L’incredibile storia del giornalista “più ricercato” della Grecia

18.07.2013 - Z-net Italy

 

Kostas Vaxevanis

Kostas Vaxevanis

di Ingeborg Beugel – 17 luglio 2013

Vituperato nel suo paese e acclamato all’estero, Kostas Vaxevanis è quasi sicuramente il giornalista più solo e perseguitato della Grecia. Si è guadagnato una reputazione mondiale ed è divenuto una spina nel fianco del governo dopo aver pubblicato la famigerata lista Lagarde dei ricchi greci potenziali evasori delle tasse. Questo saggio dell’eminente giornalista olandese Ingeborg Beugel, che è stata corrispondente di numerosi giornali e stazioni televisive olandesi in Grecia, è un ritratto di una voce solitaria che grida nel deserto, di un uomo che teme per il futuro della democrazia greca.

“Al momento mi sento prevalentemente minacciato dal silenzio. Un silenzio assordante. Per un giornalista d’inchiesta nulla è peggio che essere ignorato. Non temo per me stesso, bensì per la nostra democrazia. E’ in pericolo.” Kostas Vaxevanis parla come un robot esaurito. Nei mesi recenti ha instancabilmente ripetuto in continuazione le stesse parole. A giornalisti stranieri, principalmente, perché la stampa greca non vuol più sentir parlare di lui, cosa che, anche lui concorda, è del tutto incomprensibile. Sin da quanto la prima pubblicazione della sua rivista Hot Doc ha denunciato le pratiche scandalose di una grande banca nel maggio dell’anno scorso, ha rivelato uno scandalo dopo l’altro. Ma nulla di ciò è stato raccolto dai suoi colleghi, nessuno dei quali pare disposto a occuparsi dei suoi articoli. Vaxevanis ha già ricevuto due premi internazionali per il giornalismo, ma nemmeno un solo giornale greco, o una sola emittente del paese, ne ha parlato. “Anche se noi greci, sciovinisti come siamo, siamo sempre i primi a strillare dai tetti quando un compatriota greco vince qualcosa all’estero,” sospira, con un sorriso ironico sul volto.

Vaxenakis sembra un corrispondente di guerra, fumatore compulsivo, con la classica barba non rasata, cerchi neri attorno agli  occhi e i capelli ravviati alla meno peggio, solo che non ha mai acceso una sigaretta in vita sua. C’è stato un tempo in cui era davvero uno dei pochi corrispondenti greci di guerra, in Medio Oriente e durante la guerra in Jugoslavia. Ora si trova su un campo di battaglia diverso: il suo stesso paese. E’ ridicolizzato, sabotato, seguito, perseguitato, intercettato, minacciato, attaccato e ci sono stati tentativi di penetrare in casa sua, non certo da parte di comuni topi d’appartamento. E’ come se fosse finito in un cattivo film di Hollywood. “E il problema è esattamente questo. Nessuno crede a ciò che ci sta succedendo. Ci sono cose che nemmeno pubblichiamo più, semplicemente perché così la gente continuerà a prenderci sul serio.” L’ostilità è prevalentemente contro di lui, ma egli parla costantemente di “noi”: la squadra di Hot Doc e lui stesso.

Diffidenza e matematica come stile di vita

Ci troviamo negli uffici di Hot Doc, sotto la casa di Vaxevanis, nella periferia di Atene, vicino alla strada principale per Lamia. Non è luogo accessibile facilmente. Il taxi vi lascia in prossimità di un edificio. Da lì telefonate a un numero segreto e un giovane verrà a prendervi. Lungo una strada sterrata arrivate finalmente di fronte a un grande muro, con un cancello di ferro; nessuna insegna, nessun nome, solo telecamere di sorveglianza dappertutto e quattro pastori tedeschi di guardia.

