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Di Patrick Cockburn

Durante l’estate l’Isis – Stato Islamico di Iraq e Siria – ha sconfitto l’esercito iracheno, l’esercito siriano, i ribelli siriani, e i peshmerga curdi dell’Iraq; ha stabilito uno stato che si estende da Baghdad ad Aleppo e dal confine settentrionale della Siria ai deserti iracheni nel sud. Gruppi etnici e religiosi di cui il mondo aveva a malapena sentito parlare –compresi gli Yazidi di Sinjar e i Cristiani caldei di Mosul – sono diventate vittime della crudeltà irachena e dell’intolleranza settaria. In settembre l’Isis ha rivolto la sua attenzione ai due milioni e mezzo di curdi siriani che avevano ottenuto l’autonomia effettiva nei tre distretti proprio a sud del confine con la Turchia. Uno di questi distretti, incentrato sulla città di Kobane, è diventata obiettivo di un assalto risoluto. Il 6 ottobre i combattenti dell’Isis hanno lottato per arrivare al centro della città. Recep Tayyip Erdoğan ha presagito che la  caduta della città era imminente; John Kerry ha parlato della ‘tragedia’ di Kobani, ma ha sostenuto, in modo non plausibile, che la sua conquista non sarebbe stata di grande importanza. Una famosa combattente curda, Arin Mirkan, si è fatta esplodere mentre avanzavano i combattenti dell’Isis: è sembrato un segno di disperazione e di sconfitta imminente.

Attaccando Kobani, la leadership dell’Isis voleva dimostrare che poteva ancora sconfiggere i suoi nemici malgrado gli attacchi aerei statunitensi contro di loro, che sono iniziati in Iraq l’8 agosto e si sono estesi alla Siria il 23 settembre. Mentre si riversavano dentro Kobani, i combattenti dell’Isis scandivano lo slogan: ‘Lo Stato Islamico rimane, lo Stato Islamico si espande’. In passato l’Isis aveva scelto – una decisione tattica – di abbandonare le battaglie che non pensava avrebbe vinto. Ma la battaglia di 5 settimane per Kobani era andata avanti troppo a lungo ed era stata pubblicizzata troppo bene perché i suoi militanti si ritirassero senza perdere il prestigio. L’appello dello Stato Islamico ai sunniti in Siria, in Iraq e in tutto il mondo deriva dal senso che le sue vittorie sono un dono di Dio e sono inevitabili, quindi ogni fallimento danneggia  affermazione riguardo  all’appoggio divino.

Ma l’inevitabile vittoria dell’Isis a Kobani non c’è stata. Il 19 ottobre, invertendo la precedente linea di azione, l’aviazione statunitense ha lasciato cadere armi, munizioni e medicine per i difensori della città. Sotto la pressione americana, lo stesso giorno la Turchia ha annunciato che avrebbe permesso ai peshmerga curdi iracheni un passaggio sicuro dall’Iraq settentrionale a Kobani; i combattenti curdi si sono ora ripresi parte della città. Washington ha capito che, data la retorica di Obama sul suo piano di  ‘umiliare  e distruggere’ l’Isis, ed essendoci le elezioni del Congresso entro un mese soltanto, non era in grado di permettere ai militanti ancora un’altra vittoria. E questa particolare vittoria con tutta probabilità sarebbe stata seguita da un massacro dei curdi sopravvissuti sotto gli occhi delle telecamere radunate sul lato turco del confine. Quando è iniziato l’assedio, il supporto aereo statunitense ai difensori di Kobani è stato saltuario; per paura di offendere la Turchia, l’aviazione militare statunitense ha evitato di cooperare con i combattenti curdi sul campo. A metà ottobre la politica era cambiata e i curdi hanno cominciato a fornire agli americani informazioni dettagliate sull’individuazione degli obiettivi, mettendoli in grado di distruggere i carri armati e l’artiglieria dell’Isis. In precedenza, i comandanti dell’Isis erano stati abili a nascondere il loro equipaggiamento e a disperdere i loro uomini. Finora, nella campagna aerea, soltanto 632 missioni su 6.600 hanno portato ad attacchi reali. Mentre, però cercavano di prendere d’assalto Kobani, i capi dell’Isis hanno dovuto concentrare le loro forze su posizioni identificabili e sono diventati vulnerabili. Nello spazio di 48 ore, ci sono stati quasi 40 attacchi aerei statunitensi, alcuni soltanto a circa 45 m. dalla prima linea kurda.

