A dieci anni dall’entrata in vigore della Riforma del Terzo Settore (Legge n. 106 del 6 giugno 2016, entrata in vigore il 3 luglio 2016)  arriva una bocciatura netta da parte di chi il volontariato lo vive ogni giorno: il 51,5% dei volontari esprime un giudizio negativo sull’impatto del nuovo Codice.

È questo il dato principale che emerge dalla ricerca promossa dal Movimento di Volontariato Italiano – MoVI, che fotografa uno scollamento sempre più evidente tra impianto normativo e realtà associativa e che è stata presentata in occasione del convegno nazionale “Il volontariato a dieci anni dalla riforma del Terzo Settore”, promosso dal MoVI insieme alla Scuola Superiore Sant’Anna, al Centro di Ricerca Maria Eletta Martini (MEM), alla Fondazione Emanuela Zancan, alla Fondazione per la Coesione Sociale ETS e al Centro di ricerca Maria Eletta Martini, tenutosi a Pisa il 17 e 18 aprile scorsi. Questi alcuni numeri del dissenso: il 51,5% dei volontari (scelti tra persone che hanno avuto un ruolo direttivo gestionale) esprime un parere nettamente negativo; il 30,7% degli intervistati denuncia un’eccessiva burocratizzazione che genera paralisi operativa; il 12,3% segnala una penalizzazione diretta delle piccole organizzazioni, schiacciate da adempimenti uniformi che non rispettano la diversità del settore; solo il 12,3% del campione promuove la Riforma con un parere positivo. Nonostante il 79,7% dei partecipanti dichiari di conoscere il nuovo assetto normativo, l’effetto reale che ne scaturisce è quello di una vera e propria “gabbia burocratica”, ove gli strumenti di accreditamento come il RUNTS e l’obbligo di nuove competenze digitali e contabili vengono percepiti come barriere d’accesso che sottraggono tempo all’azione sociale per destinarlo alla gestione amministrativa.

Dalla ricerca emerge la preoccupazione per una progressiva “aziendalizzazione” del settore. La transizione in atto segna il passaggio da un volontariato fondato sulla vocazione e sulla spontaneità a un modello sempre più professionalizzato e strutturato. Il MoVI rileva come questa trasformazione si manifesti in una crisi della gratuità, dove la previsione di compensi – pur favorendo alcuni servizi e l’ingresso dei giovani tramite il Servizio Civile – rischia di generare una confusione strutturale tra volontariato e lavoro. Allo stesso tempo si assiste a una deriva progettuale, con un’enfasi crescente su bandi e rendicontazione che tende a trasformare le associazioni in veri e propri “progettifici”, nei quali la competizione per le risorse finisce per prevalere sulla cooperazione territoriale.

Infine, il rapporto con la pubblica amministrazione appare sempre più asimmetrico: la co-progettazione viene spesso vissuta come una pratica formale, in cui il volontariato è chiamato a svolgere un ruolo di supplenza rispetto alle carenze del pubblico, operando però entro cornici economiche già definite. “La bocciatura della riforma del Terzo Settore da parte del volontariato conferma la necessità di un miglioramento del Codice in questo ambito, ha sottolineato Gianluca Cantisani, presidente del MoVI. In dieci anni sono state introdotte diverse modifiche migliorative al codice, che tuttavia si sono rivelate insufficienti alle necessità del volontariato. È mancato un reale ascolto del mondo del volontariato e un’analisi attraverso un filtro sociale adeguato ai tempi che stiamo vivendo. Con questa ricerca, il MoVI si propone di portare nelle sedi istituzionali le istanze emerse dai territori”.

Per il MoVI, dal Convegno è emersa la necessità non tanto di correggere alcuni aspetti tecnici della normativa, quanto di ripensare il ruolo stesso del volontariato nel sistema sociale e nel terzo settore. Il presidente Gianluca Cantisani al termine del convegno ha proposto di: rilanciare il volontariato come forma di advocacy verso le istituzioni e come partecipazione democratica e cura dei beni comuni, distinta dalla gestione di servizi; riformare il Codice del Terzo Settore per semplificare gli adempimenti per le realtà del volontariato più piccole e spontanee e chiarire meglio i confini tra le diverse tipologie di enti; riconoscere il volontariato informale (una proposta indicata come politicamente più urgente per colmare il deficit di democrazia che l’interpretazione del codice rischia di rafforzare nel Paese), introducendo nel Codice uno spazio per le aggregazioni spontanee e un percorso graduale verso la formalizzazione del loro ruolo.

Qui alcuni dati.