“Abbiamo dovuto lasciare il centro della città; stava diventando troppo rischioso. Grazie al numero enorme di vendite del numero con la lista Lagarde abbiamo avuto finalmente dei soldi, così, insieme con un architetto amico mio, ho convertito il seminterrato di casa mia in una redazione”, dice con un accenno di soddisfazione nella voce. E a ragione. La casa è situata in un quartiere idilliaco, circondato da rigogliose buganvillee e da alti alberi. All’esterno delle finestre della stanza spaziosa c’è un’ampia terrazza; sotto, una piscina ultimata a metà, i soldi erano finiti. Dietro la porta si può sentire il brusio dei dodici redattori, interamente assorbiti nelle loro telefonate ed email in quello che costituisce uno degli spazi di lavoro dall’aspetto più piacevole e fresco che si possa immaginare, il che è in sé un’eccezione rispetto alle redazioni greche, prevalentemente lugubri, rumorose e fumose. Hot Doc può essere nel mezzo di un inferno, ma è situato in un paradiso.

Vaxevanis, quarantasettenne figlio di un operaio edile e di una casalinga, ha studiato un tempo matematica e in realtà è finito nel giornalismo per caso. E’ stato nel 1988, l’anno in cui il carismatico primo ministro greco Andreas Papandreou – fondatore del partito socialdemocratico (PASOK) che fu la prima forza politica di sinistra a vincere le elezioni greche con una valanga di voti nel 1981 – era stato chiamato in giudizio per uno scandalo di peculato. Era stato assolto, ma il danno ormai era fatto. Il popolo greco aveva sempre saputo che la destra era corrotta, ma improvvisamente venivano cancellate per sempre tutte le speranze che la sinistra fosse migliore.

“Quell’anno decise della mia vita. La sinistra era caduta in disgrazia, il popolo era stato defraudato, gli elettori traditi. La gente anelava alla democrazia. Questa è una delle cose che voi del nord tendete a dimenticare: la Grecia non ha mai conosciuto una vera democrazia. Anche dopo l’ultima giunta militare la nostra democrazia è sempre stata menomata, zoppicante su un piede solo. Papandreou aveva fatto ogni sorta di promesse, l’immaginazione era al potere, vedevamo il mondo attraverso occhiali rosa. E improvvisamente c’erano questi “nuovi ricchi” politici, questo populismo. Tutti non facevano che appropriarsi della democrazia per i propri interessi e commettevano reati nel nome della democrazia. Papandreou era appoggiato dal giornale Avriani, di proprietà di un magnate amico suo. Fu così che iniziarono un rapporto insano e un conflitto d’interessi tra la dirigenza greca e la stampa. L’”avrianismo” era rampante, era più che populista, era quasi fascista. Sia la sinistra sia la destra apparivano marce. Diventò una specie di guerra civile: tutto era deciso dall’avversario. Se non sei con noi, sei contro di noi. In quel senso i greci non hanno mai vissuto un Illuminismo. Da giovane giornalista mi sono immediatamente tuffato in profondità. Non ho più avuto fiducia in nessuno.”

Diffidenza e matematica, sono stati questi gli ingredienti del tipo di giornalismo di Vaxevanis. “E’ una filosofia, un modo di vivere, che ho sempre conservato”, dice. Oggi continua a essere ferocemente critico del giornalismo scandalistico greco. E Vaxevanis sa di cosa parla. Ha lavorato per o con le principali organizzazioni mediatiche greche, tra cui quasi tutti i giornali seri e la maggior parte delle stazioni radio e televisive. Nel 2011 e 2012 la sua casa di produzione, To Kouti Pandoras (Il vaso di Pandora), ha trasmesso notizie e articoli di sfondo alla ERT, l’emittente pubblica greca.

Non vuole più ripensarci. “Ogni settimana era un disastro. Minacciavano in continuazione di non trasmettere i nostri articoli. Dopotutto quasi tutti i nostri articoli trattavano di scandali di ministri, membri del parlamento o banche. Prima, quando ancora lavoravo per le emittenti commerciali, avevo lo stesso tipo di problemi. A volte un ministro o un politico chiamava il direttore perché non gli piaceva qualcosa, ed io ero convocato nell’ufficio del capo. A volte la cosa finiva in niente, a volte no. Ma il problema con la ERT è che non c’erano neppure ministri o parlamentari che chiamavano; no, semplicemente il direttore decideva per conto suo che i nostri servizi non potevano essere trasmessi. Pura autocensura. Non semplicemente censura imposta dall’esterno, ma del tutto interiorizzata. Ora questo è male. Ed è qualcosa che fa infuriare.”

