L’Italia non è semplicemente un Paese che soffre di emigrazione giovanile, ma un caso anomalo in Europa. Lo evidenzia un’analisi dell’Eurispes, che ha individuato nel Vecchio Continente tre raggruppamenti: il primo, che comprende Germania, Francia, Paesi Bassi, Svizzera, Svezia e altri sei Paesi e che registra un saldo migratorio netto dei giovani tra 18 e 39 anni di +13,6 per mille, essendo le destinazioni principali dei giovani in movimento; il secondo che raggruppa i Paesi dell’Est e del Sud Europa, ancora periferici ma in convergenza, con un saldo positivo di +4,5 per mille e, infine, l’Italia, che con +7,5 per mille si colloca nel mezzo, ma il dato aggregato nasconde un’emorragia qualitativa che i numeri strutturali rendono chiaramente visibile.
L’Italia registra il 22% dei NEET (15-29 anni), quasi tre volte la media del cluster nord-europeo (8,7%); il tasso di occupazione dei neolaureati è oltre venti punti sotto i paesi dell’Est Europa (58,9% contro 80,4%); il part-time involontario fa registrare la percentuale più alta dell’intero campione europeo (62,9%); la percentuale di laureati (25-34 anni) si trova quattordici punti sotto la media dei Paesi in convergenza.
“Il paradosso italiano, sottolinea l’EURISPES, è tutto in questi numeri. Con un Pil pro capite di 30.594 euro, ben superiore ai 17.000 euro medi dei paesi dell’Est Europa, l’Italia riesce a offrire ai propri giovani laureati condizioni occupazionali peggiori di Bulgaria, Polonia o Croazia. L’occupazione dei neolaureati tocca il 58,9%, contro l’80% abbondante dei paesi in convergenza. Il reddito mediano reale, invece di crescere, si contrae: indice 97 contro 132 dei Paesi emergenti dell’Est. Un segnale di impoverimento strutturale delle famiglie che non ha equivalenti nel campione considerato nella ricerca. L’Italia appare dunque come un Paese con Pil da economia avanzata e condizioni per i giovani da periferia europea. E questo non è un paradosso temporaneo: è una condizione strutturale”.
L’analisi effettuata dall’Eurispes parte dal saldo migratorio netto dei cittadini italiani nella fascia 20-39 anni rilevato da Eurostat nel periodo 2019-2023: 294.606 uscite verso l’estero, 120.884 rientri, con un saldo netto di -173.722 giovani, equivalente a una media di circa 34.700 giovani-adulti l’anno. A questi flussi vengono applicati tre parametri: 1) tasso di occupazione (62-66%): l’applicazione dei tassi effettivi per ciascun anno fornisce una stima degli “occupati potenziali persi”; 2) Pil per occupato: misura il valore medio generato da ciascun lavoratore nell’economia italiana; 3) aliquota media sul lavoro (30%): applicata alle retribuzioni lorde per stimare il mancato gettito fiscale e contributivo.
I risultati complessivi indicano: occupati mancanti stimati in circa 111.000 persone (22.000 lavoratori/anno); perdita di Pil quantificata in 8,28 miliardi di euro totali con media annua di 1,66 miliardi; impatto sul Pil in termini relativi, oscillante tra lo 0,05% del 2021 e lo 0,11% del 2019 e 2023, con media dello 0,09% annuo; mancato gettito fiscale e contributivo pari a 945 milioni di euro totali (189 milioni/anno). “Sebbene le percentuali possano apparire contenute, annota l’Eurispes, si tratta di perdite permanenti e cumulative: ogni anno di emigrazione netta sottrae al sistema economico risorse produttive che non saranno più recuperate, determinando un effetto di trascinamento sugli anni successivi”.
Per quanto riguarda la proiezione demografica, l’Eurispes stima una popolazione mancante di circa 1 milione e 130mila persone: 192.500 imputabili ai flussi già avvenuti tra il 2019 e il 2023, quasi 942.000 derivanti dai flussi futuri se il trend non cambia. Nello scenario in cui l’emigrazione fosse stata azzerata dal 2019, l’Italia conterebbe 55,83 milioni di abitanti nel 2050 invece dei 54,7 previsti da Istat. Se il flusso venisse dimezzato dal 2024, si recupererebbero 663.000 persone.
La popolazione “mancante” non è casualmente distribuita per età, ma si concentra nelle età centrali e infantili/giovanili, con un duplice effetto: 1) sul rapporto di dipendenza: maggiore presenza di 20-64enni migliora il rapporto tra popolazione attiva e anziani, con ricadute sulla sostenibilità del sistema pensionistico e del welfare; 2) sul potenziale di crescita: base più ampia di popolazione in età lavorativa e scolare rende più probabile la presenza di forza lavoro qualificata (innovatori, imprenditori, ricercatori, medici).
Tra i confronti più significativi effettuati nell’analisi dell’Eurispes emerge quello con il Portogallo, Paese che condivideva con l’Italia tassi di emigrazione record durante la crisi del 2008-2013 e che da allora ha invertito la rotta: le riforme strutturali hanno ridotto gli espatri e trasformato il Paese da esportatore a polo di attrazione di talenti, con saldo migratorio oggi a +8,5 per mille. Cipro (+16,5 per mille) ed Estonia (+8,2 per mille), entrambi nel cluster dei Paesi in convergenza, attraggono giovani più efficacemente dell’Italia, nonostante un Pil pro capite sensibilmente inferiore.
“Le peculiarità italiane, sottolinea l’EURISPES, non sono riconducibili a congiunture sfavorevoli né a singole politiche mancate. Riflettono una configurazione strutturale del sistema economico, occupazionale e istituzionale che si discosta in modo sistematico da tutti gli altri 21 paesi esaminati. Una anomalia che, se non affrontata, trascinerà con sé effetti cumulativi per i decenni a venire”.
Qui lo studio dell’EURISPES “Capitale umano in movimento”: https://eurispes.eu/wp-content/uploads/2026/04/2026-eurispes-capitale-umano-in-movimento.pdf.











