Un vecchio edificio di fine secolo, sito al centro della capitale della Bolivia, La Paz, il carcere di San Pedro ha l’immagine esterna di qualsiasi prigione, alte mura con l’aspetto dell’antichità dove il deterioramento del tempo non si può non notare. Fu costruito nel 1895 per ospitare 300 persone. Un progetto evidentemente abbandonato alla luce del fatto che in quello spazio di circa 8˙500 metri quadrati attualmente vivono 2˙740 detenuti.
In Bolivia la popolazione carceraria supera le 32˙000 persone, alloggiate in 46 centri progettati per una capacità molto inferiore, con un conseguente sovraffollamento superiore al 100%. Un problema che quasi 20 anni di governi della sinistra (alle elezioni del 2025 ha vinto Rodrigo Paz Pereira, esponente del Partito Democristiano Boliviano di stampo liberista), non sono riusciti a risolvere.
Il 58,5% dei prigionieri nelle carceri boliviane non ha alcuna condanna, il che contribuisce alla saturazione del sistema.
Nelle grandi carceri come San Pedro a La Paz, la polizia limita il controllo al perimetro esterno, lasciando la sicurezza interna e la gestione nelle mani dei detenuti, che organizzano la convivenza, il commercio e le gerarchie. Praticamente il carcere è autogestito come fosse un’associazione o un centro sociale.
Se l’America latina è il continente del realismo magico, sicuramente il carcere di San Pedro ne è una delle tante dimostrazioni. E forse solo la Bolivia, il paese meno occidentale e più radicato nella cultura indigena dell’America latina, poteva ospitare un carcere così particolare.
Un Paese che ha la più alta percentuale di popolazione indigena dell’America latina, la Bolivia è uno Stato plurinazionale che riconosce costituzionalmente 36 nazioni indigene (quechia, aymara, guarany, ecc.), la cui architettura politica anziché sullo Stato Nazione che tanti danni ha prodotto nel mondo si basa sul pluralismo etnico.
Entrare nel carcere San Pedro non è stata una cosa semplice, da circa un mese chiedo il permesso di accedervi come giornalista e ricercatore ma, siccome uno youtuber colombiano ha filmato alcune sezioni del carcere senza oscurare i volti delle persone, la polizia boliviana che controlla l’ingresso è diventata più selettiva e guardinga. Il fatto che possiedo una carta di identità brasiliana e una lettera dell’Università di Salvador de Bahia mi ha dato la possibilità di chiedere all’Ambasciata del Brasile se ci sono cittadini brasiliani detenuti nel carcere di La Paz. Così ho ottenuto il permesso di incontrare, non come giornalista ma come visitatore, un cittadino brasiliano, Kleber Fernando, 27enne, da due anni detenuto a San Pedro in attesa di giudizio. Non mi resta dunque che aspettare il giorno di visita e mettermi in fila con il mio documento brasiliano insieme a tantissime altre persone, moglie, fidanzate, figli e amici dei prigionieri.

L’ingresso è un classico cancello (si immagina che fosse lo spazio necessario per l’ingresso di un carro trainato da cavalli) e sorprende la folla di persone che, urlando, lottano per farsi ascoltare nelle loro lamentele. A qualsiasi ora del giorno si possono vedere donne e uomini (molte donne vestite con i classici abiti indigeni) trasportare pacchi di ogni tipo e dimensione, senza alcun controllo. Dopo la consegna dei documenti e del cellulare, ho subito una accurata perquisizione da parte di un poliziotto, che mi ha impresso sul braccio diversi timbri di colore verde e nero. Finalmente in fila insieme ad altre decine di persone attraverso uno stretto cunicolo, giungo al portone principale ed entro nella sezione carceraria di San Pedro chiamata “Poblaciones”.
