La “moralità” degli animali

04.10.2015 - Damiano Mazzotti

La “moralità” degli animali

 

 

“La vita emozionale degli animali” di Mark Bekoff è un libro che narra molte storie di animali selvatici e da compagnia e delle variopinte relazioni con la specie umana (www.haqihana.com/it/editoria, 2014, euro 21, 220 pagine).

 

“Mi capita talvolta di avere a che fare con chi sentenzia autorevolmente, che gli animali siano privi di intenzioni e sentimenti, e ogni volta mi domando: “Ma questo tizio ha mai avuto un cane?”. Frans de Waal

 

L’etologo cognitivo Mark Bekoff è uno studioso innamorato della natura, perciò il suo saggio è ricchissimo di aneddoti sulla vita sociale degli animali (in particolare ha approfondito il comportamento sociale e ludico di cani e lupi). Darwin fu il primo a studiare in modo approfondito le sei emozioni fondamentali: rabbia, felicità, tristezza, disgusto, paura e sorpresa. Il grande pensatore descrisse la continuità tra le emozioni animali e quelle umane nel libro “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”.

Del resto l’etologo Frans de Waal crede che anche la moralità umana è “un continuum della socialità animale, sebbene non sia certo che gli animali siano esseri morali” (Primati e Filosofi: l’evoluzione della moralità, 2008). Infatti le comunicazioni emotive sono necessarie per favorire i legami sociali negli animali che devono vivere e riprodursi in gruppi familiari oppure in comunità più o meno allargate. Ad esempio nella specie umana e nei canidi predatori, pure i maschi nutrono i cuccioli e giocano in modo intensivo con essi. Probabilmente, questo comportamento si è evoluto in modo analogo nell’uomo e nei canidi, in relazione alla caccia di grosse prede e alla spartizione del cibo (G. E. King, 1980; in Etologia Umana, Eibl-Eibensfeldt, 2001).

In effetti cani, gatti e alcune specie di scimmie possono avere una variabilità di comportamento molto ampia: “Gli animali possono essere audaci, timidi, giocosi, aggressivi, socievoli, curiosi… Le differenze di specie e individuali rendono lo studio delle emozioni animali più difficile e impegnativo, ma anche più eccitanti. Come dice il proverbio, occorrono tutti i tipi di persone per far girare il mondo”. Le emozioni degli animali sono a volte più grezze e riconoscibili, ma molte espressioni comportamentali delle emozioni sono specifiche di ogni specie animale, per cui è molto facile incorrere in un errore di antropomorfizzazione. “Insomma la faccenda, a proposito delle emozioni non umane, sta in questi termini: noi non possediamo gli strumenti linguistici per descriverle” (Danilo Mainardi, prefazione). Però in molti casi le differenze tra emozioni animali e umane “sono sfumature o gradazioni di grigio, non sono nette differenze bianco-nero”.

L’antropologa Helen Fisher nei suoi studi sull’evoluzione dell’amore è arrivata ad affermare che alcune specie di “animali grandi e piccoli sono biologicamente guidati a preferire, mantenere e possedere specifici partner per accoppiarsi; c’è chimica nella attrazione tra animali. E questa chimica deve essere il precursore dell’amore nell’uomo” (Perché amiamo, Corbaccio, 2005).

Invece il razionalismo dogmatico scientista nega la capacità degli animali di provare emozioni. Questo è un tipico atteggiamento di superbia umana, poiché l’uomo si sente la specie prediletta dalla Natura. Ma anche i bambini possono capire che la Natura non favorisce gli esseri umani. Ad esempio ci sono cani che vivono da re e uomini che hanno una vita ben peggiore di quella dei cani.

Quindi chi accusa gli etologi cognitivi di non essere scientificamente attendibili dovrebbe tenere conto che “gran parte delle teorie intorno all’evoluzione del comportamento poggia su delle storie… L’analisi sistematica degli aneddoti difatti, porta a dati che sono riproducibili attraverso l’allestimento di esperimenti che imitano la situazione dell’aneddoto… una pluralità di aneddoti consiste in un insieme di dati”. E ogni vero scienziato sa che “la passione è il motore di quella curiosità, essenziale a qualsiasi indagine scientifica”.

