Il libro Per una civiltà della Terra – La sfida di un nuovo umanesimo nel tempo della complessità, di Mauro Ceruti e Francesco Bellusci, Aboca Editore, 2025, è stato presentato ad EireneFest Bergamo, nell’ambito della 67° Fiera dei Librai in corso sul Sentierone cittadino. L’evento è stato coordinato da Daniele Rocchetti, direttore artistico della Fiera dei Librai di Bergamo, in dialogo con Mauro Ceruti, professore emerito e direttore del Centro di ricerca sui sistemi complessi presso l’Università Iulm di Milano.
Per una civiltà della terra è senz’altro un libro di filosofia: “Un modo per reimparare a vedere il mondo. E perciò molto concreto, molto politico”. Il XXI secolo non ci ha consegnato una crisi, ma una policrisi, un unico sistema complesso e interconnesso. Una costellazione di crisi simultanee dove il collasso climatico si specchia nelle disuguaglianze feroci e dove la “terza guerra mondiale a pezzi” dialoga con un’economia che logora il pianeta. Un sistema non comprensibile separatamente.
«Siamo come in un disegno di Escher (la mano che disegna la mano)», un’immagine efficace che Ceruti utilizza per dire quante oggi sono le mani che ci disegnano (la crisi sociale disegna la crisi economica che, a sua volta, disegna quella psicologica, ecc.), intrecciate in un groviglio inestricabile.
Da dove partire per invertire la rotta?
Oggi abbiamo bisogno di sviluppare la nostra conoscenza e la nostra coscienza – dice Ceruti – di ciò che rende inedito questo nostro tempo. La condizione umana e del mondo è radicalmente mutata: soprattutto a partire dal secondo dopoguerra ha subito un mutamento di scala, per effetto dell’accelerazione tecnologica e della globalizzazione. Dopo il 1989 osserviamo due livelli: quello geopolitico, antropologico e quello di uno sviluppo rapidissimo delle tecnologie dell’informazione: un passaggio d’epoca della storia umana che ha bisogno di essere ancora elaborata con occhiali nuovi.
«La pandemia di Covid-19 è stata l’esempio di una crisi sanitaria che è presto divenuta anche crisi economica, sociale, relazionale per miliardi di esseri umani. Stiamo sperimentando che, nel nostro mondo, tutto è connesso con tutto: lo aveva indicato con grande lucidità Papa Francesco, nelle sue due encicliche “Laudato si’” e “Fratelli tutti”. Di conseguenza, nessuno può sperare di salvarsi da solo: ci salveremo insieme, o insieme andremo incontro al disastro».
Esiste un paradigma alternativo realistico per pensare la sicurezza e la pace su scala planetaria?
Secondo Ceruti, stiamo scontando un deficit di conoscenza e di consapevolezza, rispetto alla novità radicale dell’epoca in cui ci troviamo a vivere: «Dal 1945, dopo l’utilizzo dell’arma atomica su Hiroshima e Nagasaki, la condizione umana è radicalmente cambiata. Per la prima volta nella storia della vita sul nostro pianeta, una specie – la nostra – ha acquisito la capacità di praticare un suicidio su scala globale, mediante un conflitto termonucleare».
La reazione di fronte alla complessità è di semplificazione, la stessa che non vede alternative alla logica del realismo della forza (in chiave geopolitica e militare). Ma necessariamente oggi possiamo affermare, per la prima volta nella storia umana, che le ragioni dell’utopia coincidono con quelle di un autentico realismo. Ernesto Balducci, che definiva la pace “il realismo dell’utopia”, ha scritto che “l’uomo del futuro sarà l’uomo di pace o non sarà”.
Secondo Ceruti il pacifismo ha bisogno di essere fondato sulla conoscenza e sulla coscienza di ciò che oggi rende inedita l’umanità: «Per la prima volta i viventi umani fanno l’esperienza del pericolo in tutti gli aspetti della loro esistenza e l’esperienza dell’estensione della fragilità all’insieme dei viventi sul pianeta».
Per chi si occupa di educazione, questa non è solo una cronaca esterna, è il perimetro di una sfida cognitiva senza precedenti: l’obiettivo di una nuova paideia è la formazione dell’uomo planetario, un soggetto che non è più lineare o unico, ma multiplo e conflittuale. È un progetto che si articola in direzioni chiare: educare al dialogo e alla fraternità universale, educare all’intelligenza della complessità e alla comprensione di sé, educare alla scienza con coscienza.
Educare alla complessità significa, per Ceruti, gestire i processi di apprendimento non come accumulo di nozioni, ma come attribuzione di senso a un nuovo umanesimo. Per educare alla cittadinanza servono mappe cognitive, di cultura, per navigare nella rete in modo critico e creativo.
In questo scenario, la solidarietà non è un vago sentimento etico, ma una necessità evolutiva: una società può progredire in complessità solo se progredisce in solidarietà. È qui che entra in gioco la “resistenza” delle forze vive della complessità: fiducia e intelligenza cosciente, fraternità. Queste forze sono le uniche capaci di affrontare le sfide globali e di trasformare l’inquietudine della policrisi nel lievito di una nuova civilizzazione planetaria, fondata sulla cooperazione e sul multilateralismo. «La nuova civiltà della Terra è la sfida della coesistenza pacifica, solidale, di molteplici nazionalità, culture, popoli, sull’habitat terrestre comune, in un mondo sempre più interconnesso e interdipendente».











