Ha senso parlare ancora di progresso?

03.07.2012 - Roma - Vito Correddu

Il 16 giugno 2012 al termine di uno studio[1] condotto dai professori José Senovilla, Marc Marte e Vera Raül dell’Università dei Paesi Baschi di Bilbao, e dell’Università di Salamanca sull’accelerazione dell’espansione dell’universo e sull’energia oscura, hanno ipotizzato che il tempo stia rallentando fino a che, in un lontano futuro dove già la Terra non esisterà più “tutto sarà congelato, come il fermo immagine di un istante, per sempre”[2].

 

Questa nuova ipotesi, tutta da approfondire, che prospetta un futuro bloccato e asfittico e di conseguenza la coscienza umana, costruttrice di significati, come un semplice epifenomeno, ci spinge ad interrogarci sull’idea di progresso e di evoluzione.

 

Nella storia occidentale, l’idea di progresso ha avuto diverse vicissitudini. C’è stato un momento in cui il progresso era usato per indicare la caduta dell’essere umano da uno stato di perfezione ad uno stato di abiezione e miseria, da un’età dell’oro a un’età del ferro. C’è stato anche il momento in cui per progresso s’intendeva proprio il ritorno a quell’età dell’oro perduta nella notte dei tempi.

Nel medioevo s’immaginava che il progresso avrebbe portato al raggiungimento dell’età dello Spirito Santo in cui avrebbe finalmente prevalso la pace e l’amore.[3] Con Giordano Bruno invece, si accosta il progresso all’idea di verità data dall’esperienza.[4] Nell’Illuminismo l’idea di progresso è concepita come avanzamento della ragione contro l’irrazionalità, aprendo così le porte alle teorie darwiniane che influenzeranno in maniera determinante il materialismo storico di Marx e Engels.

 

Oggi sembra che la questione del progresso abbia assunto ormai la dimensione del mito.

E’ raro trovare persone che si professino contro il progresso perché immediatamente verrebbero additate come dei retrogradi e dei primitivi legati nostalgicamente a condizioni prossime all’età della pietra o al massimo a prima della rivoluzione industriale di fine settecento.

E’ così forte il fascino del progresso che il concetto, si potrebbe dire, ha quasi raggiunto il livello pre-logico cioè la base sulla quale si poggiano e si articolano i discorsi e che non viene quasi mai messa in discussione.

Preso atto quindi della difficoltà a trattare questo tema cercheremo di spingerci dentro questo abbagliante tempio.

Per avanzare col discorso avremo bisogno di definire il concetto di progresso.

Cos’è quindi il progresso?

E’ una domanda alla quale credo tutti, abbiamo cercato di dare una risposta, come se non potessimo vivere senza immaginare una progressione in tutte le cose. Ci domandiamo come si evolvono le cose ma diamo per scontato il movimento, il progresso appunto.

Quando pensiamo al progresso immediatamente siamo portati a pensare al futuro, o meglio a ciò che noi crediamo o auspichiamo che il futuro debba essere. In generale il progresso è sentito come qualcosa di positivo che modifica sostanzialmente e a volte rivoluziona lo stato delle cose.

Ovviamente utilizziamo la parola progresso come sinonimo di evoluzione o di sviluppo e quindi parliamo del progresso di una malattia, del progredire di una epidemia, del progresso tecnologico o sociale.

In generale quando pensiamo al progresso pensiamo sempre ai fatti, agli avvenimenti, ai fenomeni umani attraverso i quali il progresso si manifesta. E’ come se il progresso fosse nelle cose e queste si muovessero, si trasformassero, mutassero grazie ad una forza intrinseca.

S’immagina il progresso come un elemento connaturato nelle cose, un movimento nel futuro che non ha nulla a che vedere con il mondo interno di chi l’osserva. Il progresso è “visto da fuori” come se non avesse nulla a che vedere con le nostre credenze e i nostri valori e quindi con i nostri pregiudizi.

Anche quando pensiamo al nostro progredire come individui particolari, arriviamo ad osservarlo come qualcosa che, malgrado lo sperimentiamo con una certa affettività, rimane ad una certa “distanza”. Ma è quella “distanza” che svela quel modo così estraniante d’immaginare il futuro inmaniera lineare, come una progressiva successione di istanti infiniti che tanto ci condiziona nel momento in cui pensiamo al progresso in quanto tale.

Ma non è forse mantenendo questa “distanza” che eludiamo di soffermarci sul modo in cuigeneriamo e osserviamo il movimento nelle cose?

In realtà dietro il concetto di progresso c’è un’idea di direzione, del senso, della storia e quindi dell’essere umano.

