Come e perché sono nati i piccoli “Texas nostrani”. Un libro-inchiesta che scende in profondità, a indagare le ragioni delle 1.000 e più trivellazioni nel cuore del nostro paese e nei nostri mari e spiega perché l’Italia è un paradiso per petrolieri.

Le mani dei petrolieri in Italia sono sporche di greggio, ma libere. Libere di perforare la terra e i fondali marini, con royalties minime e con l’avallo di leggi “tolleranti”, spiega l’autore Pietro Dommarco. Nel nostro paese, infatti, le “percentuali di compensazione ambientale” sono tra le più basse al mondo: per questo oggi sono centinaia le concessioni e più di 1.000 i pozzi produttivi in Italia, tra terraferma e mare. Con la prefazione del geologo e primo ricercatore del Cnr Mario Tozzi, che spiega perché l’economia fossile ha i giorni contati.

Trivelle d’Italia è il libro che -per primo- scende così in profondità per raccontare questo “buco” nel cuore del nostro paese, con numeri e fatti. In Italia le società cedono solo il 4% dei ricavati per le estrazioni in mare e il 10% per quelle sulla terraferma. Per questo i petrolieri sanno che trivellare in Italia è facile e conveniente e parlano di“regimi fiscali convenienti, spese d’ingresso irrisorie, commercializzazione rapida”. Dal 1895 al 2010 sono state 180 le società operanti e 7.110 i pozzi perforati, oggi più di mille quelli attivi.

L’Italia è oggi posizionata, tra i paesi europei produttori, al quarto posto per produzione petrolifera. Al 31 dicembre 2011 la produzione di greggio si è attestata su 5.283.866 tonnellate di greggio, quasi 40 milioni di barili, l’84% della produzione nazionale di greggio proviene dalla terraferma, il 16% dal mare. La Basilicata è la regione più sfruttata, seguita dalla Sicilia. I numeri e le storie dei tanti “Texas italiani”, dalla Val d’Agri in Basilicata a Sannazzaro de’ Burgondi in Pianura Padana, da Gela e Priolo in Sicilia a Porto Torres in Sardegna e Porto Marghera in Veneto.

Un’economia sporca che ha portato pochi vantaggi al territorio -scarse le royalties che vanno agli enti locali- occupazione limitata e infiniti lutti per i lavoratori e per l’ambiente. Nei pressi di molte aree industriali e raffinerie si vive male, tra la paura di incidenti, inquinamento ambientale e un preoccupante aumento di patologie tumorali. Nella zona di Priolo, in Sicilia, il 35% dei decessi avviene per tumore, principalmente quello ai polmoni, come nella storia di Rino -lavoratore della Esso di Augusta- che oggi non c’è più.

Le prospettive del settore sono comunque nere: lo ricorda con chiarezza nella prefazione il geologo, giornalista e divulgatore Mario Tozzi, che spiega perché il “petrolio a buon mercato” è già finito: “Lo sviluppo economico legato ai combustibili fossili e all’uso dei carburanti ha il fiato corto, soprattutto perché è legato a una logica insensata dell’incremento dei consumi, come se il Pianeta Terra fosse diventato improvvisamente inesauribile. Purtroppo così non è… Il libro di Dommarco ci svela cosa c’è sotto scelte che ci sembrano sciagurate: il solito buon vecchio profitto di pochi, facilitato da legislazioni prive di senso”.

Con un indentikit delle principali multinazionali petrolifere che lavorano in Italia.

“Trivelle d’Italia. Perché il nostro Paese è un paradiso per petrolieri”, di Pietro Dommarco, 104 pagine, 12 euro. In libreria, nelle botteghe del commercio equo e solidale e sul sito www.altreconomia.it

L’autore, Pietro Dommarco è scrittore e giornalista freelance, specializzato in tematiche ambientali. Collabora con il mensile Altreconomia.

Cura il blog www.pietrodommarco.it
Per ulteriori informazioni su questo libro: www.trivelleditalia.it