Non è stato l’appoggio aereo da solo che ha fatto la differenza. A Kobani, per la prima volta, l’Isis stava combattendo un nemico – le Unità di difesa del popolo  (YPG) e la sua ala politica, il Partito di Unione Democratica (PYD) che      rappresentava se stesso. Il PYD è il ramo siriano del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) che fin dal 1984 ha continuato a lottare per l’autogoverno per 15 milioni di curdi turchi. Come l’Isis, il PKK unisce  impegno ideologico fanatico con competenza    militare edesperienza acquisita in lunghi anni di guerriglia. Marxista –leninista nella sua ideologia originaria, il PKK è gestito dall’alto e cerca di monopolizzare il potere all’interno della comunità curda,  in Turchia  o  in Siria. Il capo del partito che è in prigione, Abdullah Ocalan, oggetto di un potente culto della personalità, comunica istruzioni dalla sua prigione turca su un’isola nel Mar di Marmara. La dirigenza militare del PKK opera da una roccaforte sulle montagne di Qandil nell’Iraq settentrionale, una delle grandi fortezze naturali del mondo. La maggior parte dei suoi combattenti che si stima siano 7.000, si sono ritirati dalla Turchia in base ai termini di un cessate il fuoco del 2013, e oggi si spostano da un campo all’altro nelle profonde gole e valli della zona di Qandil. Sono molto disciplinati e seriamente impegnati nella causa del nazionalismo curdo: questo li ha messi in grado di intraprendere una guerra per tre decenni contro l’enorme armata turca, sempre imperterriti malgrado le perdite devastanti che hanno sofferto. Il PKK, come l’Isis, enfatizza il martirio: i combattenti caduti vengono seppelliti in cimiteri di cui ci si prende attenta cura, pieni di cespugli di rose in alto sulle montagne, con lapidi elaborate sulle tombe. Immagini di Ocalan sono dappertutto: 6 o 7 anni fa, ho visitato un villaggio a Qandil, occupato dal PKK; in alto, al di sopra  di questo c’era un enorme immagine di Ocalan dipinto su una pietra colorata e appoggiata sul fianco di una montagna vicina. E’ una delle poche basi della guerriglia che possono essere viste dallo spazio.

La Siria e l’Iraq sono pieni di eserciti e milizie che non combattono nessuno che possa reagire, ma il PKK e i suoi affiliati siriani, il PYD e l’YPG, sono diversi. Spesso criticati dagli altri curdi, in quanto stalinisti e antidemocratici, hanno almeno la capacità di combattere per le loro proprie comunità. La serie di vittorie dello Stato islamico contro forze superiori all’inizio di quest’anno, e avvenuta perché l’Isis combatteva i soldati, come quelli dell’esercito iracheno, che hanno il morale basso e scarsamente forniti di armi, munizioni e cibo, per colpa di comandanti incompetenti e corrotti, molti dei quali è probabile che fuggano. Quando poche migliaia di combattenti dell’Isis hanno invaso Mosul in giugno, in teoria affrontavano 60.000 soldati e poliziotti iracheni. La cifra reale, però, era probabilmente un terzo di quella: il resto erano soltanto nomi sulla carta, con gli ufficiali si intascavano i salari, oppure esistevano ma consegnavano metà della loro paga  ai loro comandanti con la contropartita di non andare mai vicino a una caserma. Non molte cose sono migliorate nei quattro mesi dopo la caduta di Mosul il 9 giugno. Secondo un politico iracheno, una recente ispezione ufficiale di una divisione blindata irachena ‘che doveva avere 120 carri armati e 10.000 soldati, ha rivelato che aveva 68 carri armati e soltanto 2000 soldati’. Neanche i peshmerga curdi iracheni – letteralmente ‘coloro che affrontano la morte’ – sono immensamente efficaci. Spesso sono considerati come soldati migliori dei soldati nell’esercito iracheno, ma la loro reputazione l’hanno ottenuta trenta anni fa quando combattevano Saddam;  da allora non hanno combattuto molto, tranne che nelle guerre civili curde. Anche prima di essere   sconfitti dall’Isis a Sinjar in agosto, un osservatore attento dei peshmerga si è riferito a loro derisoriamente come ‘pesca melba’; ha detto che erano ‘buoni soltanto a fare imboscate in montagna.’