Quando alla fine solo 12 servizi su 36 andarono in onda in televisione, dopo una lotta apparentemente infinita e una serie di scontri esplosivi, Vaxevanis decise che quando è troppo è troppo. Prese la sua intera squadra di ricerca composta da ragazzi geniali e avviò la sua rivista, con un bilancio di 6.000 euro, sia a stampa sia in rete. I guai cominciarono già prima della pubblicazione del primo numero, il 24 maggio 2012.

Intercettazioni, introduzione di droga e altri complotti sinistri

In un comunicato stampa pochi giorni prima Hot Doc aveva preannunciato il grande scandalo del settore bancario – riguardante prestiti non garantiti, oscure società all’estero, e chi più ne ha più ne metta – di cui si sarebbe occupato il primo numero. Improvvisamente il 23 maggio hanno cominciato a emergere dovunque, su siti web, su blog e persino su giornali, fotografie di un assegno con la firma di Vaxevanis: prova del fatto che egli aveva ricevuto 50.000 euro dall’agenzia dei servizi segreti greci EYP. L’EYP è odiata e temuta in Grecia per la persecuzione prevalentemente di gente di sinistra e comunisti in precedenza, durante e dopo la giunta militare. Chiunque sia solo sospettato di avere qualcosa a che fare con l’EYP, semplicemente non può essere creduto. Vaxevanis ha tentato tutto il possibile per riabilitare il suo nome, scrivendo articoli focosi, citando in giudizio blogger per diffamazione e false dichiarazioni, ma nulla ha funzionato. Le sue accuse sono state dichiarate sistematicamente “inammissibili” dai pubblici ministeri, mentre le accuse contro di lui erano accettate. Ha combattuto una battaglia persa. Il resto della stampa non ha raccolto alcuna delle sconvolgenti rivelazioni di Hot Doc, anche se il suo primo numero ha venduto 22.000 copie; molte per un paese piccolo come la Grecia e sufficienti per la sopravvivenza della rivista.

Nel frattempo hanno cominciato a succedere cose strane. Le telefonate erano intercettate, Vaxevanis era seguito. I cani hanno trovato quattro uomini che giravano nel giardino. La polizia veniva chiamata ma finiva per recarsi all’indirizzo sbagliato, consentendo la fuga degli intrusi. Quell’incidente, almeno, è sembrato provocare una qualche eccitazione nei media, che sono stati rapidi nell’aggiungere che “ci sono stati un mucchio di furti” ultimamente nel quartiere, cosa di per sé sfacciatamente falsa. Alla fine Hot Doc si è trovato sotto pressione – e persino minacciato – dalle grandi banche greche.

Vaxevanis: “Avevamo detto fin dall’inizio che non potevamo accettare pubblicità dal governo o dalle banche. Alle banche non è piaciuto. Ma le cose vanno così male oggi che se una banca qui pubblica qualcosa su un giornale, quel giornale non può più criticarla. Su tutti i giornali greci si vede oggi pubblicità, dove invece dovrebbero esserci articoli e rivelazioni. C’è un conflitto d’interessi nauseante tra banchieri, uomini d’affari, industriali e politici da una parte, e giornalisti dall’altra. Ad esempio: in nessun altro paese ci vogliono tante licenze governative come in Grecia, dove se ne ha bisogno praticamente per ogni cosa. Anche se si vuole aprire semplicemente un chiosco o un banchetto di souvlaki, lo si può fare solo con una licenza valida pochi anni. Le emittenti commerciali hanno solo licenze annuali. Ogni anno devono andare a leccare i piedi al governo per chiedere una proroga della loro licenza. Se si critica il governo non la si ottiene. L’ERT è comunque un canale politico: il consiglio di amministrazione è nominato direttamente dal governo. E perciò nessun giornalista fa quel che dovrebbe fare: controllare il potere e rivelarne gli abusi. E nessuno sembra arrabbiarsi o essere turbato per questo. L’indifferenza è diffusa.”

