Le condizioni del dialogo

24.03.2013 - Olivier Turquet

Le condizioni del dialogo
(Foto di Rafael Edwards)

In questi ultimi giorni il comico dialogo tra sordi tra i neoeletti grillini e il resto della politica mi ha fatto venire in mente e fatto rileggere un bellissimo discorso che Silo pronunciò di fronte all’Accademia delle Scienze della Russia quando andò a ritirare la Laurea Honoris Causa che quella prestigiosa istituzione gli aveva conferito. Sto parlando del 6 di Ottobre del 1993, qualcosa come vent’anni fa.

La dissertazione si intitolava le condizioni del dialogo :

Quando mi si chiede di spiegare il mio pensiero in una conferenza, in un testo scritto o in una dichiarazione alla stampa, ho la sensazione che tanto le parole che uso quanto il filo del discorso che sviluppo possano essere seguiti senza difficoltà, ma che, ciononostante, il discorso stesso non riesca a “connettersi” con gran parte dell’uditorio, oppure dei lettori o dei giornalisti. Si tratta di persone la cui capacità di comprensione, in termini generali, non è peggiore di quella di molte altre con le quali invece il mio discorso “si connette”. Naturalmente non mi sto riferendo al disaccordo che l’altra parte può manifestare, con una serie di obiezioni, alle proposte da me avanzate; in questa situazione mi sembra che vi sia anzi una “connessione” perfetta: connessione che ritrovo anche in un’accesa disputa. No, si tratta di qualcosa di più generale, di qualcosa che ha a che vedere con le condizioni del dialogo stesso (intendendo la mia esposizione come un dialogo con l’altra parte, che accetta, rifiuta, o mette in dubbio le mie asserzioni). La sensazione di non connessione si fa sentire con forza quando mi rendo conto che, pur essendo stato compreso quanto ho spiegato, ecco che si tornano a chiedere le stesse cose, o si continua ad insistere su punti che non discendono da quanto è stato detto. E’ come se una certa vaghezza, un certo disinteresse andasse di pari passo con la comprensione di quanto esposto; come se l’interesse si radicasse più in là (o più in qua) di ciò che viene enunciato.

Io credo che chiunque cerchi di cambiare il mondo (ma anche chiunque voglia esporre qualunque tesi che esca dalla norma) si trova prima o poi in questa situazione quando parla con i giornalisti ma anche quando parla con persone comuni che aderiscono pienamente a un qualche valore di questo sistema. Possiamo parlare di economie alternative, di case passive, di altre forme di relazioni sociali e sentiremo un certo sorrisetto aleggiare nell’aria.

Questo dipende, diceva Silo in quell’occasione, dagli elementi predialogici che sottendono qualunque discorso:

non può esistere dialogo completo se non si prendono in considerazione gli elementi predialogici sui quali si basa la necessità del dialogo stesso.

I francesi hanno una formidabile espressione del loro linguaggio comune per definire questo: les arrières pensées i pensieri dietro. Se il pensiero dietro è che la tua onestà ha un prezzo succederà che mentre tu parli di coerenza con le tue promesse elettorali il tuo interlocutore valuterà il tuo discorso come un modo di alzare il prezzo. (notoriamente ogni uomo ha il suo prezzo…).

Se il tuo predialogale dice che l’essere umano è un essere cattivo e avido, quel predialogale consentirà ogni interpretazione malevola di qualunque tua forma di generosità.

E’ evidente che gli elementi predialogici sono prelogici ed agiscono all’interno dell’orizzonte epocale, sociale, orizzonte che gli individui confondono spesso con il prodotto delle proprie personali esperienze ed osservazioni. E questa è una barriera che non si può superare facilmente, perlomeno fintanto che non si modifichi la sensibilità dell’epoca, del momento storico nel quale si vive. E’ precisamente per questo che numerosi risultati raggiunti nella Scienza o in altri campi dell’attività umana sono stati accettati con totale evidenza solo in momenti successivi; ma prima di arrivare a tale accettazione, chi si batté per le nuove idee e per le attività ad esse connesse incontrò il vuoto dialogico e molto spesso dovette scontrarsi con una barriera di ostilità eretta davanti alla sola possibilità di discutere pubblicamente i nuovi punti di vista.