Per comprendere il progresso dovremo dapprima e molto brevemente definire cos’è l’essere umano.

Silo, fondatore della corrente d’opinione meglio conosciuta come Umanesimo Umanista, dava la seguente definizione di essere umano: “l’essere umano deve essere inteso come un essere storico che trasforma il mondo e la sua stessa natura attraverso l’attività sociale”.

Silo ci consegna, meglio di altri pensatori del passato, la temporalità dell’essere umano.

Nella sua definizione si colgono alcuni aspetti costitutivi dell’essere umano. Da un lato il fatto di essere sostanzialmente una memoria storica, un orizzonte temporale e dall’altro il fatto di essere-nel-mondo, di costituirsi nel mondo fino a trasformare la sua stessa natura.

In questo essere-nel-mondo si spiega il suo pro-getto e la sua finalità in cui il presente diventa un incrocio di ritenzioni e protensioni temporali che si rappresentano come attualizzazioni di tempi diversi. In parole più semplici se nell’essere umano c’è qualcosa di “naturale”, ebbene questo “naturale” è il cambiamento, la storia, la trasformazione.

Da questo punto di vista il tempo sembra essere una componente costitutiva nell’essere umano. Un fattore senza il quale la realtà non può essere afferrata nella sua vera essenza.

Questo ci permette di affermare che il motore dell’azione umana risiede nella situazione di finitezza e di carenza temporo-spaziale che si traduce come dolore e sofferenza. E’ questa condizione di dolore e sofferenza quindi che spinge l’essere umano a muoversi all’interno di una cornice temporale in cui prevale il futuro.

In breve e con parole un po’ crude si può dire che senza la prospettiva futura della morte non ci sarebbe azione umana.

Ma questa prevalenza al futuro produce strani fenomeni psicologici!

Ciò che crediamo possa accadere nel futuro condiziona fortemente il presente e ciò che ricordiamo del passato. Un sguardo positivo nel futuro, per esempio, può arrivare a pensare i fallimenti passati al punto che posso considerarli come passi necessari nel percorso che conducono al presente e quindi al futuro. Viceversa, uno sguardo negativo al futuro ci potrebbe portare a pensare i fallimenti come delle impagabili colpe.

Partendo da queste considerazioni un po’ sintetiche che meriterebbero un approfondimento più adeguato ritorniamo indietro al concetto di progresso e ci rendiamo conto che questo movimento è originato da questa prerogativa tutta umana di strutturare il tempo.

L’essere umano quindi non è un epifenomeno all’interno di un processo storico, cioè un fenomeno secondario come lo può essere il colore dell’iride nell’atto del guardare. Egli invece è il processo stesso entro il quale si strutturano le cose.

Queste riflessioni ovviamente divergono profondamente da certe correnti di pensiero che definiscono il progresso come una successione meccanica di fenomeni evolutivi.

Purtroppo questa è la visione dominante circa l’idea di progresso.

Ogni torto che si fa nei confronti della natura e dell’essere umano oggi viene giustificato subdolamente con l’idea del progresso. Si dice per esempio che certe scelte tecnologiche o certe riforme strutturali sul piano economico e sociale siano la logica conseguenza dell’ineluttabile progresso a cui tutti dobbiamo ubbidire. Ora persino le guerre si giustificano in questo modo. Il progresso non può essere fermato dai quei quattro primitivi e rozzi talebani in Afghanistan!

Chiaro che per secoli ci hanno detto che il progresso sta nelle cose stesse. Il positivismo ha imposto la sua visione, al punto che anche quando parliamo di progresso sociale lo si è voluto pensare come il risultato di una dialettica tra forze dall’incomprensibile natura, sia essa la volontà di potenza, una certa classe sociale o il tanto sbandierato mercato.

Certo, oggi cominciamo a renderci conto che ciò che loro chiamano progresso ha prodotto una quantità enorme di disastri, e ora si tenta di correre ai ripari.

Si parla, per esempio di sviluppo o progresso sostenibile e così via, di ecosistema sostenibile, di economia sostenibile, di società sostenibile, di istituzioni sostenibili.

Questa idea della sostenibilità però, non mettendo in discussione il concetto di progresso come successione di eventi meccanici, si presenta pieno di contraddizioni e in alcuni casi nasconde una certa malafede. Serge Latouche, massimo esponente del movimento della Decrescita, definisce lo sviluppo sostenibile come un pleonasmo e al tempo stesso come un ossimoro. Per Latouche lo sviluppo sostenibile è un pleonasmo nella definizione,

perché ogni sviluppo è in sé una crescita autosostenuta, poi è anche un ossimoro nel contenuto, perché nessun sviluppo è sostenibile e durevole.

