Quel muro che non s’ha da fare

06.08.2015 - Unimondo

Quel muro che non s’ha da fare
(Foto di horsemoonpost.com)

Somalia e Kenya. Un confine lungo 682 chilometri. Tre linee rette formano un trapezio verticale “senza base”. Il vertice più a nord è formato da Mandera sul lato kenyano e da Bula Hawo sul lato somalo, quello più a sud da Kiunga in Kenya e da Chiamboni in Somalia. Le popolazioni che abitano un lato e l’altro di questo confine sono somale.

La Somalia terra da sempre contesa eppure terra da sempre dei somali. Islamizzati fin dal XIII secolo, i somali fanno derivare il loro nome da Irir Samali (o Samaale) che nel IX secolo sbarcò sulla costa africana dall’attuale Yemen spingendo le popolazioni autoctone verso l’interno e dai cui figli sarebbero derivati i numerosi gruppi e sottogruppi nei quali sono divisi. Altre fonti, come A Pastoral Democracy: A study of pastoralism and politics among the Northern Somali of the Horn of Africa di Lewis I. M. (1999, ed orig. 1961), riportano consolidati percorsi che affidano alle lingue e al territorio l’origine del nome: in lingua somala soo e maal, significano “andare e latte”, un chiaro riferimento alla tradizione pastorale, mentre in arabo, dhawamaal, significa ricchezza riferita al bestiame. Entrambe ci riportano alla denominazione attuale.

Le moderne esplorazioni avviate nel 1848 hannoo avuto come esito una spartizione violenta di quelle terre tra italiani, inglesi e francesi: Somalia Italiana (protettorato dal 1889; colonia italiana dal 1908; Repubblica di Somalia dell’Africa Orientale Italiana dal 1936; occupata dal Regno Unito durante la seconda guerra mondiale; sotto l’amministrazione fiduciaria italiana dal 1950 al 1960); Somalia Francese (Côte Française des Somalis: colonia francese dal 1983; territorio d’oltre mare dal 1946; indipendente dal 1977 con il nome di Gibuti); Somalia Britannica (o Somaliland, protettorato britannico dal 1884; indipendente dal 1960 quando venne unita alla Somalia italiana) e un settore della colonia inglese kenyana (Northern Frontier District e una gran parte della provincia del Tanaland). La seconda guerra mondiale ha significato per la Somalia divisioni e perdite: parti del territorio sono state “cedute” all’Etiopia, altre successivamente incorporate al Kenya che ha ottenuto l’indipendenza nel 1963, mentre altre sono rimaste a formare l’attuale Somalia ed altre sono diventate Gibuti. Fin dall’indipendenza, riacquistare le terre perdute è stato uno degli obiettivi, mai raggiunti, della Somalia: Kenya ed Etiopia hanno sempre ottenuto appoggi dalla comunità internazionale occidentale per difendere i propri confini.

Il confine disegnato tra Somalia e Kenya è un segno che divide. Nel 1963, i somali della provincia Nordorientale del Kenya, abitanti lungo il confine con la Somalia, hanno indetto un referendum non riconosciuto ufficialmente dal Kenya, ma appoggiato dalla Somalia, per ritornare ad essere parte del territorio somalo. La schiacciante vittoria dell’opzione separatista, ha portato il governo del Kenya di Jomo Kenyatta (padre dell’attuale presidente) ad intervenire con le armi. La guerra (contro gli) “shifta” (“ribelli indipendentisti”, così chiamati in molti paesi dell’Africa orientale) è durata quattro lunghi anni durante i quali i somali del Kenya sono stati rinchiusi in campi di concentramento, detti protected village, hanno subito pesanti torture, violazioni e violenze, massacri del loro bestiame. Il governo del Kenya è riuscito ad imporsi sui ribelli, ma non ha trovato alcuna soluzione negoziata tanto che il malcontento si è trascinato fino ad oggi, esplodendo periodicamente in conflitti e violenze. Nel 2013, il rapporto finale della Commissione del Kenya “verità, giustizia e riconciliazione” ha fatto luce sul periodo in questione riconoscendo la responsabilità di Kenyatta (padre) e del Kenya per le numerose violazioni dei diritti umani nella guerra contro gli shifta.

Ritornando in Somalia, gli anni Ottanta del novecento sono stati un continuo tentativo da parte di “vari gruppi della resistenza e dell’opposizione” – l’espressione sintetica è generica; l’identità di questi gruppi è complessa e meriterebbe altro spazio di trattazione – di destituire Siad Barre, al potere dal 1969, la cui dittatura venne rovesciata nel 1991. Da quella data si sono succeduti una serie di governi di transizione incapaci di governare un territorio vasto il doppio dell’Italia – sul quale sono intervenute anche le Nazioni Unite – e rivendicato da numerosi gruppi di ribelli, i signori della guerra e gruppi islamici radicali. Tra questi, l’Unione delle corti islamiche, un gruppo ricostituitosi, dopo la sconfitta subita ad opera del governo federale nel 2006, nel noto Al-Shaabab, “i giovani”, ben presente e attivo nel sud della Somalia ed internazionalmente riconosciuto come affiliato ad AlQaeda.