Il successo dello Stato Islamico è stato aiutato non soltanto dall’incompetenza dei suoi nemici, ma anche dalle divisioni evidenti tra di loro. John Kerry si vanta di aver messo insieme una coalizione di 60 paesi tutti  impegnate a opporsi all’Isis, ma dall’inizio è stato chiaro che molti membri importanti non erano molto preoccupati della minaccia dell’Isis. Quando a settembre  sono iniziati  i bombardamenti della Siria, Obama ha annunciato con orgoglio che l’Arabia Saudita, la Giordania, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein, e la Turchia si univano tutti agli Stati Uniti come partner militari contro l’Isis. Ma, come sapevano gli americani,  questi erano tutti stati sunniti che avevano svolto un ruolo fondamentale  nell’incoraggiare l’Isis in Siria e in Iraq. Questo era un problema politico per gli Stati Uniti, come ha rivelato Joe Biden con imbarazzo dell’amministrazione in un discorso ah Harvard del 2 ottobre. Ha detto che la Turchia, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, avevano promosso ‘una guerra per procura sunnita-sciita’ in Siria e che ‘riversavano centinaia di milioni di dollari e diecine di migliaia di armi a chiunque avrebbe combattuto contro Assad – tranne che le persone che venivano così rifornite erano al-Nusra e al-Qaida e gli elementi estremisti jihadisti provenienti da altre parti del mondo’. Ha ammesso che i ribelli siriani moderati, presumibilmente fondamentali per la politica statunitense in Siria, erano una forza militare trascurabile. Biden ha in seguito chiesto scusa per le sue parole, ma quello che ha detto era palesemente vero e riflette quello che l’amministrazione a Washington crede realmente. Sebbene abbiano espresso  indignazione  per la franchezza di Biden, gli alleati sunniti dell’America hanno rapidamente confermato i limiti della loro collaborazione. Il principe al-Waleed bin Talal al-Saud, un ricco uomo di affari e membro della famiglia reale saudita, ha detto: ‘L’Arabia Saudita non sarà coinvolta direttamente nel combattere l’Isis in Iraq o in Siria, perché questo in realtà non colpisce esplicitamente il nostro paese.’ In Turchia, Erdoğan ha detto che per quanto lo riguardava, il PKK era cattivo tanto quanto l’Isis.

