La guerra genera guerra: non si tratta dell’Islam

17.01.2015 - Internazionale - Z-net Italy

La guerra genera guerra: non si tratta dell’Islam
(Foto di Z-net Italy)

Non si tratta dell’Islam, anche se i media e i militanti che attaccano gli obiettivi occidentali dicono questo. In effetti non è si è mai trattato di questo. Ma è stato importante per molte persone  fondere la politica con la religione, in parte perché  è comodo e auto-convalidante.

Prima cosa, chiariamo alcuni punti. L’Islam ha messo in moto un sistema per abolire la schiavitù più di 1.200 anni prima che il commercio degli schiavi raggiungesse il suo picco nel mondo occidentale. Liberare gli schiavi, che erano proprietà di tribù arabe pagane, era un tema ricorrente nel Corano, sempre legato ai segni più elementari di pietà e virtù: Le elemosine sono per i bisognosi, i poveri, per quelli incaricati di raccoglierle, per quelli di cui bisogna conquistare i cuori, per il riscatto degli schiavi, per quelli pesantemente indebitati, per la lotta sul sentiero di Dio e per il viandante. Decreto di Dio! Dio è saggio, sapiente”. (Corano, 9:60).

E’ una sfortuna che queste sollecitazioni debbano essere riaffermate regolarmente, grazie alla costante propaganda anti-islamica in molti paesi occidentali. Il comportamento eccentrico e spesso barbarico del cosiddetto Stato Islamico (IS) ha dato maggiore impeto ai pregiudizi esistenti e alla propaganda.

Secondo, l’uguaglianza di genere nell’Islam è stata custodita nella lingua del Corano e nell’eredità del Profeta Maometto. “Per le  donne e gli uomini musulmani- per gli uomini  credenti e le donne credenti, per i devoti e le devote, per  gli uomini sinceri e le donne sincere, per gli uomini  pazienti e le donne  pazienti, gli umili e le umili, i donatori d’elemosina e le donatrici, per i digiunanti e le digiunanti, per gli uomini casti e le donne  caste, e per gli uomini e le donne che spesso si ricordano di Dio, per loro Dio ha preparato perdono e grande ricompensa.” – (Corano 33:35)

Terzo, la santità della vita è di primaria importanza nell’Islam, fino al punto in cui… “Chiunque uccida un uomo, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera; e chi ne abbia salvato una vita, sarà come se avesse salvato la vita di tutta l’umanità.” [5:32]. Tuttavia, non si tratta dell’Islam. Si tratta del perché l’Islam è l’argomento di questa discussione, in primo luogo, quando dovremmo occuparci delle vere radici della violenza.

Quando l’Islam è stato introdotto in Arabia molti secoli fa, era, e di fatto rimane, una rivoluzione radicale. Se era  e rimane radicale, certamente il tipo di radicalismo che, se considerato obiettivamente, sarebbe considerato una vera sfida al classismo della società, all’inuguaglianza in tutte le sue forme, e, soprattutto, al capitalismo alla sua instabilità radicata, all’avidità e all’insensibilità.

Per evitare una discussione razionale, su problemi reali, molti fanno dei non-problemi il punto cruciale del dibattito. L’Islam, quindi, viene discusso insieme all’IS, ai conflitti tribali e settari della Nigeria, alla resistenza palestinese e all’occupazione israeliana, ai problemi dell’immigrazione in Europa e a molto altro.

Mentre gran parte della violenza si verifica in tutto il mondo in nome della Cristianesimo, del Giudaismo, perfino del Buddismo,  in Birmania e a Sri Lanka, raramente intere collettività vengono stigmatizzate dai media. E però, tutti i musulmani sono direttamente o in altro modo considerati direttamente responsabili da molti, anche se un criminale che per caso era musulmano ha avuto un attacco di rabbia. Certo, può essere ancora designato  “lupo solitario”, ma si può essere quasi sicuri che i musulmani e l’Islam in qualche modo dopo diventano importanti per il dibattito mediatico.

Nel loro disperato tentativo di  respingere  le accuse, molti musulmani, spesso guidati da intellettuali e giornalisti attendibili, per quasi due decenni hanno organizzato un contro-tentativo di distanziare l’Islam dalla violenza  e di combattere lo stereotipo persistente. Col tempo, questi sforzi sono culminati in una costante corrente di scuse collettive da parte dell’Islam.

Quando un musulmano in Brasile o in Libia reagisce a una crisi di ostaggi a Sydney, in Australia, condannando la violenza a nome dell’Islam, e tentando freneticamente di difendere l’Islam e di rinnegare la militanza, e così via, la domanda è: perché? Perché i media fanno sentire colpevoli i musulmani di ogni cosa portata avanti in nome dell’Islam, anche da un folle? Perché i membri di altre religioni non si attengono agli stessi standard? Perché non si chiede  ai cristiani svedesi di spiegare e di scusarsi per il comportamento dell’Esercito di Resistenza del Signore in Uganda, o agli ebrei argentini di spiegare la violenza e i terrore quotidiani e sistematici degli estremisti ebrei a Gerusalemme e in Cisgiordania?