Nel corso dell’estate, improvvisamente una signora ha chiamato Hot Doc dicendo di voler parlare con Vaxevanis per “una questione di vita o di morte”. Vaxevanis la chiama “Maria”. Maria era impaurita. Impaurita perché era stata coinvolta in qualcosa che poteva finire male, non solo per Vaxevanis, ma anche per lei. Dopo alcuni dubbi iniziali e intense discussioni, il comitato editoriale di Hot Doc ha deciso di ascoltare il suo racconto: lei affermava di essere la donna che aveva falsificato la firma sull’assegno dell’EYP; ha parlato di assassini dalla Macedonia che volevano uccidere Vaxevanis; di un gruppo di ex agenti segreti dell’EYP e dei servizi segreti macedoni che avevano avviato una loro attività e che, lavorando per un banchiere – il “Pezzo Grosso” – erano intenti a diffamare con falsi documenti non solo Vaxevanis, ma anche un giornalista tedesco della Reuters; di un furto riuscito alla Reuters e in un altro furto progettato presso Hot Doc; del grande banchiere per il quale lei lavorava e che aveva affittato uno spazio vicino agli uffici di Hot Doc quando il giornale aveva ancora sede ad Ambelokipi, nel centro di Atene, e di come intercettavano e spiavano Vaxevanis da lì; di come avessero ricevuto il compito di mettere della droga nell’auto di un ex dipendente della banca del Pezzo Grosso che stava progettando di rivelare prove incriminanti circa le pratiche della banca; e di molto, molto altro, tra cui altri piani e operazioni per screditare numerosi altri giornalisti e anche politici.

Per molti mesi la squadra di Hot Doc ha cercato, nella massima segretezza, di verificare il racconto di Maria. La donna aveva prove di tutto: documenti ufficiali e falsificati, i fogli su cui si era esercitata a falsificare la firma di Vaxevanis, gli assegni che aveva ricevuto dall’EYP per falsificarli, foto dell’auto della ‘talpa’ su cui dovevano mettere l’eroina, biglietti marittimi per l’isola su cui l’auto era parcheggiata, persino registrazioni su CD, chiaramente udibili, di conversazioni tra i suoi disgustosi colleghi, che tramavano e discutevano un’ampia varietà di complotti.

Vaxevanis continua a parlare con franchezza, nonostante la mia incredulità: “Tutte le prove sono depositate da un notaio. Abbiamo consegnato il dossier completo al procuratore a settembre. Maria è oggi una testimone inserita in un programma di protezione, da qualche parte, fuori da Atene. Dopo di ciò abbiamo pubblicato l’intera storia su Hot Doc, nella misura del possibile senza fare nomi. No, no. Non posso dirti il nome del banchiere. E’ compito del Dipartimento della Giustizia.”

Entra uno dei redattori per recarsi nel bagno vicino alla cucina. Un paio di altri vuol fare del caffè. Lo possono fare. Vaxevanis li guarda con notevole affetto, come se fossero i suoi figli. Quando se ne sono andati, ritorna a occuparsi di me. Improvvisamente appare esausto. Non ha ancora saputo nulla dal Dipartimento della Giustizia e non ha idea se stia investigando, e su cosa. La stampa greca, dopo la pubblicazione di questa storia incredibile, ha continuato a rifiutarsi di dire una parola? Vaxevanis ha un’alzata di spalle. “No. Né un solo giornale, né una sola stazione televisiva ha prestato attenzione. Solo la stampa all’estero. E chi ci segue su Twitter e Facebook. Senza il sostegno di giornali stranieri famosi e senza i media sociali, non andremmo da nessuna parte.”