Infatti quando il famoso antropologo Louis S. B. Leakey decise che era giunto il momento di studiare a fondo gli scimpanzé, il primate più simile alla specie umana, si affidò a Jane Goodall per la sua passione e perché era una “giovane ragazza naive che non aveva ricevuto alcuna istruzione universitaria… Egli cercava un osservatore la cui mente non fosse influenzata da quel pensiero scientifico riduzionista degli ultimi sessanta anni che lui aveva vissuto” (Jane Goodall, premessa).

Comunque il fatto che gli animali provino emozioni non significa che gli animali debbano avere gli stessi diritti degli esseri umani. Indubbiamente si devono evitare le sofferenze inutili. E istituire dei protocolli di studio dove si provocano delle sofferenze agli animali per studiare la sofferenza animale è a mio avviso quasi sempre un’attività immorale gestita da idioti che non hanno niente di meglio da fare. Le cose cambiano se le sofferenze animali servono alla causa di produrre cure che possono evitare la sofferenze degli uomini. Naturalmente i test per i prodotti di bellezza non dovrebbero provocare nessun tipo di dolore e tutti gli animali devono essere sempre trattati con molto rispetto.

Inoltre, gli animali selvatici non dovrebbero essere imprigionati, salvo casi eccezionali, poiché è più innaturale e crudele la prigionia rispetto alle sofferenze di una morte che prima o poi giungerebbe anche nel mondo naturale (a causa della fame, delle malattie oppure dei predatori). Gli animali utilizzati per le sperimentazioni dovrebbero nascere in cattività, così da essere abituati ad un ambiente di vita molto limitato e molto povero di stimoli. Gli animali nati in cattività, come molti esseri umani nati in zone estreme o in città quasi invivibili, quasi non si rendono conto della loro situazione di deprivazione o dell’intensità delle stimolazioni disagevoli.

Bisogna poi aggiungere che in molti casi le ricerche sugli animali sono controproducenti o inutili, poiché le differenze fisiologiche tra le specie sono piuttosto significative e “Le reazioni avverse ai farmaci costituiscono la quinta causa di morte negli Stati Uniti dopo l’infarto, il cancro, l’ictus e le malattie polmonari… molte procedure che sembrano essere “necessarie” oggi si sono dimostrate solo una mancanza di creatività… quando i ricercatori veramente danno enfasi al benessere animale, trovano strade non invasive per avere le informazioni di cui hanno bisogno”.

In conclusione è sufficiente dire che “è proprio perché gli animali provano emozioni che noi siamo attratti da loro; in mancanza di un linguaggio condiviso, le emozioni sono probabilmente il nostro principale mezzo interspecifico di comunicazione. Noi possiamo condividere le nostre emozioni, possiamo comprendere il linguaggio dei sentimenti ed è per questo che stringiamo legami profondi e duraturi con molti altri esseri viventi”.

 

Mark Bekoff è professore emerito di Biologia all’Università del Colorado. Nel 2005 è stato premiato con il Guggenheim Fellowship. Insieme a Jane Goodall, ha fondato l’Associazione Etologica per il Trattamento Etico degli Animali: www.ethologicalethics.org. Per approfondimenti video su Bekoff: https://www.youtube.com/watch?v=stLkJMo2o10.

Per approfondimenti cinematografic: https://www.youtube.com/watch?v=8EUHGMQw2EE (è il trailer di “Project Nim”, un documentario del 2010 che narra di un progetto sperimentale riservato a un gruppo familiare di scimpanzé. Può essere il modo migliore per capire che a volte alcune cose vanno fatte per capire che non devono essere fatte mai più. Per tutte le informazioni storiche bisogna cliccare su “Mostra altro”).

Per approfondimenti sulla vita degli scimpanzé e della famosa ricercatrice Jane Goodall, etologa “laica” e scrittrice: https://www.youtube.com/watch?v=AxA0We3NPh0. Jane era stata scelta da un docente accademico per valutare le ricerche da un punto di vista non accademico nello studio della vita degli scimpanzé.

 

Categorie: Cultura e Media
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