La Lega prende piazza Duomo

21.10.2014 - Milano - Redazione Italia

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La Lega prende piazza Duomo
(Foto di https://www.facebook.com/centrosocialecantiere)

Con il permesso dell’autore riproponiamo la lucida analisi comparsa sul Manifesto del 19 ottobre 2014 sul significato della manifestazione anti-immigrati della Lega a Milano e sulle allarmanti prospettive che apre per il futuro.

Que­sto disa­gio cos’è? Dif­fi­cile da spie­gare. Forse la sen­sa­zione fisica di essere stati let­te­ral­mente can­cel­lati dalla sto­ria. Pro­prio qui, in piazza Duomo. La «nostra», dice­vamo fino a ieri. Doveva suc­ce­dere. Era nell’aria e adesso si spre­che­ranno le ana­lisi. O forse faremo finta di niente. Ma dove cazzo era­vamo? Già. Troppo tardi ormai. In Ita­lia c’è un nuovo par­tito anti sistema di massa. Il suo lea­der è abile, fur­betto. Il par­tito è di destra. Di estrema destra. Prima o poi farà il pieno di voti. Moderno. Forte, radi­cato nel ter­ri­to­rio, popo­lare, inter­clas­si­sta, pieno di vec­chi e di gio­vani dispo­sti a met­tersi in gioco. Sono orgo­gliosi di esserci, brutti per il nostro stra­bico punto di vista. Ma è il «popolo», lo chia­ma­vamo così.

Eccolo qua. Non sono più sfi­gati, sono minac­ciosi, non par­lano solo ber­ga­ma­sco o bre­sciano, ven­gono dal sud Ita­lia, dalle Mar­che, dalla Cala­bria. Fasci­sti, veri. Per­ché il primo par­tito di massa in Ita­lia è un par­tito a voca­zione nazio­na­li­sta, «da Trento a Palermo» come dice il capo supremo — sem­bra il fra­tello gemello dell’altro Mat­teo. Poi lungo il cor­teo qual­che sim­pa­ti­cone vaneg­gia ancora di seces­sione, ma quella è sto­ria vec­chia, il bor­bot­tare di Bossi che fa pena quando bia­scica dal palco.

La con­fu­sione è tanta sotto anche il cielo leghi­sta, ma il mes­sag­gio è forte e chiaro e garan­ti­sce agi­bi­lità per tutti. Sono raz­zi­sti, can­tano le can­zon­cine con­tro i «clan­de­stini», ridono e fun­ziona. Pacioc­coni e pic­chia­tori stanno facendo un pezzo di strada insieme. Sono giu­sta­mente con­tro l’Europa delle ban­che e con­tro l’austerity che affama i cit­ta­dini (anche loro, solo che la sini­stra in un solo anno è riu­scita a per­dere per strada un milione di voti con la Lista Tsi­pras). Come mai? Pro­blemi di cre­di­bi­lità? Forse abbiamo urgen­te­mente biso­gno di un altro Mat­teo tutto nostro? L’argomento è spi­noso, e non è ancora comin­ciata l’analisi. Biso­gna rico­no­scerlo. Sal­vini ha vinto. E dopo que­sta gior­nata forse biso­gne­rebbe smet­terla di rac­con­tarsi la sto­riella edi­fi­cante di Milano città meda­glia d’oro della Resi­stenza. Se così fosse non sarebbe successo.

Mai vista una piazza del Duomo così. Se vogliamo rima­nere sul sim­bo­lico, che tanto sim­bo­lico non è, pro­prio in que­sta città, guar­diamo l’ultimo spez­zone di cor­teo che entra in piazza. Fis­sia­molo negli occhi. I vec­chi can­tano le loro can­zoni con un filo di voce, sono com­mossi. Lo sguardo perso. Alle vec­chie vedove non pare vero, si com­muo­vono anche: piazza Duomo, piazza Duomo, «ma allora è vero». Sì. I gio­vani sfi­lano die­tro le inse­gne di Casa Pound, il ser­vi­zio d’ordine è rigo­roso, sim­pa­tico, hanno vinto, sono alle­gri: sono fasci­sti gio­vani, loro hanno sof­ferto meno, arri­vano da tutta Ita­lia (Lazio, Cala­bria, Mar­che, Pie­monte, Abruzzo, Lom­bar­dia) entrano per la prima volta in que­sta piazza. E’ un ingresso trion­fale, pro­ba­bil­mente tre­mano le gambe. Il brac­cio teso. Il tabù è infranto. Saranno due­mila. Pochi? Tan­tis­simi. Intorno a loro c’è la piazza più acco­gliente che esi­sta in Ita­lia: diciamo 80 mila per­sone. Una marea. Ci scap­pe­rebbe la con­si­de­ra­zione enfa­tica, se dices­simo che mai nella sto­ria repub­bli­cana i fasci­sti hanno messo piede in piazza Duomo can­tando le loro can­zoni, per dare forza e lugu­bre sostanza a decine di migliaia di per­sone che per tutta la gior­nata non hanno fatto altro che pren­der­sela con gli stra­nieri, oltrag­giando i morti. Vin­cono e vin­ce­ranno facile, per­ché gio­cano da soli.

