La riforma che doveva avvicinare la sanità ai cittadini è ancora ben lontana dall’essere realmente operativa. Al 31 dicembre 2025 solo 66 (3,9%) Case di Comunità risultano pienamente funzionanti e solo 163 (27,4%) Ospedali di Comunità hanno attivato almeno un servizio, ma nessuno risulta pienamente funzionante, e per il mancato consenso all’utilizzo dei dati, in particolare nel Mezzogiorno, il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) rimane ancora incompleto e poco utilizzato.
È quanto denuncia l’Osservatorio GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN), che ha elaborato dati estratti dal report Agenas.
Alla fine dello scorso anno, per 649 (37,8%) di 1˙715 CdC programmate le Regioni non hanno dichiarato attivo alcun servizio previsto dal DM 77: presenza di équipe multi-professionali, punto unico di accesso, assistenza domiciliare, specialistica ambulatoriale, servizi infermieristici, sistema di prenotazione collegato al CUP, integrazione con i servizi sociali, partecipazione della comunità, oltre a servizi diagnostici di base, continuità assistenziale e punto prelievi solo nelle CdC principali (hub).
La media nazionale del 45,5% delle CdC con almeno un servizio dichiarato attivo è superata da 10 Regioni: dal 49,7% della Toscana al 100% della Valle d’Aosta. Le rimanenti 11 si collocano al di sotto del valore nazionale: dal 38,5% della Provincia autonoma di Trento sino alla Basilicata e alla Provincia autonoma di Bolzano, dove non risulta attiva alcuna CdC. Limitando l’analisi alle CdC con tutti i servizi dichiarati attivi, la media nazionale scende al 12,8% per quelle prive di personale medico e infermieristico e al 3,9% per quelle pienamente funzionanti, di cui oltre la metà si concentra in Lombardia (n. 22) ed Emilia-Romagna (n. 15). Le differenze regionali non dipendono solo dal completamento delle strutture, ma soprattutto dalla disponibilità di personale: in tutte le Regioni, ad eccezione di Valle d’Aosta, Molise e Abruzzo, la quota di CdC pienamente operative è sempre inferiore rispetto a quelle con tutti i servizi attivi.
Per quanto riguarda gli Ospedali di comunità, al 31 dicembre 2025, solo 163 (27,4%) dei 594 programmati risultano avere almeno un servizio attivo, per un totale di oltre 2˙900 posti letto. In valori assoluti, i numeri più alti si registrano in Veneto (n. 47), Lombardia (n. 30), Emilia-Romagna (n. 24) e Toscana (n. 17). Altre 13 Regioni hanno attivato almeno un OdC: dagli 8 dell’Umbria a 1 in Calabria, Campania e Piemonte. Quattro Regioni restano invece ferme a quota zero: Basilicata, Marche, Provincia autonoma di Bolzano e Valle d’Aosta. A fronte di una media nazionale del 27%, le differenze territoriali sono marcate: il Molise, con soli 2 OdC programmati, raggiunge il 100%, mentre all’estremo opposto quattro Regioni non ne hanno attivato alcuno; le altre si collocano in un intervallo molto ampio, dal 2% della Campania al 75% della Provincia autonoma di Trento.
Le Centrali Operative Territoriali (COT), strutture chiave per coordinare la presa in carico dei pazienti e integrare l’assistenza sanitaria e sociosanitaria, risultano invece attivate in tutte le Regioni e il target europeo di 480 è già stato raggiunto. Al 31 dicembre 2025, su 657 COT programmate, 625 risultano pienamente funzionanti.
Quanto al Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), pilastro della trasformazione digitale del SSN, come si ricorderà, il PNRR destinava un investimento di € 1,38 miliardi per creare un ecosistema digitale interoperabile di dati sanitari su scala nazionale. Al 30 settembre 2025, secondo i dati del portale Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, nessuna Regione rende disponibili tutte le 20 tipologie di documenti previste dal DM 7 settembre 2023. Il livello di completezza varia dai 17 documenti dell’Emilia-Romagna agli 11 della Puglia. E al 30 settembre 2025, solo il 44% dei cittadini ha espresso il consenso alla consultazione del FSE da parte di medici e operatori del SSN, con forti disomogeneità regionali: dal 2% in Abruzzo e Campania al 92% in Emilia-Romagna. Tra le Regioni del Mezzogiorno, solo la Puglia supera la media nazionale (44%), raggiungendo il 75% .
“A soli tre mesi dalla rendicontazione finale della Missione Salute del PNRR l’obiettivo di rendere Case e Ospedali di Comunità pienamente funzionanti, requisito indispensabile per raggiungere i target, resta ancora molto lontano, con avanzamenti lenti e inaccettabili diseguaglianze regionali – sottolinea il presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta – Pesano i ritardi strutturali, l’attivazione parziale dei servizi e la carenza di personale sanitario, in particolare infermieristico; per le Case della Comunità anche il ritardo nel coinvolgimento dei medici di famiglia, figura chiave dell’assistenza territoriale. Ecco perché, a tre mesi dalla scadenza Governo e Regioni, oltre ad accelerare, devono prendere seriamente atto dei rischi che accompagnano la rendicontazione finale del PNRR, che al momento non prevede alcuno slittamento temporale. Il primo rischio, da evitare ad ogni costo, è di non raggiungere i target europei e dover restituire il contributo a fondo perduto. Il secondo è centrare il target nazionale grazie ai risultati di alcune Regioni, senza ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali, che rischiano anzi di ampliarsi. Il terzo, il più grave, è di completare l’incasso delle rate senza produrre benefici concreti per i cittadini, lasciando in eredità solo scatole vuote e una digitalizzazione frammentata e incompleta, a fronte di un indebitamento scaricato sulle generazioni future. E sprecando, di fatto, la più grande occasione per il SSN di costruire una sanità territoriale efficiente e accessibile per i cittadini”.
Intanto, di recente il Presidente della Fondazione GIMBE nel corso di un’audizione presso la 10a Commissione del Senato nell’ambito dell’esame del Disegno di Legge delega di riforma del Servizio Sanitario Nazionale ha parlato di un Ddl delega senza risorse, con numerose criticità, che apre spazi al privato e che rischia di aumentare le diseguaglianze, chiedendo il ritiro del testo e un ampio confronto sulla riforma: “Il DdL sulla riforma del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) prevede una delega troppo ampia e, senza mettere sul piatto risorse aggiuntive, ambisce a potenziare sia l’ospedale che il territorio, senza alcun cenno alla prevenzione. Non rafforza l’esigibilità dei diritti e apre spazi alla sanità privata. Le numerose criticità e la clausola di invarianza finanziaria non permettono di migliorare il testo senza modificarne profondamente l’impianto. Se l’obiettivo dichiarato è davvero <<garantire effettività nella tutela della salute>>, la Fondazione GIMBE chiede di ritirare il DdL delega e di aprire un confronto ampio su come riformare il SSN, nel perimetro dell’articolo 32 della Costituzione e dei princìpi fondanti della L. 833/78: universalità, uguaglianza, equità”.











