Non è strano di questi tempi avere la sensazione di vivere dentro un frullatore. Ogni fenomeno sembra aver preso una strana accelerazione che ci disorienta e spesso spaventa: siamo di fronte a nuove sfide – distinguere un’immagine vera da una inventata – e vecchie – la guerra, che, sebbene diventata tecnologica, è ugualmente spietata come le precedenti. Ed è questo un momento in cui è facile abbattersi e non vedere nel crogiuolo che ribolle eccezionali fenomeni interconnessi. Nel mio ultimo articolo scrivevo di attivisti californiani che, indifferenti alle gioie e alle miserie del fare, imperterriti svolgono il loro compito con amore e dedizione giorno dopo giorno. Oggi mi accingo a raccontare di omologhi bergamaschi che, con il medesimo atteggiamento, danno la sveglia – o qui sarebbe da dire, per via dell’importante tradizione del territorio, suonano la campana – alla comunità di cui sono parte, il popolo delle Valli pedemontane.

“Chiamata Alle Arti.2” è organizzato dal collettivo “Artisti per Gaza di Bergamo”; si tratta di un progetto aperto, in cui laboratori artistico-artigianali e azioni performative fanno da cornice alla raccolta fondi destinata a progetti filantropici. Ad offrire ospitalità è l’Arci di Ranica, un minuscolo paesino sopra Bergamo. All’evento hanno aderito numerose associazioni, tutte animate dal desiderio di aiutare e portare sollievo a chi resiste a Gaza e in Palestina.

L’iniziativa principale è a favore dell’ospedale Al-Awda, l’unico rimasto in piedi nel Nord della martoriata striscia, seppure non risparmiato dalle bombe israeliane. Il progetto è a cura dell’Associazione “Amicizia Bergamo-Palestina”, la quale riesce, ottemperando ai severissimi controlli sionisti e alla burocrazia, e utilizzando un conto presso la banca etica (per chi volesse contribuire IT7310501811100000020000074), a far arrivare aiuto concreto agli operatori che si trovano sul posto. Con l’iniziativa di oggi si vuole acquistare un’ambulanza. L’ospedale, che dal 2008 collabora con Medici Senza Frontiere e svolge l’importante funzione di preparare personale sanitario, è riuscito a salvare un pronto soccorso e un reparto maternità.

Altri ospiti della giornata sono Alice Mascheroni nelle vesti di mentore dell’originale gruppo di danza gazawo “@rajeen­_team” e, sempre da Gaza e virtualmente, “@aya.shaqalean”, una talentuosa artista; i colleghi bergamaschi ne stanno promuovendo l’opera per aiutarla ad acquistare un camper, così da affrontare le  intemperie con un minimo di agio in più, in considerazione anche del fatto che presto la famiglia si allargherà; Aya è in dolce attesa. Il gruppo di danza Rajeen e Aya si possono seguire e aiutare su Instagram attraverso i crowfounding aperti.

Il programma della giornata è di grande respiro: si può partecipare al laboratorio di cucina palestinese, oppure dedicarsi alla sartoria e confezionare la bandiera palestinese; per chi invece è attratto dalle arti femminili del passato Luisa e Letizia sono liete di introdurre all’uncinetto e al ricamo – ed ecco che zainetti, borsette e lobi (delle orecchie) si agghindano di piccole graziose angurie; ma si può anche disegnare, tagliare e pitturare magliette e camicie, che Ilaria Tomasi, l’anima della giornata, nei giorni scorsi si è premurata di profumare, stirare e, al caso, rammendare, cosicché fossero fresche e inamidate per il laboratorio degli stensil. Due giovanissime con orgoglio ci mostrano le magliette che hanno fatto: due mani sospese una sull’altra che proteggono papaveri rossi. Le indosseranno alla Festa del 25 aprile.  Ma non è ancora finita: perché non cimentarsi nella calligrafia araba, concedersi una mano decorata con l’henné, o affrontare l’enigma della tessitura al telaio?

Le ore scorrono veloci e leggere tra scrosci d’acqua, che ci fanno correre tutti dentro, e il ritorno del tiepido sole primaverile, a cui nessuno resiste e con pentole e carabattole ci fa tornare tutti fuori.

Alle 17 Ilaria suona, simbolicamente, la campana e ci invita a raccoglierci nella piazzetta antistante l’edificio. Il sole ha asciugato le pozzanghere e molti si siedono a terra creando un semicerchio attorno ad Anna Bano; è una volontaria di Sanitari per Gaza, ha allestito una piccola, ma significativa, mostra di fotografie e si accinge a raccontarci storie. È appassionata, un po’ parla a ruota libera, un po’ legge testimonianze. Ci pone una domanda scomoda: perché i palestinesi non hanno diritto a mostrare la propria rabbia? La sua riflessione tocca il tema della solidarietà istituzionale che impone su di loro l’immagine ipocrita della vittima la quale, se ambisce a qualche riconoscimento, alla carità pelosa decisa dall’alto, deve mostrarsi umile e senza pretese. Se ruggisce e chiede giustizia subito arriva il rimprovero “Ah, ma così si fomenta l’odio”. No, dice Anna: “Parlate con loro e vedrete che nei loro cuori non ci sono odio e rancore, che sono sentimenti profondi e incancreniti, ma rabbia e disappunto”. E chi non lo sarebbe nella loro situazione…

Alle 18 tutti dentro: iniziano le performance. La prima è un’improvvisazione di danza Bhuto a cura di Maruska Ronchi, professionista nell’arte giapponese che, scalza, in un delizioso abito di velluto rosso sangue, ci fa vivere l’emozione del femminile che pulsa sotto pelle, che gioisce e soffre a seconda se viene amato o deriso, compreso o lacerato. La accompagna la musica delicatamente sperimentale di Angelo Avogadri e Paolo Gabrieli. Fuori il cielo si è fatto di nuovo scuro e inizia a rantolare, mi sembra di sentire la voce greve di un’anziana strega che sta scendendo dalla montagna.

Chiudono la serata il doppio duo (una coppia di musicisti, flauto e fisarmonica, e una di cantori nascostasi tra il pubblico) della storica Associazione Pane e Guerra di Bergamo, fondata nel 1988 e da allora impegnata a favore della pace e dei popoli oppressi dalle stupide guerre. Il loro ambito d’azione sta nel preservare la forza della canzone popolare come strumento di resistenza degli umili di fronte a dolore, tristezza, disperazione, ma anche capacità di esprimere ironia, rabbia e indomabile bellezza. Ci deliziano ed emozionano con brani italiani e non che hanno accompagnato le battaglie della Storia recente; li accompagniamo festosi cantando “Bella Ciao” e “Blowing in the Wind”, mentre all’attacco della quasi dimenticata “Rossa Palestina” ci affrettiamo a cercarne il testo sul telefono; al ritmo di valzer popolari e vecchie mazurke alcuni si lanciano in pista e sgambettano spensierati, forse come avevano fatto i trisavoli sulle aie delle nostre cascine nei dì di festa. Si balla dentro e mi pare che si balli anche fuori: tuoni e fulmini si sono scatenati per dare soddisfazione alla notte di baldoria della strega della montagna.

Più invecchio e più mi pare di vivere in una realtà sempre più misteriosa: poco più di quarantotto ore fa vivevo sotto il cielo terso della California, mentre ora devo stare attenta a non dimenticare l’ombrello a casa. Eppure solo in apparenza tutto è diverso: gli esseri umani che oggi, di fronte a una politica cinica e impazzita, sentono il bisogno di testimoniare al mondo la propria umanità sono gli stessi ovunque si trovino e parlano una lingua comune.