Reddito di base incondizionato e a vita per tutti i cittadini. Siamo forse ad un passo dalla sua realizzazione? Tra pochissimi giorni nella vicina Svizzera i cittadini saranno chiamati a votare sulla possibilità di considerare un tipo di stato sociale radicalmente diverso da ciò a cui finora siamo stati abituati.

Per poter recepire al meglio il senso di questo articolo, sarebbe utile porsi delle domande preliminari, alle quali bisognerebbe rispondere con la massima obiettività: svolgete un lavoro gratificante o socialmente utile o uno che vi sentite obbligati a svolgere per ottenere il denaro che vi permette di sopravvivere, sottraendo tempo vitale alla vostra famiglia e alle vostre vere passioni? La disoccupazione è destinata ad aumentare? Saremo sempre in grado di pagare le pensioni in paesi, come l’Italia, dove diminuisce la forza lavoro ed aumenta quella delle persone pensionabili?

Sono domande che varrebbe la pena porsi per poter intavolare una seria riflessione sulla possibilità o meno di istituire un Reddito di Base Incondizionato (RBI), favorendo uno scambio di opinioni basato su fatti reali ed incontrovertibili, piuttosto che argomentazioni pretestuose, come spesso accade in questi casi. Eccone solo alcuni esempi: “Se non dovremo più lavorare per guadagnarci uno stipendio, passeremo tutta la vita ad oziare? Come faranno i governi a trovare i fondi per finanziare un RBI?”. Forse però, l’obiezione più comune è la sempre spendibile: “È utopico!”.

Naturalmente, quanti sono coscienti che la vera utopia risieda proprio nel pretendere di continuare a perpetuare un sistema socio-economico catastrofico, nonché suicida, sentir parlare anche per la prima volta di un argomento del genere, risulta molto stimolante, poiché se ne intravedono da subito le immense potenzialità. Forse addirittura la miglior forma di transizione da un sistema capitalistico-consumistico fondato sul profitto, ad un sistema fondato sul ben-essere dell’individuo e, per estensione di tutta la società.

Il 5 giugno i cittadini svizzeri avranno la possibilità di approvare il principio del Reddito di Base Incondizionato e di diventare la prima nazione al mondo ad ammettere la possibilità teorica di costituire uno stato sociale nazionale completamente diverso da quello a cui sono stati abituati finora. In sintesi, se passerà la proposta al centro del referendum, si permetterà a tutti i residenti su suolo svizzero di percepire un reddito di circa 2500 franchi svizzeri, pari a circa 2.500 euro, senza chiedere in cambio alcuna prestazione lavorativa, in maniera appunto incondizionata. Una vera e propria rivoluzione, se si considera che il RBI sia stato finora approvato solamente quale sperimentazione su base locale e puramente transitoria (seppur con risultati estremamente incoraggianti).

“La proposta – si legge in un articolo pubblicato sul Corriere.it  è quella di introdurre nel Paese il reddito di base incondizionato (Rbi), altrimenti detto «reddito di cittadinanza», dalla nascita fino alla morte, per tutti i cittadini, minori compresi (ma con una soglia più bassa, 625 euro). La cifra può sembrare alta, ma 2.500 franchi svizzeri al mese […], cioè poco più di 30 mila franchi l’anno, è un livello appena sopra la soglia di povertà, che nella ricca Svizzera è di 29.501 franchi all’anno. La proposta di iniziativa popolare, se approvata, farà della Svizzera il primo Paese nel quale sarà messo in campo questo enorme esperimento”.

 

Ma come si finanzia il RBI? Come leggiamo direttamente dal sito promotore del referendum, in un anno: “la somma totale del RBI distribuita all’insieme della popolazione è di 208 miliardi. Il montante finanziato dal trasferimento del costo delle prestazioni sociali sostituite è di circa 62 miliardi. Il trasferimento della parte di valore prodotta è di 128 miliardi. Il saldo da finanziare è quindi di 18 miliardi, ovvero solo il 3% del PIL della Svizzera, meno dei costi della sanità legati al lavoro. Questo saldo può facilmente essere coperto in molti modi, come una correzione […] della fiscalità diretta, una tassa sulla produzione automatizzata, sull’impronta ecologica, ecc.”

