Acqua pubblica dopo il referendum. A che punto stiamo? Arrivano informazioni contraddittorie, sentenze, ricorsi che, a volte, è difficile seguire nei dettagli. Ne parliamo con Paolo Carsetti del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua.

Si succedono avvenimenti, pareri contrastanti di organi dello stato e il comune cittadino perde un po’ l’orientamento. Ci puoi spiegare gli eventi piu’ importanti del post referendum?

Il 12 e 13 Giugno 2011, dopo molti anni, i referendum hanno di nuovo raggiunto il quorum e sono tornati ad essere lo strumento di democrazia diretta che la Costituzione garantisce. La maggioranza assoluta delle italiane e degli italiani ha votato Sì ai due referendum per l’acqua bene comune: oltre il 95% dei votanti si è espresso dunque a favore della fuoriuscita dell’acqua da una logica di mercato e di profitto.

Il risultato della consultazione ha consegnato un quadro normativo che rende possibile la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato così come ha confermato in più occasioni la Corte Costituzionale.

L’ultimo Governo Berlusconi, invece di dare esecuzione ai referendum, con la manovra di Ferragosto nel 2011 ha riproposto la sostanza delle norme abrogate, ossia la privatizzazione dei servizi pubblici locali pur escludendo il servizio idrico. Tale orientamento è stato confermato dal Governo Monti succeduto a quello Berlusconi,

A ristabilire la volontà popolare è intervenuta la Corte costituzionale chiamata ad esprimersi da diverse Regioni sulla legittimità costituzionale della Manovra di Ferragosto. La Consulta ha riconosciuto che “l’impugnato art. 4, nonostante sia intitolato «Adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dall’Unione europea» (…) è contraddistinta dalla medesima ratio di quella abrogata, (…) e viola, quindi, il divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare desumibile dall’art. 75 Cost., secondo quanto già riconosciuto dalla giurisprudenza costituzionale.

Inoltre nessuna applicazione ha trovato il II° quesito referendario che ha abrogato la quota di “remunerazione del capitale investito” prevista nelle tariffe del servizio idrico.

In questo contesto il decreto “Salva-Italia” del Governo Monti attribuisce all’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas le competenze in materia di servizi idrici. A partire dal mese di maggio l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas ha avviato un processo di consultazione e il 28 dicembre 2012 ha approvato la delibera con cui ha definito il Metodo Tariffario Transitorio del servizio idrico integrato, sancendo, nei fatti, la negazione dei referendum del Giugno 2011. Infatti l’Autorità prospetta unmeccanismo riguardante gli oneri finanziari relativi alle immobilizzazioni che va ben al di là di un’impostazione di un metodo tariffario volto a coprire i costi del servizio, ma reintroduce sotto la denominazione di “costo della risorsa finanziaria” il riconoscimento ai gestori di una percentuale standard del capitale investito, ossialo stesso meccanismo della remunerazione del capitale investito abrogata dal referendum.

Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua ha espresso un giudizio assolutamente negativo su quanto approvato dall’AEEG e sin da subito ha avviato un percorso di mobilitazione volto a chiedere il ritiro di suddetta delibera.

Su tale questione il 25 gennaio si è espresso il Consiglio di Stato che ha emesso un parere molto limpido e che dà pienamente ragione alle tesi da sostenute dal movimento per l’acqua all’indomani della vittoria referendaria, e cioè che l’abrogazione del 7%, relativo alla remunerazione del capitale investito, aveva effetto immediato a partire dal 21 luglio 2011, data di promulgazione dell’esito referendario.

Cosa impedisce che la volontà popolare venga rispettata?

Le pressioni ai diversi livelli (internazionale, nazionale e locale), finalizzate ad affermare la privatizzazione e l’affidamento al cosiddetto libero mercato della gestione della risorsa idrica, continuano imperterrite e sono trasversali a partiti politici di centrodestra e centrosinistra.

Per questo, a nostro avviso, arrestare i processi di privatizzazione dell’acqua assume, nel XXI secolo, sempre più le caratteristiche di una battaglia di civiltà, che chiama in causa politici e cittadini, che chiede a ciascuno di valutare i propri atti, assumendosene la responsabilità rispetto alle generazioni viventi e future.

Le istituzioni economiche, finanziarie e politiche che per decenni hanno creato il degrado delle risorse naturali e l’impoverimento idrico di migliaia di comunità umane oggi dicono che l’acqua è un bene prezioso e raro e che solo il suo valore economico può regolare e legittimare la sua distribuzione.

