’America è una fabbrica di armi, la Casa Bianca è una sala di guerra, e il presidente è il gestore della cospirazione neoliberista per ricolonizzare il pianeta. Esporta guerra e povertà di massa. Sul fronte economico, esporta neoliberismo usuraio; sul fronte militare, guerre illegali. Queste sono le trincee della guerra americana per il dominio del mondo nel 21° secolo.

Se non sarà fermata, avremo un secolo breve.

Dal 1945, il ‘Destino Manifesto’ degli USA, atteggiandosi a crociata del mondo libero contro la minaccia rossa, ha reclamato dai 20 ai 30 milioni di vite in tutto il mondo e ha bombardato un terzo della popolazione terrestre. Nel 19° secolo, gli USA sterminarono un altro tipo di “minaccia rossa”, scrivendo e stracciando trattati, rubando terre, massacrando, e allevando le popolazioni native in campi di concentramento (“riserve indiane”), col pretesto di voler civilizzare i “selvaggi”. Nel 1890, col massacro di Lakota a Wounded Knee, l’accaparramento delle terre di frontiera – cioè l’imperialismo interno – era completato. C’era un mondo da conquistare, e gli USA posero il loro occhio particolarmente avido su Cuba e sulle Filippine.

Era nato l’imperialismo esterno americano.

Poi, qualcosa di assolutamente terribile accadde nel 1917, una rivoluzione sociale di successo in Russia, la seconda più grande dopo quella francese del 1789, che cercava di redistribuire la ricchezza dei pochi a vantaggio dei molti. I padroni del mondo – Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e vari accoliti – misero da parte le loro divergenze e si allearono per arginare la terribile minaccia della democrazia popolare che sorgeva e si diffondeva. Invasero la Russia, fomentarono una guerra civile finanziando e armando le forze controrivoluzionarie, non vi riuscirono, e ci provarono di nuovo nel 1939. Ma la guerra di sterminio di Hitler contro l’URSS si concluse con una vittoria spettacolare per Mosca.

Per un po’, dopo il 1945, gli Stati Uniti dovettero comportarsi come un paese civile, formalmente. Sostennero che l’URSS aveva un’ideologia barbara, prenditutto, radicata in terrore, sparizioni, omicidi, e torture. Al contrario, gli Stati Uniti erano la città splendente sulla collina, il faro di speranza per un “mondo libero”. Il suo santuario erano le Nazioni Unite; la sua Sacra Scrittura era il diritto internazionale; il suo principio fondamentale era l’inviolabilità della sovranità nazionale.

Tutto questo era spazzatura, ovviamente. Era una società di apartheid. Aveva gettato la bomba nucleare sul Giappone non una ma due volte, selezionando deliberatamente obiettivi civili. Ha messo al riparo dalla giustizia i peggiori criminali nazisti per assorbirli come partner nelle sue strutture di spionaggio. Ha condotto virtuali “processi farsa” contro i dissidenti durante l’isteria delle audizioni McCarthy al Congresso, disseminando la paura nel paese. Ha condotto una guerra genocida in Vietnam per evitarne l’indipendenza e l’unificazione. Ha assassinato leader indipendentisti africani e ha elargito dittatori fascisti all’America Latina. Ha dolcemente occupato l’Europa occidentale, l’ha legata a se stessa attraverso la “cooperazione” militare della NATO, e ha condotto operazioni di guerra psicologica contro i suoi partiti di opposizione. Dietro la facciata civile c’era uno sforzo spietato di sloggiare l’Unione Sovietica e schiacciare l’autodeterminazione nel mondo coloniale.

Con le buone e con le cattive, l’Unione Sovietica si è dissolta nel 1991, e gli USA si sono abbandonati a un frenetico trionfalismo. Ora, finalmente, la conquista del mondo, interrotta nel 1917, poteva riprendere. La frontiera globale veniva riaperta e l’identità degli Stati Uniti sarebbe stata rigenerata con la violenza che aveva consegnato il West americano agli invasori europei nel 19° secolo. La maschera benigna cadeva. Sotto di essa è spuntato un cavaliere su un cavallo giallognolo. Secondo quella ideologia esultante, la storia era finita, le ideologie erano morte, e si poteva compiere la missione messianica degli Stati Uniti di diventare l’amministratore della proprietà di Dio sulla terra.

La “missione civilizzatrice” era in corso.

