La Costituzione italiana nasce dall’antifascismo e dalla liberazione dal nazi-fascismo, l’uno e l’altra valori indiscutibili. Ciò va scolpito a lettere di fuoco. Tuttavia, ogni 25 aprile, ecco aprirsi la polemica, perché alcuni lo gridano con rabbia contro altri, quasi fosse una celebrazione di ‘ripicca mnemonica’ verso quelli che, per nostalgia o per non digerito senso di sconfitta, hanno difficoltà ad accettarla, mentre, al contempo, questi ultimi, in nome della «pacificazione», mettono sullo stesso piano fascisti e antifascisti in quanto entrambi erano convinti di combattere per la patria. Serve una via d’uscita che sia accettabile per tutti.

Ogni anno, anche in quello attuale, le voci antifasciste citano come «definitiva» (che evidentemente però definitiva non è mai risultata) la risposta data da Vittorio Foa, che durante il fascismo era stato incarcerato, al missino Giorgio Pisanò quando invocava la necessità della pacificazione: «se si parla di morti, va bene; i morti sono morti; rispettiamoli tutti».

Dunque, per i morti, per tutti i morti, a qualsiasi fronte appartenessero, esprimiamo rispetto. E, aggiungo, compassione; e, per i morti della Resistenza, in più, immensa gratitudine e riconoscenza.

«Ma, se si parla di quando erano vivi», continuava Foa, «erano diversi: se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione; siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore». Anche qui mi trovo d’accordo, se con «diversi» Foa si riferisce alle loro azioni e non alle persone, perché le azioni di una parte erano di oppressione, dell’altra contro l’oppressione. Non sempre la distinzione è chiara, e anzi spesso sia chi celebra la Resistenza sia chi la denigra confonde i due piani.

Se ci si attiene alla distinzione tra persona e azione, le cose, senza che il giudizio sull’orrore del fascismo cambi in nulla, si fanno più complesse, perché va riconosciuto che alla collocazione su uno dei due fronti contribuiva la diversità delle storie culturali (o in-culturali), delle esperienze, dei gradi di consapevolezza, delle condizioni materiali…

Sia chiaro: non c’è nessuna giustificazione in quanto ho appena scritto; c’è solo una spiegazione, per giunta banale per chiunque non creda nella  bontà o cattiveria “per natura” (se vi si credesse, non ci resterebbe che adottare sempre e solo misure punitive, in ogni ambito – scolastico, giuridico … –, verso chi avesse avuto la sventura di nascere «cattivo») o nella assoluta libertà di scelta (che, paradossalmente, porta alle stesse conseguenze appena dette); ed è, tra l’altro, il tipo di spiegazione che quasi tutti diamo quando rifiutiamo la colpevolizzazione (non la penalizzazione, anche se preferiamo o aggiungiamo la rieducazione) delle persone ‘fragili’ che si trovano a delinquere e sottolineiamo le loro condizioni materiali o culturali.

In effetti, le capacità di distinguere con chiarezza il bene e il male e di compiere l’uno o l’altro dipendono da una miriade di fattori, riassumibili nella formula “educazione e contesto personale” (intendendo con quest’ultimo il fatto che non esistono due individui che vivano esattamente le medesime esperienze e tutte nello stesso modo), e solo un egocentrismo presuntuoso e narcisistico può farci credere che noi, sotto il fascismo, saremmo sicuramente stati contro di esso. È più onesto ammettere che non c’è merito né colpa per nessuno e che tutti gli esseri umani sono ugualmente sacri, anche se, distinguendo persona e azione, abbiamo il dovere di elogiare certe loro azioni e condannarne altre: perché si tramandino la differenza tra il bene e il male e l’esortazione a compiere il primo e a combattere il secondo.

Si badi: questa non è la posizione espressa dal Presidente del Senato Ignazio La Russa, che in un’intervista in strada, ha dichiarato di essere andato, nel 2025, «a rendere omaggio» ai partigiani e poi al «Campo 10, dove sono sepolti (…) diversi caduti della Repubblica Sociale Italiana; ci andai in forma privata, perché secondo me era momento doveroso di una pacificazione che almeno, quando si parla di coloro che hanno dato la vita, mi sembra doverosa»[1]. Parole per me condivisibili ma solo se escono dall’ambiguità: visto che sono pronunciate da un uomo delle Istituzioni e che viene da una storia fortemente collusa con il fascismo e che ha ancora i busti di Mussolini in casa, esse hanno necessità di essere chiarite (cosa significa «di coloro che hanno dato la vita»? per che cosa? si sottintende che i loro ideali erano giustificabili? io avrei detto semplicemente «di coloro che sono morti») e di essere accompagnate da altre di netta condanna, come fece Gianfranco Fini a Fiuggi nel 1995, del fascismo.

Dunque, ribadisco: compartecipazione e vicinanza emotiva per le sofferenze di tutti, in quanto esseri umani, e comprensione per tutti perché ognuno aveva la sua storia, anche se alcuni combattevano per l’oppressione e altri contro di essa, ma per questi ultimi anche gratitudine. Questi combatterono per la libertà come, anch’essi alla luce della loro cultura e capacità, seppero fare, ma, va aggiunto, non necessariamente e non sempre anche nel modo migliore o più bello, cioè nel modo più umano che è quello di partire dal riconoscimento che anche l’avversario è un essere umano e un fratello. Fermo restando che la Resistenza non fu solo quella armata ma accanto a questa ci fu quella disarmata, popolare, fatta di boicottaggi, disobbedienza civile e non collaborazione (per esempio a Napoli e a Modena nel settembre 1943)[2], e che ad entrambe le forme va tributato onore, è, ahimè, singolare che per lo più, con parole o immagini, noi celebriamo il sacrificio di coloro che si armarono e consideriamo la loro guerra «giusta».

Eppure, non ci sono guerre «giuste», nemmeno quelle di liberazione, perché producono morti che, se è condivisibile quanto ho detto più sopra, anche se erano oppressori non erano ‘colpevoli’ se non per la storia in cui la loro vita personale li aveva, per dirla con Heidegger, ‘gettati’. La lotta armata, per la liberazione, non può essere considerato «giusta», tantomeno un modello; può essere ritenuta «necessaria» in quel momento – visto che se non si riuscì a trovare una via migliore, meno violenta. Il che non significa che essa non ci fosse in assoluto.

Dunque, la celebrazione del 25 aprile deve per un verso, gioiosamente, ricordare la Liberazione come esempio di coraggio; per un altro, tristemente, esprimere il cordoglio per l’avvenuta guerra civile, e per un altro ancora, costruttivamente, proporsi come promemoria per non rassegnarsi ad un meccanico ricorso alle armi, e insomma come invito a esplorare in che modo in futuro il coraggio possa essere esercitato in una forma tale che non implichi l’uccisione di nessuno, e qui la conoscenza delle tecniche di lotta nonviolenta ci aiuterebbe moltissimo.

In ogni caso, la ricorrenza della Liberazione non va agitata mai per zittire e vincere contro qualche nostalgico, ma celebrata con modi e toni tali da con-vincerlo.

 

[1] https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/21/25-aprile-rifarei-omaggio-ai-partigiani-e-ai-caduti-di-salo-lequiparazione-del-presidente-del-senato-la-russa/8362164/.

[2] Cf. H. Ferraro, La resistenza napoletana e le ‘quattro giornate’: un caso storico di difesa civile e popolare, e P. Predieri, Lotta non armata nella Resistenza modenese, entrambi in Una strategia di pace: la difesa popolare nonviolenta, Città di Castello 1993.