 

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Interessante, se si pensa che nel mondo intero il già preoccupante tasso di disoccupazione  è destinato ad aumentare vertiginosamente (in Italia superiamo l’11% della popolazione attiva ed il 39% dei giovani) a causa dell’avanzamento tecnologico e se si pensa che persino nella “ricca” Europa, già oggi, 50 milioni di persone vivono in condizione di grave deprivazione materiale (in Italia 1 persona su 10) e 123 milioni di cittadini europei (quasi un quarto della popolazione) è a rischio povertà o esclusione sociale.

Come dimostrano numerose ricerche è facile intuire quanto queste disuguaglianze incidano profondamente sulle tensioni sociali e siano direttamente proporzionali alla criminalità ed inversamente proporzionali alla salute fisica e mentale delle persone.

Il RBI garantirebbe una società più equa e di conseguenza con minori tensioni sociali, attraverso una soglia minima garantita di reddito per tutti i cittadini.

Ecco perché personaggi della caratura di Erich Fromm, già nel secolo scorso auspicavano l’introduzione di un simile strumento: “La transizione da una psicologia della scarsità a quella dell’abbondanza rappresenta uno dei passi di maggior momento nello sviluppo dell’uomo. Una psicologia della scarsità produce ansia, invidia, egoismo […]. Una psicologia dell’abbondanza produce iniziativa, fede nell’esistenza, solidarietà.”

E proprio parlando di solidarietà e di valore sociale, non possiamo certo dimenticarci di tutto il lavoro non remunerato come quello casalingo, la cura dei bambini e degli anziani all’interno della propria famiglia, i lunghi periodi di formazione di giovani e meno giovani, per non parlare di una moltitudine di servizi di volontariato offerti da un numero di persone in continua crescita: ad es. 1 italiano su 8 presta regolarmente servizi di questo genere.

Se questi dati non fossero sufficienti per quanti pensano che senza la necessità di lavorare per ottenere un reddito le persone non farebbero nulla, bisogna aggiungere che la maggioranza degli intervistati sul tema, dichiarano di voler comunque continuare a svolgere il proprio lavoro, pur con un RBI.

 

Ma veniamo alla prima domanda posta all’inizio di questo articolo: sfortunatamente, il 73% degli italiani, reputa “negative” le proprie condizioni di lavoro, causa di forte stress emotivo, anche per il fatto di non riuscire a conciliare lavoro e vita privata.

Immaginate dunque, a quante cose ci si potrebbe dedicare se non ci fosse il ricatto del lavoro in cambio di stipendio per poter sopravvivere e quali sarebbero i vantaggi sotto tutti i punti di vista. Non si fatica a pensare che una RBI sradicherebbe la povertà, permetterebbe di poter scegliere il lavoro più adatto a sé, darebbe nuovo impulso all’economia reale (piuttosto che quella finanziario-speculativa) e all’imprenditorialità, incoraggerebbe la formazione, darebbe lo slancio per sviluppare la propria creatività e, dulcis in fundo: permetterebbe di dedicarsi alla famiglia, alla vita sociale o forse, più semplicemente alla vita!

Oltre al referendum svizzero che rinnova la discussione su questo potente strumento (per cui ne sarà valsa la pena a prescindere dal risultato) un numero crescente di paesi ha già attuato la sperimentazione di alcune forme di RBI in passato ed altri ne stanno programmando la sperimentazione in un prossimo futuro, tra cui l’Olanda ed il Canada … a quando l’Italia?

Veronica Tarozzi

L’articolo originale può essere letto qui