Una cricca di tecnocrati neo-conservatori prima abbozzò quello che io chiamo il Grande Balzo all’Indietro nell’illegalità come rinascita del mito della frontiera negli anni 1990. “Il Piano per un Nuovo Secolo Americano” (PNAC) ha vagheggiato il 21° secolo come un impulso unilateralista per radicare i valori americani a livello globale – cosa che gli ideologi del PNAC chiamano “libertà e democrazia” -attraverso guerre preventive e cambi di regime. Questo delirio frenetico di dominio militare degli Stati Uniti è divenuto politica estera ufficiale con la dottrina Bush dopo il 9/11, ma fu la dottrina della guerra umanitaria dell’amministrazione Clinton, prima di 9/11, a chiudere la porta sul divieto di guerre aggressive della Carta delle Nazioni Unite, ridisegnando la mappa del mondo in una riserva di caccia americana senza confini, eliminando il principio della sovranità e sostituendolo con “diritto di proteggere” (R2P) – cioè pretesto umanitario per l’uso della forza.

La dottrina di Clinton era un atto di supremo, perfino spiritoso, sfruttamento dei principi liberali e impegno per i diritti umani. E’ così che la sinistra liberale è stata indotta ad abbracciare la guerra e l’imperialismo come mezzo di difesa dei diritti umani. La Fondazione Carnegie ha sfornato la dottrina nel 1992. Il suo rapporto, “Modificare le nostre vie: il ruolo dell’America nel Nuovo Mondo”, ha sollecitato “un nuovo principio di relazioni internazionali: la distruzione o lo spostamento di gruppi di persone all’interno degli stati può giustificare un intervento internazionale”. Il rapporto raccomanda che gli USA utilizzino la NATO come esecutore. Va notato che il principio di “guerra umanitaria” non ha alcuna validità nel diritto internazionale. La Carta delle Nazioni Unite intendeva mettere fuori legge la guerra, rendendo impossibili interventi unilaterali negli affari degli stati sovrani da parte di auto-nominati “tutori dei diritti umani”. Il motivo di tale proibizione non era mancanza di cuore, ma la consapevolezza che la seconda guerra mondiale era stata il risultato di violazioni seriali di sovranità da parte di Germania, Italia e Giappone – dall’imperialismo militarista, in altre parole.

La campana ha suonato per le Nazioni Unite e per il vecchio ordine nella guerra del Kosovo del 1999. Lo sforzo bipartisan di smantellare l’architettura dell’ordinamento giuridico del dopoguerra si è giocato là. Con la guerra del Kosovo, l’amministrazione Clinton ha lanciato la prima guerra umanitaria e ha stabilito il precedente per le successive amministrazioni repubblicane e democratiche di fare guerra senza il via libera del Consiglio di Sicurezza. I clintoniani che hanno utilizzato la NATO per bombardare la Serbia per proteggere gli albanesi del Kosovo da un non-esistente genocidio serbo potevano o meno rendersi conto che Hitler aveva usato il pretesto del Diritto di Proteggere – intervento umanitario – per scatenare la Seconda Guerra Mondiale affermando di proteggere le minoranze tedesche in Polonia, ma di certo sapevano che il monopolio dell’uso della forza spettava al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questo monopolio era stato assicurato dopo la seconda guerra mondiale proprio per prevenire gli attacchi unilaterali sugli stati sovrani attraverso crediti fasulli di interventi altruistici, come Hitler aveva sostenuto e perseguito. Ironia della sorte per i critici del leader sovietico, fu Stalin a insistere alla Conferenza di Yalta che per l’adesione dell’URSS alle Nazioni Unite un veto nel Consiglio di Sicurezza era essenziale per assicurare che ogni guerra avrebbe avuto il consenso multilaterale e un intervento multilaterale .

Come i clintoniani hanno capito, nel dopoguerra aver affidato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’autorità legale per il mantenimento della pace e la prevenzione della guerra ha posto un ostacolo colossale al perseguimento del dominio mondiale da parte degli USA. Perché la visione del PNAC e della Fondazione Carnegie diventasse realtà, le Nazioni Unite, il garante della sovranità, dovevano saltare. Nel periodo che precedette la guerra del Kosovo, i clintoniani fatalmente e deliberatamente destabilizzarono le Nazioni Unite, sostituendo il segretario generale non collaborativo Boutros-Ghali, con Kofi Annan, servo della NATO. Annan cortesemente osservò che in materia di guerra e pace, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non erano l’unico modo per scuoiare un paese – soprattutto se scelto dagli Stati Uniti per essere rifatto, smembrato, o cambiato di regime – potrebbe aggiungere un cinico.

