Con i seggi chiusi e la vittoria del NO che si assesta sopra il 53%, Piazza Barberini, a Roma, è diventata il baricentro naturale per le realtà che hanno dato anima alla campagna referendaria. In piazza si sono dati appuntamento i rappresentanti delle forze politiche, delle realtà sociali e delle sigle sindacali che hanno tenuto in piedi il fronte del rifiuto, dando vita a un presidio denso e partecipato che si è poi mosso in corteo lungo via Sistina. La manifestazione, arrivata a Piazza del Popolo tra fumogeni e fuochi d’artificio, segna il passaggio dalla conta dei voti a una prospettiva politica più profonda: la difesa della Carta è oggi a tutti gli effetti una battaglia collettiva e trasversale.

Foto di Rete No Bavaglio

Questo esito referendario non è un freddo dato statistico, ma il naufragio di un azzardo autoritario. Dietro questa riforma si legge chiaramente un disegno eversivo, portato avanti da una destra che ha tentato di piegare la Costituzione nata dalla Resistenza a logiche di potere assoluto, muovendosi in subalternità al modello Trump e a una concezione padronale dello Stato. Il tentativo di scardinare l’equilibrio dei poteri per imporre una deriva punitiva e antidemocratica ha urtato contro il muro dei cittadini consapevoli. La sconfitta del governo è non solo politica, ma anche culturale e morale: il Paese ha ribadito che la sovranità non è una delega in bianco per smantellare diritti pagati col sangue.

Il ragionamento che muove la piazza, però, non si ferma alla celebrazione, ma guarda al domani, spinto dalle aspettative enormi nate da questo voto. La vittoria del NO ha rimesso in moto una parte di Paese che per troppo tempo si era sentita ai margini o ignorata, restituendo concretezza all’idea di azione collettiva. L’obiettivo adesso è trasformare questo cartello referendario in una coalizione politica capace di sfidare la destra alle prossime elezioni. Non serve una semplice somma di simboli, ma un polo unitario costruito dal basso, che sappia tradurre i cardini costituzionali — lavoro, giustizia sociale, pace e antifascismo — in un programma di governo alternativo, non solo alla destra, ma anche alle precedenti esperienze di centrosinistra. C’è bisogno di una casa politica per quella marea umana che ha respinto con forza la riforma costituzionale sulla giustizia del governo Meloni e che ora pretende risposte vere e concrete contro l’arroganza di una maggioranza che mette a rischio la tenuta sociale e la pace nel nostro Paese.

In questa cornice, la difesa della democrazia interna è tutt’uno con la lotta alla deriva bellicista. Non esiste piena attuazione della Costituzione se il Paese scivola verso l’economia di guerra e il riarmo, tagliando sanità, welfare e scuola pubblica. Per questo, la vittoria nelle urne è anche la base necessaria per la mobilitazione internazionale della rete “No Kings” di sabato 28 marzo. Un appuntamento che va allargato e condiviso con quella parte della società civile non militante che, pur non partecipando ai circuiti politici, esprime nei sondaggi un’opposizione netta alla guerra e al riarmo. Solo intercettando questo sentire comune sarà possibile strutturare un movimento di massa duraturo. Scendere in piazza per la pace oggi significa rivendicare l’Articolo 11 della Costituzione come bussola viva e attuale, cercando una convergenza larga per imporre un’Italia che torni a essere presidio di diplomazia.

La vittoria referendaria è stata la prima barriera, ma la sfida vera è appena cominciata. La piazza di ieri ha mostrato un’Italia che non si piega; quella di sabato prossimo dovrà dimostrare che questa stessa Italia sa dialogare con ogni istanza di pace per proporre un progetto globale diverso. Il messaggio deve arrivare forte e chiaro: riscossa costituzionale e riscossa pacifista sono due facce della stessa medaglia. Dalle urne alle strade, la resistenza alla destra eversiva va avanti, senza fare passi indietro finché la Costituzione non tornerà a essere l’unica regola del gioco e la pace l’unica scelta possibile.