Dal momento che Francis Fukuyama ha dichiarato la “Fine della Storia” nel 1992, rivelando che i liberi mercati e le “democrazie liberali” regneranno supreme per sempre, seguito dall’idea dello “scontro di civiltà e della necessità di “ricostruire l’ordine mondiale” , ipoteticamente contraria, ma ugualmente presuntuosa, un’intera nuova industria culturale ha coinvolto molte persone a Washington, a Londra e altrove. Una volta che la Guerra fredda è finita trionfalmente con un senso  esagerato    di legittimazione politica, il Medio Oriente è diventato il nuovo campo da gioco per le idee sul dominio e sugli armamenti pesanti.

Da allora, è stata una guerra totale, che era  istigata dalle potenze occidentali o che ne coinvolgeva parecchie. E’ stata una guerra prolungata, multi-dimensionale: una guerra distruttiva sul terreno, una guerra economica (da una parte blocchi e dall’altra globalizzazione e sfruttamento del libero mercato), un’invasione culturale (questa ha reso l’occidentalizzazione della società equivalente alla modernità); in cima a tutto questo una massiccia guerra di propaganda che ha come obiettivo la principale religione del Medio Oriente: l’Islam.

La guerra all’Islam è stata particolarmente essenziale, dato che sembrava unificare una grande gamma di intellettuali occidentali che erano allo stesso modo conservatori, liberali, religiosi e laici. Tutto fatto per buone ragioni:

-L’Islam non è soltanto una religione, ma un modo di vita. Demonizzando l’Islam, si demonizza tutto quello che è associato con esso, compresi, naturalmente, i musulmani.

-La denigrazione dell’Islam che si è trasformata in una massiccia islamofobia  guidata dall’Occidente, ha aiutato ad avallare le azioni dei governi occidentali, per quanto fossero violente e offensive. La disumanizzazione dei musulmani è diventata un’arma essenziale in guerra.

-E’ stata anche strategica: l’odio per l’Islam e per tutti i Musulmani è uno strumento molto flessibile che renderebbe possibile l’intervento militare e le sanzioni economiche in qualsiasi luogo dove l’Occidente ha interessi politici ed economici. L’odio per l’Islam è diventato uno slogan  unificante usato dai difensori delle sanzioni al Sudan e perfino dai gruppi neo nazisti contrari agli immigrati in Germania, e in qualsiasi altro posto. Il problema non sono più i mezzi violenti usati per ottenere il dominio politico e il controllo delle risorse naturali, ma, magicamente, è stato tutto ridotto a una sola singola parola: Islam, o, nei casi migliori, Islam e qualche altra cosa: libertà di espressione, diritti delle donne, e così via.

Non è stata quindi una sorpresa vedere persone come Ian Black commentare sul Guardian, ore dopo che gli uomini armati avevano compiuto l’attacco letale a Parigi contro una rivista francese, mercoledì 7 gennaio, con la riga iniziale: “La satira e l’Islam non stanno bene insieme…” Neanche una parola sulle forze armate francesi e su altre forme di intervento in Medio Oriente; sul loro ruolo di guida nella guerra in Libia; sulla loro guerra in Mali, e così via. Neanche una parola sulla recente dichiarazione di François Hollande di essere “pronti” a bombardare i ribelli libici, sebbene fosse stata fatta soltanto pochi giorni prima.

Certamente ha parlato della satira pornografica di Charlie Hebdo che aveva  come obiettivo il Profeta Mohammed, ma si è detto poco da parte di Black o dei molti altri che sono stati svelti a collegare l’argomento dell’ Islam del 7° secolo”, alle guerre odiose e alle orribili dimostrazioni pornografiche di tortura, stupri e di altri atti inenarrabili; atti che hanno tormentato milioni di persone; di musulmani. Invece parla dell’arte occidentale e dell’intolleranza musulmana. La linea sottile era: sì, certo, è uno “scontro di civiltà”.

Qualcuno di questi “intellettuali” si è mai fermato a pensare che forse , soltanto forse, le reazioni violente ai simboli islamici degradanti riflettono un sentimento politico reale, per esempio, un sentimento collettivo di umiliazione, di torto, di dolore e di razzismo che si estende a ogni angolo del mondo? E che è naturale che la guerra che viene costantemente esportata dall’Occidente nel resto del mondo, potesse in sostanza essere  riesportata nelle città occidentali? Non è possibile che i musulmani siano arrabbiati da qualcosa di molto più subdolo e profondo che l’arte di cattivo gusto di Charlie Hebdo? Evitare la risposta è probabile che ritardi un tentativo serio di trovare una soluzione, che deve iniziare con la fine dell’interventismo occidentale in Medio Oriente.

Di Ramzy Baroud. Traduzione di Maria Chiara Starace

Categorie: Diversità, Internazionale, Opinioni, Questioni internazionali
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