Così ora viviamo in un mondo pericoloso. Ancora una volta, dagli anni 1930, il mondo è minacciato da un potere espansionista che non risponde a nessuna legge se non il suo unilaterale vigilantismo umanitario. Il precedente del Kosovo è andato fuori controllo. La Libia cova sotto la cenere delle bombe NATO, sganciate per evitare un “genocidio”; la Siria combatte per la sopravvivenza sotto attacco da parte di gruppi terroristici genocidi, armati, addestrati e finanziati dalla NATO e dai suoi partner del Golfo che dicono di voler prevenire il genocidio; l’Afghanistan languisce in uno stato di guerra permanente, in presenza di decine di migliaia di soldati americani che bombardano gli ospedali per promuovere i diritti umani; in Iraq, gli umanitari sono tornati, dopo venticinque anni di fallimenti umanitari. E in Ucraina, patrioti nazisti stanno promuovendo i valori democratici e umanitari americani bombardando quotidianamente il Donbass. Ho esitato a parlare di Africa, dove forze speciali umanitarie stanno irrigando i campi dove i terroristi spuntano come funghi dopo la pioggia -in Mali, Nigeria, Somalia, Kenya.

Poi c’è lo Yemen, forse il crimine umanitario più insensibile, crudele, e incurante fra una serie di crimini contro l’umanità in Medio Oriente. Il governo degli Stati Uniti ha recentemente ammesso di dispiegare truppe nello Yemen. Il Pentagono sostiene che queste truppe assisteranno “la coalizione araba” (cioè l’Arabia Saudita) a combattere al-Qaeda nella penisola arabica. Può un essere ragionevole rispondere a una scusa così grottesca con altro se non una risata infernale? Aiutiamo l’Arabia Saudita a combattere la propria creatura? Siamo ancora così stupidi?

4 mila miliardi di dollari dopo, spesi per la guerra al terrore / Diritto alla Protezione Umanitaria, il modello di destabilizzazione militare di stati sovrani procede a ritmo sostenuto, coinvolgendo un recalcitrante stato indipendente alla volta in Medio Oriente e Nord Africa. Per il resto del mondo, la cessione della sovranità è ricercata per mezzo della globalizzazione economica attraverso i trattati – TTP, TTIP, ecc – che praticamente aboliscono la costituzione degli stati, compresa la nostra. A guidare lo sforzo economico per controllare la periferia e il mondo intero è il cosiddetto “Washington Consensus”.

Questo abbraccia l’idea fondamentalista di mercato che il neoliberismo globale e il controllo economico del pianeta da parte del capitale finanziario, per mezzo del Fondo monetario internazionale (FMI) e dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) è l’alternativa alla povertà e al caos sociale.

Né la guerra militare né quella economica contro la sovranità delle nazioni ha prodotto qualcosa che assomigli a un mondo stabile, prospero e pacifico. Hanno invece prodotto morte, distruzione, debito, crisi dei mercati, ondate di profughi e sfollati, e ha concentrato montagne di ricchezza in poche ma potenti mani. Ciò che il poeta W.H. Auden ha chiamato “il male internazionale”, ciò che ha chiamato “imperialismo” nel suo poema “settembre 1939” è la crisi che guarda dallo specchio del passato nelle nostre facce, e invoca guerra, guerra, e ancora più guerra, perché è qui che l’imperialismo conduce.

In questo scenario, nessun candidato alla presidenza, – neppure se contesta l’establishment e il suo partito – che non richieda la fine del bi-partisan “Washington Consensus” e la fine dell’aggressività militarista bipartisan può invertire la totalità del “male internazionale” o arginare la discesa nazionale verso l’abbrutimento sociale. Se nessuno chiama “imperialismo” questa debacle di politica estera, le elezioni saranno l’esercizio di un sonnambulo. Nulla cambierà. Tranne, quasi certamente, in peggio.

 

Traduzione di Leopoldo Salmaso dall’Inglese

 

NOTIZIE SULL’AUTORE

Luciana Bohne è co-fondatrice di Film Criticism, rivista di studi cinematografici, e insegna alla Edinboro University in Pennsilvania.