Una chiavetta USB ottenuta in modo improprio, piena di dati compromettenti

Il settembre del 2012 è stato un mese impegnativo. E’ il mese in cui Vaxevanis è stato avvicinato da “qualcuno” ai primi posti nella cosiddetta lista Lagarde. In quel momento nessuno sapeva dell’esistenza della lista. Anche se altri paesi della periferia meridionale dell’Europa avevano ricevuto liste simili da Christine Lagarde, che all’epoca era ancora il ministro delle finanze francese e che oggi dirige il FMI. E’ successo tre anni fa. Un certo Falcani, un dipendente della HSBC in Svizzera aveva lasciato la banca portando via con sé una serie di documenti che elencavano i nomi, i numeri di conto e le somme depositate da cittadini ricchi dei paesi dell’Europa meridionale: potenziali evasori fiscali.  Falcani, in modo piuttosto improprio, aveva passato le informazioni alla Lagarde che a sua volta le aveva passate ai suoi colleghi dell’Europa meridionale su una serie di chiavette USB. Italia, Spagne e Portogallo avevano immediatamente cominciato a lavorare sulle liste, e avevano recuperato miliardi di euro di tasse. Vaxevanis non era mai venuto a conoscenza dell’informazione fino a quando non aveva ricevuto la lista di 2.059 nomi greci e i dati accompagnatori. No, nessuno sa come sia arrivata, aggiunge con una strizzata d’occhio; solo lui e la sua fonte. E, no, non ha mai incontrato la sua fonte di persona. “Ma penso di sapere chi è. Non conosco le sue motivazioni, ma credo siano pure e oneste,” dice severamente Vaxevanis. Mi ricorda il Watergate. Nemmeno Bernstein incontrò di persona la sua gola profonda.

Quando ha visto il documento, Vaxevanis è quasi caduto dalla sedia: la lista conteneva i nomi di numerosi ben noti uomini d’affari, sviluppatori immobiliari, politici, giornalisti, avvocati, ex primi ministri, ex segretari di stato e membri degli attuali dirigenti governativi greci. Inoltre tutti i proprietari di stazioni radio e televisive commerciali greche sono risultati collegati alla lista, in un modo o nell’altro. Si è reso conto di essere seduto su una bomba. Dopotutto, come avrebbe reagito il popolo greco a una lista di potenziali evasori fiscali, contenente i nomi di quelle stesse persone che stavano allora tagliando i salari e le pensioni, imponendo una tassa odiosa dopo l’altra, e tutto mentre depositavano i loro soldi in conti bancari all’estero?

Dopo tutto ciò che aveva attraversato, Vaxevanis non potevano permettersi il minimo errore. Innanzitutto ha chiamato alcuni suoi conoscenti che erano anch’essi sulla lista. E’ emerso che sapevano già dell’esistenza della lista, perché, dopo aver scoperto ciò che aveva fatto Falcani, la HSBC aveva telefonato singolarmente a ciascuno dei suoi ricchi clienti dell’Europa meridionale per avvertirli e per offrir loro di chiudere i conti. Molti lo avevano già fatto. E, a parte ciò, avevano ovviamente mantenuto un silenzio di tomba. Ma con Vaxavanis non potevano più restare zitti: “Forse perché avevano chiuso i conti tanto tempo prima si erano immaginati di sentirsi al sicuro? Ma, ovviamente, non importa. Quei conti li avevano avuti. Molti dei conti erano conti di transito per canalizzare il denaro altrove. Ciò è accaduto in gran parte durante la preparazione dei Giochi Olimpici di Atene, nel 2004, quando l’élite greca si è arricchita vergognosamente. Tutto ciò va indagato. Il fatto di avere solo 10.000 euro sul conto non significa che domani non possano essercene cinque milioni, o che non ci siano stati cinquanta milioni in qualche momento del passato.”

Successivamente Vaxevanis ha messo la sua intera squadra al telefono, perché un pugno di conferme chiaramente non sarebbe stato sufficiente per pubblicare la storia. Dopo giorni di lavoro avevano chiamato circa mille persone, registrando tutte le conversazioni e documentando tutto. Si sono consultati con avvocati ed esperti legali e hanno deciso una strategia. Tutti hanno dovuto giurare segretezza e assolutamente nulla doveva emergere prima della pubblicazione. Hot Doc decideva di pubblicare solo i nomi, non i numeri di conto, per non parlare delle somme depositate, perché ciò sarebbe stato perseguibile per legge come violazione della riservatezza.