Il comi­zio del lea­der è uno show. Una mace­do­nia di popu­li­smo, dema­go­gia, deliri este­ro­fili, raz­zi­smo gua­scone, vio­lenza, con accenti di buon senso che sem­pre arri­vano alla pan­cia di «quelli che non arri­vano alla fine del mese». Il ragazzo è abile. Non ce l’ha con i gay, per esem­pio, mica è scemo, solo che «i gay piut­to­sto che spo­sarsi magari pre­fe­ri­reb­bero avere un lavoro». Esor­di­sce salu­tando Putin, il suo nuovo amico, e sul palco spunta un amba­scia­tore della Rus­sia che gli porge un rega­lino da parte dello zar. Poi spu­pazza un neo­nato, «siamo in que­sta piazza per il futuro dei nostri figli». Liscia il pelo ai pen­sio­nati. Evoca le mele delle Val­tel­lina per dare dei «pirla» a quelli di Bru­xel­les, poi evoca Oriana Fal­lacci. L’ordine dei gior­na­li­sti è «del cazzo» e il canone della Rai non biso­gna più pagarlo. Vuole la castra­zione chi­mica per gli stu­pra­tori, chiama in causa Napo­li­tano per­ché vuole la gra­zia per un tale che ha ucciso un rapi­na­tore. Non vuole nean­che una moschea. E vuole la fine di Mare Nostrum (la vuole anche il governo Renzi-Alfano). Niente di nuovo, ma dirom­pente. Poi chiama la piazza a scam­biarsi un segno di pace «per met­tersi in gioco», ottan­ta­mila per­sone si danno la mano per giu­rarsi non si sa cosa. Ma ieri è nata la nuova destra popo­lare italiana.

Quanto ci riguarda? Molto, eppure in pochi l’hanno com­preso. Il sin­daco Giu­liano Pisa­pia, per esem­pio, non deve essersi accorto di cosa è acca­duto sotto le sue fine­stre se a cose fatte rila­scia solo uno stri­min­zito comu­ni­cato per dire che «Milano è ed è sem­pre stata una città demo­cra­tica che non può accet­tare tali atteg­gia­menti lesivi della dignità dell’essere umano solo per­ché stra­niero». Dav­vero Milano non può accet­tare? Allora non se n’è accorto nes­suno. Gli assenti non hanno scuse, per­ché que­sta non è una volta qual­siasi e tutta la sini­stra ha lasciato campo libero a una offen­siva aper­ta­mente rea­zio­na­ria e raz­zi­sta, men­tre crisi e disa­gio sociale stanno ali­men­tando una peri­co­losa guerra tra poveri. E la Cgil, che ha saputo rimet­tersi in mar­cia sul lavoro, non ha capito cosa signi­fica sot­to­va­lu­tare il raduno leghi­sta e lasciare libera la piazza.

Per que­sto biso­gne­rebbe com­pli­men­tarsi con tutti quelli che ieri pome­rig­gio hanno sen­tito il biso­gno di esserci per dare almeno un segnale. Rin­gra­ziarli uno a uno. Si sono ritro­vati in piazza per un altro cor­teo, con altri pen­sieri. Sta­vano bene insieme, erano troppo lon­tani dal Duomo. Tre­mila per­sone, stu­denti, cen­tri sociali, la solita sini­stra spar­pa­gliata che se non altro non ha perso il rispetto per la pro­pria sto­ria e che man­tiene viva quella sfron­ta­tezza che serve per guar­darsi in fac­cia anche quando la situa­zione butta male. E sta­volta butta male dav­vero. Forse non bastano più i riflessi condizionati.

Luca Fazio

Categorie: Diversità, Europa, Opinioni, Politica
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