Esclusi da questa bizzarra coalizione vi erano quasi tutti coloro che combattevano davvero l’Isis, compreso l’Iran, l’esercito siriano, i curdi siriani, e le milizie sciite in Iraq. Questo casino è andato in gran parte a vantaggio dello Stato Islamico, come è stato dimostrato da un incidente avvenuto nell’Iraq settentrionale all’inizio di agosto, quando Obama ha mandato forze speciali degli Stati Uniti al Monte Sinjar per monitorare il pericolo per migliaia di Yazidi intrappolati lì. Etnicamente curdi, ma con una loro propria religione non islamica, gli Yazidi erano fuggiti dalle loro città piccole e grandi per sfuggire al massacro e alla schiavitù da parte dell’Isis. I soldati degli Stati Uniti sono arrivati con gli elicotteri e sono sorvegliati in maniera efficiente e sono stati portati a fare un giro da miliziani curdi in uniforme. Ma subito dopo gli Yazidi, che avevano sperato di essere soccorsi o almeno aiutati dagli americani – sono rimasti inorriditi nel vedere i soldati statunitensi risalire frettolosamente sui loro elicotteri e andarsene via. Il motivo della loro rapida partenza, è stato in seguito rivelato a Washington, è stato che l’ufficiale responsabile del distaccamento statunitense aveva parlato con le sue guardie curde  e aveva scoperto che quelli non erano i peshmerga amici degli Stati Uniti, appartenenti al Governo Regionale del Kurdistan, ma combattenti del PKK – ancora elencati come ‘terroristi’ dagli Stati Uniti, malgrado il ruolo centrale che avevano svolto nell’aiutare gli Yazidi e a respingere l’Isis. E’ stato soltanto quando Kobani è stata sul punto di  cadere, che Washington ha accettato di non avere altra scelta se non quella di collaborare con il PYD: era, dopo tutto, l’unica forza efficiente che combatteva ancora l’Isis in modo concreto.

E poi c’era il problema turco. Gli aerei statunitensi che attaccavano le forze dell’Isis a Kobani hanno dovuto volare per 1.200 miglia dalle loro basi nel Golfo perché la Turchia non permetteva l’uso della base aerea di Incirlik, situata ad appena cento miglia da Kobani. Non impedendo che i rinforzi, le armi e le munizioni arrivassero all’Isis a Kobani, Ankara dimostrava che avrebbe preferito che l’Isis occupasse la città: qualunque cosa era migliore che il PYD. La posizione della Turchia era stata chiara fin dal luglio 2012, quando l’esercito siriano, sotto la pressione dei ribelli in altri luoghi, si è ritirato dalle principali zone curde. I curdi siriani, a lungo perseguitati da Damasco ed emarginati politicamente, improvvisamente hanno ottenuto di fatto l’autonomia per l’autorità crescente del PKK. Siccome vivono per lo più lungo il confine con la Turchia – un’area strategicamente importante per l’Isis – i curdi sono diventati inaspettatamente protagonisti nella lotta per il potere in una Siria in via di disintegrazione. Questo per i turchi è stato un’evoluzione sgradita dei fatti. Le organizzazioni politiche e militari dominanti dei curdi siriani erano rami del PKK e obbedivano a istruzioni da parte di Ocalan e della dirigenza militare di Qandil. Gli insorti del PKK che avevano combattuto tanto a lungo  per una qualche forma di autogoverno in Turchia, ora governavano un quasi-stato in Siria centrato nelle città di Qamishili, Kobani e Afrin. Gran parte della regione siriana di confine era probabile che rimanesse nelle mani dei curdi, dato che il governo siriano e i suoi oppositori erano entrambi troppo deboli per fare qualche cosa al riguardo. Ankara non è forse la giocatrice di scacchi esperta per collaborare con l’Isis per infrangere il potere curdo, come credono i teorici della cospirazione, ma ha visto il vantaggio per se stessa di permettere all’Isis di indebolire i curdi siriani. Non è stata mai una politica molto lungimirante: se l’Isis riuscirà a  impadronirsi di Kobani e quindi a umiliare gli Stati Uniti, il presunto alleato degli americani, la Turchia, sembrerebbe in parte responsabile dopo aver isolato la città. In questo caso, il cambiamento di corso della Turchia è stato veloce in modo imbarazzante. Poche ore dopo che Erdoğan aveva detto che la Turchia non avrebbe aiutato i terroristi del PYD, veniva dato il permesso ai curdi dell’Iraq di rafforzare i combattenti del PYD a Kobani.