Adesso gli occhi di Vaxevanis brillano di gioia. Per un momento sembra proprio un ragazzino: “Fino a oggi nessuno sa come siamo riusciti a pubblicare quel numero in tale massima segretezza. La nostra stamperia appartiene a Bobolas, il magnate dei media, proprietario della gigantesca stazione commerciale MEGA. E’ successo il 28 settembre, nel cuore della notte. L’edificio era circondato e protetto dai nostri; gli operai e i tecnici non sapevano nulla, salvo un paio di nostri amici all’interno. Alcune delle stampe non erano riuscite bene, così abbiamo dovuto portarle via. Normalmente le copie non riuscite si gettano, ma noi le abbiamo immediatamente bruciate. Abbiamo caricato i camion da soli e ne abbiamo accompagnati alcuni a distribuire tutto. Eravamo esausti, non dormivamo da una settimana. Ma tutto è andato perfettamente.”

E poi è esplosa la bomba.

“Uccidere il messaggero: è così che si fa in Grecia”

A Vaxevanis era stato detto che sarebbe stato arrestato ancor prima che le copie di Hot Doc arrivassero nelle edicole. Lo aveva saputo da amici. La polizia si era presentata all’ufficio a cercarlo. Lui si era recato in casa di conoscenti per consultare i suoi avvocati. Poiché il telefono era intercettato, le autorità hanno scoperto rapidamente dove si trovava. Vaxevanis sembra amaro ora: “Pare che si siano presentati con cinquanta agenti. Sono stati aggressivi, tirannici, come se io fossi un qualche genere di delinquente. E hanno fatto molto in fretta ad arrestarmi, diversamente dalla loro reazione fiacca con il parlamentare dell’estrema destra, del partito dell’Alba Dorata, accusato di aver schiaffeggiato un collega parlamentare. Nel suo caso c’è voluta una settimana per arrestarlo.” Solo per un attimo Vaxevanis alza la voce. Poi continua su un tono più rassegnato: “Ah, beh, è come ha scritto il New York Times: qui non si perseguono gli evasori fiscali, i pesci grossi, ma si perseguono i giornalisti che li denunciano. Semplicemente si uccide il messaggero. E’ così che si fa in Grecia.”

Il giorno successivo Vaxevanis è stato accusato di violazione della riservatezza delle persone sulla lista Lagarde. E’ stato immediatamente assolto, di fronte alle telecamere e ai microfoni dell’intero corpo della stampa straniera. I suoi avvocati avevano già sostenuto, senza successo, che le accuse erano piene d’incongruenze procedurali: mancava la firma del pubblico ministero sull’atto d’accusa, per esempio, e non era stata presentata come prova neppure una copia di Hot Doc. Ma niente di ciò è sembrato importare. Solo dopo l’assoluzione, il pubblico ministero ha improvvisamente ammesso che erano stati commessi degli errori. Contro ogni norma e procedura, l’accusa ha deciso di non appellarsi, bensì di avviare un nuovo processo il 10 giugno; una mossa senza precedenti nella storia giudiziaria del paese. All’estero c’è stata indignazione e, per una volta, anche un solitario giornale greco è stato d’accordo.

Il genio, comunque, era fuori dalla lampada. Il popolo greco, con la schiena spezzata da migliaia di tagli e tasse, si è assolutamente indignato. Si è sentito tradito sino in fondo. Hot Doc ha conquistato istantaneamente fama nazionale e si è venduto in tutto il paese. Il governo non ha potuto ignorare oltre l’indignazione popolare e ha deciso di avviare un’inchiesta parlamentare, cosa che in Grecia avviene raramente e che, diversamente da altri paesi, ha luogo a porte chiuse. E’ stata messa ai voti la citazione del solo ex ministro delle finanze, Papacostantinou, del partito conservatore al governo, e non il suo successore – Venizelos, del PASOK, pure nella coalizione governativa – che, anche lui, aveva “perso” la lista e che, come è emerso, ha avuto addirittura la chiavetta USB in giro per casa sua per un certo tempo. Meglio fare lo sforzo erculeo di spostare la responsabilità su un solo ex ministro, devono aver ragionato quelli al governo, in modo che l’intero affare potesse essere scaricato come un “incidente”, piuttosto che rischiare di far cadere l’intera coalizione al potere.