E’ evidente come oggi non sia così. Dopo decenni di ubriacatura neoliberista, gli effetti della messa sul mercato dei servizi pubblici e dell’acqua dimostrano come solo una proprietà pubblica, un governo pubblico e partecipato dalle comunità locali possano garantire la tutela della risorsa, il diritto e l’accesso all’acqua per tutti e la sua conservazione per le generazioni future.

Il processo di privatizzazione del servizio idrico in Italia è iniziato a metà degli anni novanta e attualmente tutti i gestori sono aziende private. Le lobbies economiche e finanziarie, nonostante lo svolgimento dei referendum del 2011 si ostinano a gestire l’acqua come una merce poiché questa è una fonte di profitto sicura essendo un bene a cui nessuno può fare a meno.


Abbiamo speranza che l’acqua torni pubblica e che gli esiti del referendum vengano rispettati?

Dopo due anni di costanti attacchi all’esito del voto referendario, sia sul versante della gestione (con tentativi, bocciati dalla Corte Costituzionale, di rimettere in campo la privatizzazione) sia sul versante della tariffa (con i tentativi da parte dell’AEEG , stoppati in parte dal Consiglio di Stato, di reintrodurre i profitti nella stessa), chiunque si confronti con la battaglia per la riappropriazione sociale dell’acqua potrebbe immaginarla come totalmente immersa in una fase costantemente difensiva. Niente di più lontano dalla realtà. E se la persistenza del movimento dell’acqua e delle ragioni profonde che hanno portato alla vittoria referendaria del 2011 ha permesso una forte resistenza ai tentativi di governi e poteri forti di riconsegnare l’acqua al mercato, la penetrazione carsica dentro i territori sta producendo importanti e promettenti risultati verso la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato.

Se un anno fa il movimento per l’acqua poteva vantare, come unico risultato concreto, l’avvenuta trasformazione da SpA a totale capitale pubblico in azienda speciale della società di gestione della città di Napoli, oggi innumerevoli processi stanno attraversando la penisola, con l’unico obiettivo di praticare concretamente la trasformazione sancita dal voto della maggioranza assoluta dei cittadini italiani.
E’ cosi che, mentre nella provincia di Imperia viene bloccata la proposta di privatizzazione e si intraprende un percorso per una gestione pubblica da studiare assieme ai comitati, venti sindaci “ribelli” della provincia di Varese si schierano per l’azienda speciale e in provincia di Brescia si inizia un analogo processo. E’ così che il progetto di una grande multi utility del nord (A2A, Iren, Hera) viene smontata pezzo per pezzo e, mentre tra Forlì e Rimini si ragiona in direzione di uno scorporo di “Romagna Acque” dalla multi utility Hera, a Reggio Emilia e Piacenza si apre la medesima strada per aprire alla ripubblicizzazione del servizio idrico. Analogo percorso si sta avviando a Pistoia e a Pescara, mentre a Vicenza il cambiamento dello statuto comunale inserisce nella “carta costituzionale” cittadina la gestione del servizio idrico attraverso enti di diritto pubblico. Se a tutto questo si aggiungono il prossimo lancio a Roma del progetto per la riappropriazione collettiva di Acea Ato2 e le proposte di legge regionale d’iniziativa popolare in Lazio, Sicilia e Calabria, il quadro è sufficientemente ricco per poter dire che la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato è in marcia, con tenacia, capillarità e determinazione.


Cosa può fare il comune cittadino per appoggiare questa causa?

Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua da sempre sostiene che il rispetto dell’esito referendario non può essere in nessun caso considerata mero adempimento tecnico, bensì elemento sostanziale di rispetto del voto democratico della maggioranza assoluta del popolo italiano.

In questo momento ritornare ad una gestione pubblica e partecipativa dell’acqua è solo una questione di volontà politica degli amministratori.

Ogni cittadina/o deve continuare a attivarsi affinchè quella straordinariastagione di partecipazione democratica vissuta nel 2011 non cada nell’oblio. Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua continua la mobilitazione per la piena attuazione del risultato referendario. L’invito a tutte e tutti è è quello di partecipare alle iniziative in programma nel prossimo futuro e alle attività dei comitati territoriali, perchè oggi ancor più di ieri, si scrive acqua e si legge democrazia!