La sensazione, appena varchi il portone, è di una onda umana che ti viene incontro. In effetti il carcere è sovraffollato e anche le celle vengono costruite come nuove mansarde sul tipico ondulato arrugginito che in tutto il continente generalmente funge da tetto. Oltre a tantissimi detenuti vestiti umilmente che mi chiedono soldi, ci sono le tipiche donne indigene aymara con la loro mercanzia e poi bambini, compagne e fidanzate che camminano insieme ai detenuti nell’area aperta.Ovunque vedo ragazzi e ragazze che giocano e corrono in giro. Altri guardano la televisione. Sembrano felici e sereni, integrati nel paesaggio. Mi rendo conto che non posso gironzolare a caso perché lo sguardo dei “delegados” (i detenuti a cui è appaltato il controllo interno del carcere) armati di grossi manganelli rudimentali di legno inizia a essere indagatorio e probabilmente vogliono capire chi sono venuto a visitare.Così inizio a chiedere a dei detenuti seduti a fumarsi una sigaretta, dove posso trovare “il brasiliano”. Qui esistono detenuti che chiamano “taxisti”. Con circa 4 boliviani (50 centesimi di euro) consegnano cibo e lettere e cercano le persone.
Dopo pochi minuti nel cortile di Poblaciones si palesa un ragazzo giovane magro alto con sembianze indigene e afrodiscendenti. “Beleza irmao”, mi saluta con un accento che mi pare paulista, e infatti mi dice di essere di San Paolo e mi racconta che è a San Pedro da 2 anni in attesa del processo. Il suo avvocato si chiama Elga Blanco ma non si è fatta più vedere. Kleber mi spiega che per vivere a San Pedro servono tanti soldi, che anche le celle si pagano, qualcuno l’ha pure comprata nel tempo e la affitta agli altri detenuti.
San Pedro è diviso in nove sezioni (Poblaciones, La Cancha, Chonchocorito, El Palmar, Guanay, Los Álamos, San Martín, La Prefectura e La Posta). Ogni sezione conta tra le 250 e le 300 persone al suo interno. Kleber è stato sbattuto fuori da Poblaciones perché non aveva i soldi per pagare la cella e ora dorme dove trova posto e si sente molto solo, nessuno dal Brasile può venirlo a trovare, in Bolivia non ha parenti o conoscenti e gli unici suoi amici sono tre stranieri, un argentino accusato di vendita di stupefacenti, un ecuadoregno accusato di furto e un venezuelano. «Quando sono arrivato è stata dura, perché sei un novellino e devi fare tutto quello che ti dicono i Delegati – mi ha spiegato – Loro sono stati eletti dagli altri detenuti e il primo giorno mi hanno fatto una specie di battesimo buttandomi in una tinozza d’acqua gelata. Qui si mangia poco, è garantito solo un pranzo al giorno».
A San Pedro, le cose funzionano così, come in ogni società capitalista. Le persone pagano diverse somme di denaro per avere un posto dove vivere. Qui è anche recluso l’ex presidente José Arce, accusato di truffa verso lo Stato, che alloggia nella sezione chiamata Posta, in condizioni certamente migliori rispetto alla maggior parte dei detenuti. Quelli con maggiori risorse hanno accesso a posti più dignitosi, mentre quelli senza soldi devono lavorare per la comunità (principalmente in attività di pulizia) per guadagnarsi un tetto sopra la testa. Si può dare una mano in cucina per 20 boliviani al giorno (circa 3 euro), oppure nel laboratorio di falegnameria.
Molte famiglie boliviane si indebitano per assicurare una vita dignitosa ai loro cari incarcerati. Lo Stato è assolutamente indifferente rispetto a ciò che accade dentro San Pedro.
Kleber mi racconta tante storie diverse, dolorose come quelle di persone detenute da anni per il possesso di 8 grammi di marijuana, o di persone che hanno scontato integralmente la condanna ma restano in carcere perché nessuno viene a comunicargli il fine pena o perché una volta fuori non saprebbero dove andare, o di stranieri imprigionati da così tanto tempo da aver perso ogni contatto con i propri familiari e compaesani. Poi c’è il problema della mancata assistenza legale. Succede che molti stranieri in Bolivia non ce l’hanno. I detenuti stranieri hanno più difficoltà a reperire un avvocato, visto che non esistono avvocati pagati dallo stato come in Italia con il gratuito patrocinio. E, mi racconta Kleber, accade anche che molti di loro che sono arrivati al fine pena non vengano scarcerati perché nessun avvocato fa istanza di scarceramento al sistema penitenziario o perché più semplicemente non hanno un posto dove andare, dunque preferiscono restare a San Pedro dove almeno hanno un posto per dormire e non restano senza tetto in una città a 3˙700 meri di altezza dove alla notte la temperatura arriva allo zero.