Per aggiungere la beffa al danno, un’ulteriore indagine ha rivelato che la lista pubblicata da Hot Doc non corrispondeva all’originale di Parigi. La lista parigina comprendeva 2.062 nomi, mentre la versione di Hot Doc, proveniente dall’ufficio del ministro, ne conteneva “solo” 2.059. Mancavano i nomi di tre membri della famiglia del ministro, dando di che pensare. Il pubblico, ovviamente, ha rudemente accusato Papaconstatinou di aver cancellato di proposito i nomi dei membri della propria famiglia e lo ha trascinato impietosamente nel fango. Il ministro ha negato di aver alterato la lista e afferma di essere stato incastrato.

Vaxevanis fa una smorfia: “Il problema non sono quei tre nomi. Il punto è che in questo paese la lista può semplicemente sparire per tre anni, senza che nessuno faccia qualcosa al riguardo. Mentre la Grecia barcolla cieca sull’orlo dell’abisso e i bambini a scuola sono costretti a rovistare nella spazzatura per mangiare, il governo permette che gli evasori fiscali la facciano franca impuniti. E’ inaccettabile.” Si aspetta qualcosa dalla commissione parlamentare? “Niente del tutto. Tre membri della commissione sono essi stessi collegati alla lista. Non ne scrive neanche un’anima. Il presidente della commissione è stato una volta coinvolto in una causa legale per aver acquistato elicotteri per gli incendi forestali a tre volte il prezzo normale. Sarebbe finito in tribunale, ma grazie alla legge sull’immunità dello stesso Venizelos che oggi è sfuggito all’incriminazione, il suo caso è stato giudicato inammissibile per intervenuta prescrizione. Mentre per un cittadino normale i procedimenti legali scadono dopo un periodo di vent’anni, per un ministro ciò avviene dopo solo un anno. Sarà la stessa storia con Papaconstatinou. Troveranno certamente qualcosa; sarà portato davanti alla massima corte e il caso scadrà a causa della prescrizione. E’ un insabbiamento.” Quanto al proprio processo del 10 giugno, Vaxevanis è stato sprezzante: “Se questa volta mi condanneranno non pagherò la sanzione; voglio andare in prigione. Vedremo cosa succederà, allora. Agirò da dietro le sbarre e il mondo intero guarderà alla Grecia.”

“Il nostro presidente è diventato un esattore di debiti”

Nel frattempo, mentre scrivevo questo articolo, ha avuto luogo il processo a Vaxevanis. E’ finito in modo piuttosto deludente: questa volta il giudizio finale è stato rimandato all’8 ottobre. Ancora una volta l’intera faccenda è stata piuttosto goffa. I testimoni più importanti di Vaxevanis erano assenti per motivi legittimi. Anche due dei suoi tre avvocati non hanno potuto presenziare; uno di loro, ironicamente, perché doveva lavorare all’indagine parlamentare sulla lista Lagarde. In una situazione simile è normalmente prassi consolidata – in effetti, una questione di routine – concedere immediatamente il rinvio. Ma sia il pubblico ministero sia il giudice hanno richiesto che il processo continuasse. Dopo ore di tira e molla, e con enormi difficoltà, l’unico avvocato di Vaxevanis disponibile è riuscito a ottenere il rinvio formale. Nell’aula accanto un membro dell’Alba Dorata, accusato di gravi violenze fisiche, ha ottenuto diversi mesi di rinvio nel giro di cinque minuti. Insolitamente e diversamente dalla volta precedente, al processo ha presenziato si è no qualche membro della stampa internazionale. Vaxevanis, sentito al telefono: “Sono stato vicinissimo a essere giudicato senza testimoni, senza avvocati e nessuno avrebbe detto una parola.”