Purtroppo anche per Latouche, pur apportando una giusta critica, lo sviluppo e quindi il progresso resta ancora “visto da fuori”. Si rimane nell’idea di processo indipendente dall’osservatore a cui possiamo solo scegliere di includerci o sottrarci.

Detto questo, prendiamo comunque atto di come questi due movimenti di opinione, quello della Sostenibilità e della Decrescita, entrambi nati all’interno di un più vasto movimento  ecologista, abbiano contribuito enormemente alla critica di un sistema economico oggi imperante.

Dopo questo lungo preambolo cerchiamo di tornare ora alla domanda di questo intervento: ha senso oggi parlare di progresso?

Se quanto detto fin qui è vero, cioè che il progresso è considerato come un mito che spesso serve a giustificare le peggiori ingiustizie nei confronti della natura e dell’essere umano; se è vero che il concetto di progresso come successione di eventi lineari ci allontana dalla dimensione temporale peculiare nell’essere umano; se è vero che l’aggettivo sostenibile non mette affatto in discussione questa visione meccanicista del progresso; se è vero che il motore dell’azione umana è quello di liberarsi dal dolore fisico e dalla sofferenza mentale e quindi dall’immagine di finitezza legata alla morte, allora il progresso non può essere inteso che come avanzamento dal campo del determinismo verso il campo della libertà.

Una libertà intesa in processo, come un divenire e non come condizione da acquisire. In questo senso sarebbe meglio parlare di liberazione, di progresso come liberazione.

Ma non è forse questo il Destino dell’essere umano?

Certamente sì! Questo è il Destino, il progresso appunto in cui la coscienza si amplia e si libera dalle catene del determinismo e il desiderio di permanenza.

Questa assunzione di un Destino umano è ciò che ci permette di affermare un’etica della

conoscenza. Un’etica caratterizzata dall’essere umano come valore centrale e che finalmente ci consegni un futuro degno di essere vissuto, e inoltre una conoscenza che riveda i suoi presupposti logici e i suoi concetti originari affinché si possa stare, come affermava Heidegger, “nel tralucere dell’Essere”.

 

 

 

[1]    Pubblicato su Physical Review – cfr.: http://www.dailygalaxy.com/my_weblog/2012/06/the-greatdark-energy-debate-does-the-mysterious-anti-gravitaional-force-driving-the-universe-apart-e.html

 

[2]    http://www.newscientist.com/search?doSearch=true&query=senovilla

 

[3]          L’età dell’oro è un riferimento a Esiodo (VIII secolo a.C.). Il mito è descritto nel poema “Le opere e i giorni”. Il mito ebbe una certa importanza in tutta l’antichità tanto che ne parla Platone e Ovidio nelle sue “Metamorfosi”:
“Fiorì per prima l’età dell’oro; spontaneamente, senza bisogno di giustizieri, senza bisogno di leggi, si onoravano la lealtà e la rettitudine.” – (Ovidio, Metamorfosi, I 89-90)
Anche Virgilio riprende lo stesso mito ma auspica nella IV Ecloga delle Bucoliche il ritorno a quell’età.
Da Dante Alighieri in poi quel mito rivisto da Virgilio si trasforma nel ritorno all’Eden biblico rimanendo nel Rinascimento e nel XVIII secolo un tema popolare dalle caratteristiche leggendarie.

 

[4]          Per Giordano Bruno, fortemente impregnato dai due Niccolò, Copernico e Cusano, produce un misticismo in cui ciò che importa è di accedere alla verità, un'”ascensum” verso Dio. Per il nolano non si può conoscere Dio in sé, ma si può conoscere come presente nel mondo: si parla di ” Deus super omnia ” e ” Deus insitus omnibus “: l’ idea di un Dio che sta sopra all’ universo ma che vi sta anche dentro. Allora Bruno diceva che quello che é Deus super omnia l’ uomo non può conoscerlo (a meno che Dio non glielo voglia far sapere tramite verità rivelate, alle quali peraltro Bruno non pare dare molto peso; come filosofo posso conoscere Dio solo nella misura in cui si é calato nell’ universo: questo consente a Bruno di poter dire che non si può parlare del Dio che non si é calato nell’ universo: non può (perchè la ragione non può arrivare a tanto) e non vuole (perchè non nutre interesse per la questione).
“La natura o è Dio stesso o è la virtù divina che si manifesta nelle cose stesse”
Giordano Bruno quindi non parte da Dio per spiegare la natura ma procede proprio al contrario, dalla natura per spiegare Dio. Questa ricerca, questa esperienza della natura, che lo avvicina alla verità è ciò che intende per progresso.

Categorie: Cultura e Media, Europa, Internazionale, Opinioni
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