Bambini in fuga: la crisi dell’immigrazione è sempre più grave

17.06.2014 - Amy Goodman

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese

Bambini in fuga: la crisi dell’immigrazione è sempre più grave
(Foto di ONU)

Avete visto le foto? Bambini che dormono in fila per terra, trattenuti dal Department of Homeland Security (Dipartimento della Sicurezza Interna). Ogni giorno ci sono sempre più bambini che arrivano e il governo federale non sa dove metterli.

“Quando ho visto le foto per la prima volta, ho pianto e mi si è spezzato il cuore per questi bambini” racconta José Luis Zelaya. Stava guardando le foto dei bambini migranti che venivano ammassati dal governo statunitense. Zelaya capisce la loro condizione. Sta per prendere il dottorato alla Texas A&M University, ma non è uno studente qualunque. Il suo cammino è stato lungo e difficile, un suggestivo esempio delle lotte e dei successi di molti immigranti clandestini negli Stati Uniti. In un momento come questo è importante ascoltare la storia delle sue traversie, poiché decine di migliaia di bambini soli si riversano ogni giorno dall’America Centrale e dal Messico sul confine meridionale degli Stati Uniti, aggravando la crisi del già malridotto sistema di immigrazione statunitense.

“Sono nato nell’Honduras, a San Pedro Sula, la capitale mondiale della violenza. Da bambino sono cresciuto in una condizione di assoluta povertà. Ho visto mio fratello morire tra le braccia di mia madre perché non avevamo il denaro per portarlo in ospedale” racconta José al notiziario di Democracy Now!  “Avevamo un padre violento, un alcolizzato che picchiava mia madre in pubblico… ci prendeva a botte con il lato di un machete o con quello di una pistola”. La madre fuggì insieme alla sorella di José e riuscì ad arrivare negli Stati Uniti. Alla fine, il padre di José lo sbatté fuori di casa. La sua storia continua: “Diventai un senzatetto, un bambino di strada… cercavo da mangiare nella spazzatura. Una volta, mentre stavo giocando a calcio, mi sono ritrovato nel bel mezzo di una sparatoria tra auto in corsa… mi hanno sparato due volte, a entrambe le braccia e allora ho deciso che dovevo scappare.”

José aveva un pezzo di carta con il numero di telefono della madre che cominciava con “713”, il prefisso di Houston e con quello a 13 anni si è imbarcato in un viaggio infernale verso nord per riunirsi a sua madre. Si calcola che 500.000 persone viaggino nei treni merci dall’America Centrale, attraverso il Messico, nella speranza di raggiungere il confine statunitense. Sonia Nazario è una giornalista che ha vinto il Premio Pulitzer per il suo reportage sul problema dell’immigrazione. La sua inchiesta è diventata il libro “Enrique’s Journey: The Story of a Boy’s Dangerous Odyssey to Reunite With His Mother” (“Il viaggio di Enrique: la storia della pericolosa odissea di un ragazzo per riunirsi alla madre”). È la storia di un altro ragazzo fuggito di casa come José. Sonia Nazario ha ripercorso i suoi passi viaggiando sullo stesso treno pericoloso che ha portato sia José che Enrique a nord, spesso chiamato “La Bestia”.

Quando ce la fanno, i bambini devono comunque confrontarsi con un confine sempre più militarizzato e con i “coyotes”, criminali che offrono passaggi attraverso la frontiera a prezzi esorbitanti. José è stato catturato e trattenuto in un centro di detenzione a Harlinger (Texas) per due mesi in condizioni sconvolgenti: “Avevamo il permesso di uscire a vedere la luce del sole un’ora alla settimana e potevamo bere acqua solo tre volte al giorno”.

Le sue esperienze di oltre dodici anni fa sono importanti, dato l’odierno afflusso di minori non accompagnati che attraversano il confine USA-Messico. Nel 2014 l’U.S. Customs and Border Protection (Ufficio delle dogane e della protezione delle frontiere) ha riportato finora il dato di oltre 47.000 bambini detenuti dopo aver superato la frontiera, quasi il doppio di tutto il 2013 e quasi cinque volte più del numero registrato nel 2009. Nel marzo di quest’anno l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha diffuso il rapporto “Children on the Run” (“Bambini in fuga”), confermando quanto affermato da Sonia Nazario sulle ragioni che spingono queste decine di migliaia di giovanissimi a scappare a nord da soli: “La prima ragione è la violenza e la seconda il desiderio di riunirsi a un genitore che li ha lasciati”.

L’aumento senza precedenti di bambini che attraversano il confine ha dato il via a diverse azioni da parte del governo federale. Il Ministro della Giustizia Eric Holder ha annunciato la scorsa settimana che avrebbe investito 2 milioni di dollari per assumere avvocati e paralegali per assistere questi bambini soli nel labirinto legale della detenzione degli immigranti. Sonia Nazario ritiene che non basti e che bisognerebbe fornire a questi bambini lo status di rifugiati: “Giudichiamo un paese da come tratta i bambini. Stiamo chiedendo a questi minori di fare l’impossibile, ovvero di difendere il loro diritto di essere qui. Non tutti potranno rimanere, ma dobbiamo dare loro un giusto processo”.

Nazario prevede che il prossimo anno oltre 100.000 bambini non accompagnati attraverseranno il confine statunitense per sfuggire alla violenza della guerra della droga, alle gang e alla povertà generale, inasprita da ingiusti accordi commerciali e dalla politica antidroga degli Stati Uniti. Questi bambini coraggiosi stanno tentando di salvarsi la vita viaggiando verso nord. Il nostro compito negli Stati Uniti è di risolvere le questioni politiche che li costringono alla fuga.

Denis Moynihan ha contribuito alla stesura di questo articolo.

Traduzione dall’inglese di Cecilia Benedetti. Revisione di Anna Polo

Categorie: Diritti Umani, Nord America, Opinioni
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