In questo senso notiamo, con una certa soddisfazione, che alcune cose che noi e qualche altro gruppo sparuto di “pericolosi sovversivi” diceva una ventina (e più) d’anni fa e per le quali siamo stati tacciati di catastrofisti, nemici del progresso ecc. ecc. ora sono prese in considerazione: la finitezza delle risorse del pianeta, la tremenda speculazione finanziaria, l’immoralità del debito. Provate ad ascoltare le parole di venti anni fa di Silo agli accademici russi e ditemi se hanno ora qualcosa di familiare:

 Nel mio compito di diffondere l’Umanesimo mi trovo frequentemente di fronte alle difficoltà che ho menzionato in precedenza: se si spiega la concezione dell’Umanesimo contemporaneo, e la si spiega chiaramente, non necessariamente si otterrà come risultato una connessione adeguata con molti interlocutori, e questo perché sussistono remore e credenze caratteristiche di precedenti momenti storici che attribuiscono ad altri temi un’importanza superiore a quella attribuita alla problematica che ha come centro l’essere umano. Naturalmente molti si diranno “umanisti”, dato che la parola “umanesimo” può abbellire il discorso, ma è chiaro che non è ancora maturato un interesse genuino per intendere le ragioni o le proposte di questa corrente di pensiero e di questa prassi in campo sociale. Se, mentre la moda detta la fine delle ideologie, si presuppone che organizzare le idee in forma sistematica significhi costruire un’ideologia, si tenderà – evidentemente – a non prendere in considerazione le formulazioni sistematiche dell’Umanesimo. In modo del tutto contraddittorio si preferiranno risposte congiunturali a problemi che sono globali ed ogni risposta sistematica apparirà come una generalizzazione eccessiva. In questo modo, però, risulterà impossibile cogliere i problemi fondamentali che si presentano e che, in un’epoca di mondializzazione, sono appunto strutturali e globali; si ricorrerà necessariamente, invece, ad un insieme di risposte destrutturate, che per la loro stessa natura finiranno per complicare ancora di più le cose, creando una reazione a catena incontrollabile. E’ evidente che si sta seguendo questa strada perché il mondo è governato da circoli economici ristretti che impongono i loro interessi. Ma la visione di questa minoranza privilegiata ha fatto presa perfino sugli strati più disagiati della società: è davvero patetico ritrovare nei discorsi del cittadino medio gli stessi toni che prima percepivamo nei discorsi dei rappresentanti delle minoranze dominanti riportati dai mezzi di comunicazione di massa. Le cose continueranno in questo modo – e un dialogo profondo o un’azione concertata globalmente non risulteranno possibili – fino a quando non saranno falliti i vari tentativi settoriali di risolvere la crisi sempre più grave che si è scatenata nel mondo. Nel momento attuale si crede che il sistema economico e politico vigente non debba essere posto in discussione nella sua globalità poiché lo si ritiene perfettibile. Al contrario, secondo noi, questo sistema non è perfettibile e non può essere riformato gradualmente, e non saranno soluzioni congiunturali destrutturate a permetterne a poco a poco la ricomposizione. Queste due posizioni, messe a confronto, potrebbero in teoria intrecciare un dialogo: ma gli elementi predialogici che agiscono nell’uno e nell’altro caso sono inconciliabili quanto a sistemi di credenze e sensibilità. Sarà solo grazie al fallimento sempre più evidente delle soluzioni settoriali che si arriverà ad un altro orizzonte dell’interrogare e ad una condizione adeguata al dialogo. Allora le nuove idee verranno gradualmente accettate e al contempo vasti settori della società, sempre più privi di speranza, passeranno a mobilitarsi. Già oggi, quand’anche si affermi che alcuni aspetti del sistema attuale possano e debbano essere migliorati, la sensazione che si va diffondendo in frange sempre più vaste della popolazione è che nel futuro le cose non potranno che peggiorare; e questa sensazione non è semplicemente il segno di una tendenza apocalittica di fine secolo, ma rivela un malessere pervasivo e generalizzato che, nato nelle viscere delle maggioranze senza voce, tende a toccare tutti gli strati sociali. Intanto si continua, contraddittoriamente, ad affermare che il sistema è congiunturalmente perfettibile.

Bene, occorrerà dirlo un’altra volta: il sistema mentale della violenza e della negazione dell’Essere Umano non è perfettibile e sta portando il mondo in una direzione distruttiva. Al tempo stesso, come può, l’Essere Umano cerca di dare, e dà, risposte: le risposte si sono già affacciate sulla pubblica piazza es è necessario ed urgente mettere in piedi un dialogo tra tutti coloro che vogliono abbattere lo spaventoso muro alzatosi tra le aspirazioni umane e la realtà del mondo di oggi.

NOTA: Il discorso integrale di Silo è disponibile in Discorsi, Opere Complete Vol. I , Multimage, 2000 ( http://www.multimage.org ); può anche essere liberamente scaricato dal sito http://www.silo.net

 

Categorie: Cultura e Media, Internazionale, Nonviolenza, Opinioni
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