Il voltafaccia della Turchia è stato il più recente di una serie di calcoli sbagliati che aveva fatto circa gli sviluppi in Siria fin dalla prima insurrezione contro Assad nel 2011. Il governo di Erdoğan avrebbe potuto mantenere l’equilibrio di potere tra Assad e i suoi oppositori, ma invece si è convinto che Assad – come Gheddafi in Libia, sarebbe stato inevitabilmente spodestato. Quando questo non è accaduto,  Ankara ha dato il suo appoggio ai gruppi jihadisti finanziati dalle monarchie del Golfo: questi comprendevano al-Nusra, l’affiliato siriano di al-Qaida e l’Isis. La Turchia ha svolto più o meno  lo stesso ruolo nell’appoggiare gli jihadisti in Siria che aveva avuto il Pakistan nell’appoggiare i talebani in Afghanistan. Gli jihadisti stranieri stimati in 12.000 che combattono in Siria, riguardo ai quali c’è così tanta apprensione in Europa e negli Stati Uniti, sono entrati quasi tutti attraverso quella diventata nota come ‘l’autostrada degli jihadisti’, usando i punti di attraversamento del confine turco mentre le guardie facevano finta di non vedere. Nella seconda metà del 2013, quando gli Stati Uniti facevano pressioni sulla Turchia, l’accesso a queste strade è diventato più difficile, ma i militanti dell’Isis  attraversano ancora la frontiera senza troppa difficoltà. L’esatta natura dei rapporti tra i servizi segreti turchi con l’Isis e al-Nusra, rimane vago, ma ci sono forti prove di un certo grado di collaborazione. Quando i ribelli siriani  guidati da al-Nusra, all’inizio di quest’anno si sono impadroniti della città armena di Kassab, situata nel territorio nelle mani  del governo siriano, è sembrato che i turchi avessero permesso loro di operare dall’interno del territorio turco. E’ stato misterioso anche il caso dei 49 membri del Consolato turco a Mosul che sono rimasti nella città mentre veniva presa dall’Isis.; sono stati tenuti in ostaggio a Raqqa, la capitale siriana dello Stato Islamico, poi rilasciati inaspettatamente dopo 4 mesi in cambio dei prigionieri dell’Isis tenuti in Tuchia.

Se Erdoğan avesse scelto di aiutare i curdi intrappolati a Kobani invece che isolarli, avrebbe potuto rafforzare il processo di pace tra il suo governo e i kurdi turchi. Invece le sue azioni hanno provocato proteste e tumulti da parte dei curdi in tutta la Turchia; in città e villaggi dove non c’erano state dimostrazioni curde nella storia recente sono stati bruciati dei copertoni e sono state uccise 44 persone. Per la prima volta in due anni, velivoli militari turchi hanno colpito posizioni del PKK nel sud-est del paese. Sembra che Erdoğan abbia sprecato uno dei  principali successi dei suoi anni al potere: gli inizi di una fine negoziata dell’insurrezione armata curda. L’ostilità etnica e le violenze tra turchi e curdi sono ora aumentate. La polizia ha represso le dimostrazioni contro l’Isis ma ha lasciato stare le dimostrazioni a favore dell’Isis. Circa 72 profughi che erano fuggiti in Turchia da Kobani, sono stati rimandati nella loro città. Quando 5 membri del PYD sono stati arrestati dall’esercito turco, sono stati definiti dai militari come  ‘terroristi separatisti’. Ci sono state esplosioni di isterismo da parte dei sostenitori di Erdoğan: il sindaco di Ankara, Melih Gökçek ha scritto in un tweet che ‘ci sono persone nell’est che si fanno passare per curdi ma che in realtà sono in origine armeni atei.’ I media turchi, sempre più condiscendenti al governo o impauriti da esso, hanno minimizzato la gravità delle dimostrazioni. La CNN turca, famosa per aver trasmesso l’anno scorso un documentario sui pinguini al culmine delle dimostrazioni di Gezi Park, ha scelto di far vedere un documentario sulle api da miele durante le proteste dei curdi.