Inoltre per uscire da San Pedro bisogna fornire un recapito di contatto, e chi non può dare quello della propria famiglia o di un luogo in cui risiedere può comprare un “indirizzo”, che però costa tra i 1˙200 e i 1˙500 boliviani, una somma inaccessibile per la maggior parte dei detenuti. Mentre stiamo camminando nella sezione di Poblaciones si avvicina il suo amico argentino, che ci saluta e mi dice che ormai dovrebbe essere libero ma che non riesce a trovare i soldi necessari per pagare quell’indirizzo. Metto la mano in tasca e gli do i soldi che ho in quel momento, sperando che lo avvicinino un po’ di più alla libertà.
La tappa successiva è al campo da calcio che, con mia sorpresa, è triangolare. Mi spiegano che è colpa della mancanza di spazio ma che comunque riescono a giocare. In quel momento, infatti, si sta disputando una partita sotto lo sguardo attento di un folto pubblico (in effetti il pubblico è numeroso ovunque). Ci dicono anche che si tengono continuamente tornei tra i quartieri del carcere, cercando di determinare chi è il migliore nello sport più popolare.
Kleber mi racconta di essere stato già in una prigione in Brasile, dove ha scontato la pena di un anno perché arrestato per furto, e fa un curioso paragone: riconosce che l’autogestione che vige a San Pedro ha anche dei vantaggi, per esempio non dover essere costretto a passare ore e ore in una cella angusta come invece succede ai detenuti nella gran parte delle carceri del mondo. A San Pedro i prigionieri possono trascorrere la giornata camminando tra le sezioni, al campo di pallone o ai caffè improvvisati all’aperto. Mi stupisce la presenza di numerose bancarelle e negozi che offrono praticamente prodotti alimentari di ogni tipo, come in qualsiasi mercato fuori dal carcere. Prodotti alimentari, bevande di dubbia apparenza, ma anche negozi di ferramenta, dove acquistare altre tipologie di prodotti.
Le tre ore accordatemi per far visita a “il brasiliano” sono oramai finite, e ci abbracciamo con la promessa di reincontrarci a breve.
Mentre faccio la fila per uscire penso all’indiscutibile responsabilità di chi dispone la privazione della libertà di persone in condizioni così estreme. Giudici che agiscono con assoluto disinteresse nei confronti delle condizioni di vita a cui sottopongono centinaia di persone, la maggior parte delle quali per crimini non violenti e che, sicuramente, avrebbero potuto ricevere un trattamento più positivo ed edificante di quello che ricevono a San Pedro. Questo sistema di autogestione genera in questa condizione rapporti di subordinazione, dove i detenuti che si trovano in condizioni migliori assumono la leadership a vantaggio di pochi e a scapito di persone che si trovano in situazioni svantaggiate (come, in definitiva, avviene anche al di fuori delle carceri). Ma in quelle carceri come in Europa e in Italia, dove lo Stato ha il controllo e la governance delle strutture, i risultati non sembrano essere migliori di quelli osservati a San Pedro, al contrario. Forse qui c’è abbandono, incuria, irrazionalità, mancanza delle risorse statali e pensiero magico. Ma non percepisco da parte della polizia posta al controllo esterno del sistema né dei delegati dei detenuti che si occupano della sicurezza interna quel livido rancore, quell’opaco desiderio di vendetta e di accanimento, che in Italia abita parte delle istituzioni carcerari, dei suoi uomini che le rappresentano, fino agli uomini di questo governo di destra estrema; un sentimento odioso e preoccupante, per nulla umano, di rivalsa contro gli ultimi, i più fragili, gli “sbagliati” ed emarginati.