Così Vaxevanis la scorsa settimana è ricorso a Twitter e Facebook, lamentando sul sito di To Kouti Pandoras il trattamento scorretto ricevuto, le violazioni della legge e dei principi democratici che ancora una volta non erano stati rispettati, e ha risposto pazientemente a tutte le domande dei giornalisti stranieri che gli è stato possibile. Tutto invano. Il giorno dopo, l’attenzione del mondo è stata dirottata alla spettacolare chiusura dell’emittente pubblica ERT. Il primo ministro Samaras, del partito conservatore Nuova Democrazia, ha semplicemente deciso – tutto da solo, senza consultare i suoi partner della coalizione democratica, PASOK e DIMAR – di mandare immediatamente a casa i 2.656 dipendenti dell’ERT chiudendo l’emittente. In quel modo è riuscito anche a eludere le migliaia di procedure complesse e protratte di licenziamento che si applicano ai funzionari pubblici greci.

In serata la polizia antisommossa ha fatto irruzione nella sede della ERT – senza alcun preavviso – per letteralmente staccare la spina alla stazione televisiva. Greci ignari in tutto il paese hanno visto oscurarsi i loro schermi televisivi. Dopo mezzanotte l’emittente, presso la sua direzione generale di Atene è stata attaccata, in una scena evocativa dei giorni bui dell’occupazione nazista e della giunta militare. Secondo Samaras la ERT era un “focolaio di opacità, cattiva gestione, frodi e corruzione” e la sua chiusura era “la sola scelta”. Venendo da Samaras, queste osservazioni sono apparse tanto più ironiche. Dopotutto, ogni singolo governo greco precedente aveva distribuito ingiustificatamente posti di lavoro presso la ERT ai propri amici, dopo le relative vittorie elettorali. Dopo le elezioni del giugno 2012, lo stesso Samaras aveva nominato sino a 28 persone nel consiglio della ERT, remunerate con salari eccessivamente elevati.

Vaxevanis, che aveva lasciato a suo tempo la ERT per disgusto, sta ora appoggiando i lavoratori licenziati della ERT che hanno occupato le loro sedi e che continuano a trasmettere via Internet. Ho deciso di chiamarlo un’ultima volta. Non erano una banda di vigliacchi autocensori? Non erano schiavi del governo? Non erano del tutto ingestibili? Una chiusura radicale e una ripartenza da zero la sola speranza per una futura emittente greca ben funzionante e giornalisticamente indipendente? Vaxevanis, ora schiumante di rabbia: “Tutto vero. Ma sotto quell’amministrazione corrotta c’era un pugno di giornalisti molto competenti e motivati, produttori di programmi e tecnici che, nonostante tutto, cercavano di fare il loro lavoro meglio che potevano. Adesso sono stati sacrificati. Non è un problema della nostra emittente: è un problema della nostra democrazia. Questa è l’ennesima decisione del governo che Samaras ha fatto passare per decreto, senza alcun dibattito in parlamento, senza proporre alcuna legge. Proprio come succedeva nella repubblica di Weimar. Il presidente avrebbe potuto opporsi, ma egli stesso è diventato un esattore del debito pubblico. La nostra democrazia è in pericolo.”

Ingeborg Beugel è una ben nota giornalista olandese in precedenza residente ad Atene come corrispondente estera di vari canali mediatici olandesi. Ora vive tra Amsterdam e l’isola greca di Hydra e appare regolarmente sulla televisione olandese e sui giornali e le riviste nazionali per commentare temi relativi alla crisi del debito greco. Questo articolo, in origine pubblicato dal settimanale De Groene Amsterdammerè stato tradotto è stato tradotto dall’olandese [in inglese] dal redattore di ROAR Jerome Roos.

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-incredible-story-of-greece-s-most-wanted-journalist-by-ingeborg-beugel

Originale: Roarmag.org

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

Categorie: Cultura e Media, Europa, Internazionale
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