Che grande botta sarebbe per l’Isis se non riuscisse a catturare Kobani? La sua reputazione di aver sempre sconfitto i suoi nemici ne sarebbe danneggiata, ma ha dimostrato che può resistere  agli attacchi aerei degli Stati Uniti anche quando le sue forze sono concentrate in un solo posto. Il califfato dichiarato da Abu Bakr al-Baghdadi il  29 giugno si sta ancora espandendo: le sue più grandi vittorie, nella provincia di Anbar,  gli hanno dato un altro quarto di Iraq. In settembre, una serie di attacchi ben pianificati, hanno visto l’Isis catturare il territorio attorno a Fallujah, 40 miglia a ovest di Baghdad. Un campo dell’esercito iracheno a Saqlaawwiyah, è stato assediato per una settimana e invaso: 300 soldati dell’esercito iracheno sono stati uccisi. Come in passato, l’esercito si è dimostrato incapace di organizzare un’efficace controffensiva malgrado l’appoggio degli attacchi aerei statunitensi. Il 2 ottobre, l’Isis ha lanciato una serie di attacchi che hanno occupato Hit, una città a nord di Ramadi, lasciando nelle mani del governo soltanto un’unica base dell’esercito nella zona. Oggi le forze dell’Isis sono vicinissime alle enclave sunnite a Baghdad ovest: finora queste sono rimaste tranquille, sebbene ogni altra area sunnita  nel paese sia stata in subbuglio. Secondo i prigionieri dell’Isis, le cellule dell’Isis in città sono in attesa di sollevarsi in coordinamento con un attacco da fuori la capitale. Forse l’Isis non è capace di impadronirsi di tutta Baghdad, una città di 7 milioni di persone (la maggioranza sciita), ma potrebbe prendere le aree sunnite e causare panico in tutta la capitale. Nei ricchi distretti misti come al-Mansolur  a Baghdad ovest, metà degli abitanti sono partiti per la Giordania o per il Golfo perché si aspettano un assalto dell’Isis. “Penso che l’Isis attaccherà Baghdad anche solo per impadronirsi delle enclave sunnite,’ ha detto un residente. Se manterranno anche parte della capitale, aggiungeranno credibilità  alla loro affermazione di aver stabilito uno stato.’ Nel frattempo il governo e i media locali tenacemente minimizzano la gravità della minaccia di un’invasione dell’Isis per impedire una fuga di massa nelle zone sciite più sicure nel sud.

La sostituzione del governo corrotto e non funzionante di Nouri al-Maliki con quello di Haider al-Abadi, non ha fatto grande differenza, come piacerebbe ai suoi sostenitori stranieri. Poiché l’esercito non si sta comportando meglio di prima, le principali forze combattenti che deve affrontare l’Isis, sono le milizie sciite. Altamente settarie e spesso criminalizzate, stanno combattendo duramente contro Baghdad per respingere l’Isis e ripulire le zone miste dalla popolazione sunnita. I Sunniti sono spesso presi ai posti di controllo, trattenuti per riscatti di  diecine di migliaia di dollari,  e di solito uccisi quando viene pagato il denaro. Amnesty International dice che le milizie, compresa la Brigata Badr e il gruppo paramilitare Asaib Ahl al Haq, operano con totale immunità; ha accusato il governo dominato dagli sciiti di ‘aprovare i crimini di guerra’. Dato che il governo iracheno e gli Stati Uniti stanno sborsando grosse somme di denaro agli uomini di affari, ai leader tribali e a chiunque altro che dice che combatterà l’Isis, i signori della guerra sono di nuovo in aumento: da giugno sono stati creati tra i venti e i trenta nuovi miliziani. Questo significa che i sunniti iracheni non hanno altra scelta che restare fedeli all’Isis.

L’unica alternativa è il ritorno dei feroci miliziani sciiti che sospettano tutti i sunniti di appoggiare lo stato islamico. Essendosi appena ripreso dall’ultima guerra, l’Iraq sta venendo rovinato da una nuova. Qualsiasi cosa avvenga a Kobani, l’Isis non imploderà. L’intervento straniero accrescerà soltanto il livello di violenza e la guerra tra sunniti e sciiti acquisterà forza, senza che se ne veda la fine.

Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/whose-side-is-turkey-on

Originale: London Review of Books

Traduzione di Maria Chiara Starace