Lungo il confine tra Kenya e Somalia il conflitto non si è mai risolto, gli attacchi reciproci non si sono mai arrestati come pure il traffico di armi. Nel 2011 il Kenya, dopo aver chiuso le frontiere a seguito degli scontri tra Al-Shabaab e l’esercito keniano, ha invaso il territorio somalo con lo scopo di attaccare e difendersi; insieme all’Unione Africana (e all’esercito somalo) è riuscito a liberare alcune città dal controllo di Al-Shabab. Il confine, fortemente, militarizzato resta il terreno di gioco più importante e più critico; l’instabilità lo ha reso impraticabile anche per le agenzie umanitarie. Anche l’accademico Hassan Sheikh Mohamud, presidente in carica dal 2012, sembra utilizzare ogni mezzo per onorare il suo partito dello sviluppo e della pace vicino ai Fratelli Musulmani, ma fatica a mantenere una certa stabilità sul territorio somalo.

Le terre irredente dall’altra parte del confine restano per i gruppi islamisti un obiettivo: per vendicare il passato e per opporsi alla presenza dei soldati keniani (ed anche etiopi) in Somalia dal 2011 con l’operazione Amison, missione dell’Unione Africana per il controllo del territorio somalo, attiva dal 2007.

Tra le ultime rivendicazioni l’attentato all’università di Garissa il 2 aprile 2015 è quella che ha fatto più notizia per almeno due ordini di fattori: la quantità di giovani morti (148) e l’enfasi posta sulla questione religiosa (i morti sono cristiani). Garissa, lungo il fiume Tana, è il capoluogo della provincia Nordorientale e la popolazione è in maggioranza somala, in particolare dei gruppi Ogaden e Darod. Somala – di nazionalità somala o kenyana – è però anche la maggioranza dei membri di Al-Shaabab. Non ha fatto notizia, ma il 7 luglio 2015 un altro attacco a Mandera, città a nord della provincia Nordorientale, ha fatto una quindicina di morti (cristiani). Pochi giorni prima dell’attacco a Garissa, numerosi camion del National Youth Service che trasportavano materiali da costruzione sono stati avvistati nei pressi di Mandera. A metà aprile i lavori hanno preso avvio anche a Kiunga, a sud, dove il confine si getta nell’oceano indiano. Il progetto da realizzare si chiama Somalia Border Control Project. Il governo Kenyatta lo ritiene necessario per poter mettere in sicurezza il Kenya.

L’idea del muro, anzi di una “barriera di separazione”, non è passata per una discussione parlamentare né, tanto meno, per una consultazione delle comunità locali, né attraverso una negoziazione ufficiale con la Somalia. Il territorio in questione è una vasta area pastorale: quel confine non esiste nello spazio della transumanza; i pastori hanno case e bestiame da una parte e dall’altra; le relazioni familiari non hanno confini geografici. I consulenti per la sicurezza con passaporto statunitense che lavorano in Kenya forse non sono al corrente di queste dinamiche territoriali che sfuggono alla cartografia satellitare: piazzare un muro, dei campi minati, delle barriere elettroniche o delle pattugli di sorveglianza terrestre e aerea – misure che andranno a comporre il muro in questione – è un gioco da ragazzi. L’obiettivo è chiaro: interrompere il flusso di migranti clandestini dalla Somalia e lottare contro il terrorismo, quindi proteggere il Kenya. I costi e i tempi di realizzazione non sono resi noti.

La Somalia ha respinto l’idea del muro, ritenuta una soluzione illusoria ai problemi che si prefigge di risolvere, come pure la chiusura del campo profughi di Dadaab – abitato quasi interamente da somali – ritenuto dal Kenya un bacino di reclutamento e di protezione di Al Shabaab.

La questione della legittimità dei confini in Africa è sicuramente complessa come pure quella sulla loro legalità: non si tratta forse di un illegale atto coloniale? Il confine stabilisce chi sta dentro e chi sta fuori: costruisce lo straniero. Forse l’unico “straniero” è proprio il confine, non le persone. Come si concilia l’idea del muro tra Kenya e Somalia con il discorso sul sogno panafricano di Kenyatta (figlio) all’inaugurazione della sesta sessione del Parlamento Panafricano in Sud Africa  il 18 maggio 2015? Al di là dei proclami che costruiscono retoriche, ciò di cui necessita la situazione oramai strutturale della provincia Nordorientale e, quindi del confine Somalia-Kenya, è una strategia politica, sociale e culturale, non certo militare perché la risposta violenta alla violenza genera sempre un’altra e più grande violenza.

articolo di Sara bin

Categorie: Africa, Comunicati Stampa, Opinioni, Politica
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