Quando, il 30 gennaio 2005, nel discorso al Social Forum di Porto Alegre, Hugo Chávez proclamò il carattere socialista della rivoluzione bolivariana, lo espresse nei termini plurali di un socialismo patriottico e popolare, bolivariano e marxista, che «deve essere umanista e deve mettere gli esseri umani e non le macchine in condizioni di superiorità nei confronti di tutto e di tutti». Ecco perché quella di Chávez è un’ispirazione feconda, «né calco né copia», ma costruzione originale di un socialismo con caratteristiche bolivariane, fondata su una potente connessione sentimentale con le masse, e destinata a trascendere la stessa architettura tradizionale dello Stato. Il socialismo bolivariano è infatti, tra le altre cose, una straordinaria espressione di “via nazionale”: radicato, da un lato, nella vicenda sociale e popolare; alimentato, dall’altro, da una serie di apporti politici e culturali retroagenti, quali, nel caso dell’esperienza bolivariana, le «tres raíces», le tre radici, vale a dire il pensiero e l’azione di tre grandi rivoluzionari venezuelani quali Simón Rodríguez (1769-1854), Simón Bolívar (1783-1830) ed Ezequiel Zamora (1817-1860); e poi l’orientamento patriottico e di sinistra di settori delle forze armate, nelle cui cerchie, del resto, matura la riflessione ideologica legata al cosiddetto «albero delle tre radici», appunto Rodríguez, Bolívar, Zamora, compendiata in quel testo straordinario di filosofia politica che è il “Libro Blu”, ora disponibile anche in italiano. 

Tre sono gli aspetti principali di questa singolare esperienza di “socialismo del XXI secolo”: le Misiones; i Consejos Comunales e le Comunas Socialistas; il disegno internazionalista e della Diplomacia de paz. Tra questi, il segmento di base è rappresentato dalle Misiones, vale a dire il Sistema delle Missioni e delle Grandi Missioni Socialiste. Sarebbe sbagliato considerarle una mera “variante bolivariana” del welfare europeo: se è vero che garantiscono diritti e soddisfano bisogni di larghi strati della popolazione, è altrettanto vero che si tratta di una forza espressiva del potere popolare e di un luogo di inclusione, partecipazione protagonistica e autogoverno di comunità. Corrispondono cioè alla forza motrice della rivoluzione bolivariana, la cosiddetta “democrazia partecipativa e protagonistica”. La Legge sulle Missioni (2014) definisce infatti la Missione come «una politica pubblica volta a concretizzare in modo massiccio, accelerato e progressivo le condizioni per l’esercizio effettivo e il godimento universale dei diritti sociali, che coniuga lo snellimento dei processi statali con la partecipazione diretta del popolo nella loro gestione, a favore della eliminazione della povertà e della conquista a livello popolare dei diritti sociali». 

In questa strategia, la costruzione delle Basi delle Missioni serve ad estendere ed approfondire il lavoro sociale e politico con le comunità, dal momento che l’aggiornamento del sistema delle missioni (2021) definisce le Basi delle Missioni Socialiste come «spazi per la territorializzazione delle politiche e dei programmi di protezione sociale, il rafforzamento del potere popolare, le Missioni, le Grandi Missioni e le Micro-missioni sociali, con l’obiettivo di garantire l’assistenza primaria alle persone e alle famiglie e sviluppare lo Stato del benessere sociale». Questi spazi sono il tessuto connettivo delle Missioni, strutture per garantire il soddisfacimento dei bisogni, il riconoscimento dei diritti, l’accesso alle funzioni sociali, nonché la costruzione di comunità. Tali articolazioni sono dunque una struttura essenziale della rivoluzione bolivariana, vale a dire una manifestazione del potere popolare, organizzato, a propria volta, in una serie di articolazioni sociali, quali i CLAP (Comitati locali di approvvigionamento e produzione) e l’UBCh (Unità di battaglia Hugo Chávez, catalizzatori di mobilitazione popolare, nonché punti di collegamento tra le comunità e le autorità pubbliche).

Il secondo pilastro, le Comunas Socialistas (le Comuni socialiste), registra un momento di svolta nel 2010, quando sono introdotti alcuni strumenti giuridici per garantire i fondamenti dello «Stato dei consigli» basato sul potere popolare. Uno di questi è la Legge organica delle Comunas, che stabilisce questa nuova forma partecipativa come la cellula fondamentale della nuova architettura statale, impostata come uno spazio socialista per l’autogoverno delle comunità, basata sui Consejos Comunales e le altre organizzazioni sociali comunitarie. Sia la Legge organica dei Consejos Comunales (2009), sia la Legge organica delle Comunas (2010) muovono infatti nella direzione di uno Stato dei consigli, ove le decisioni sono prese con meccanismi di democrazia diretta e numerose funzioni sono assegnate ai Consejos e alle Comunas. Queste sono, per un verso, aggregatori dei Consejos, e, per l’altro, soggetti dotati di compiti propri, tra i quali costruire una «economia della proprietà sociale» e garantire l’efficacia della partecipazione nella formulazione, esecuzione e controllo delle misure circa gli aspetti politici, economici, sociali, culturali, ecologici e di sicurezza. Oggi, questa articolazione si struttura in ben 5.336 Circuiti comunali sull’intero territorio nazionale. 

Si giunge così a una «geometria del potere» che non ha precedenti. Il Venezuela bolivariano si dota di meccanismi deliberativi e partecipativi, nei quali si esprime, al tempo stesso, l’autogoverno di base e la ricerca delle soluzioni condivise ai problemi comuni. Supera, inoltre, la configurazione tradizionale della divisione dei poteri, in quanto lo Stato non è più articolato in tre poteri, ma in cinque poteri: esecutivo, legislativo, giudiziario, elettorale e cittadino, e, nel complesso, tali poteri definiscono l’articolazione del potere popolare. Chávez attribuì alle Comunas Socialistas il massimo risalto ai fini della trasformazione dello Stato e della società: «Le Comunas sono la base dello Stato sociale di diritto e giustizia, … una rete che si sviluppi come una vasta ragnatela che copra il territorio del nuovo, e che, altrimenti, sarebbe destinata al fallimento» (H. Chávez, 2012). Come ribadì nel celebre discorso del “Colpo di timone”, nel suo ultimo Consiglio dei Ministri (20 ottobre 2012): «Comunas o niente!». 

L’integrazione dei popoli, in senso antimperialista, è alla base del terzo pilastro dell’ispirazione di Chávez: una politica indipendente e antimperialista per un mondo multipolare, e una Diplomazia di Pace («Diplomacia de Paz»), basata sull’internazionalismo, guidata dal principio della «cooperazione reciproca e solidaria», ispirata dall’esempio di Fidel Castro, nel senso dell’integrazione latinoamericana, dell’amicizia tra i popoli, dell’eguaglianza sovrana, della non-ingerenza e della composizione pacifica dei conflitti. Anche qui traspare un tratto di continuità dell’esperienza bolivariana sino ai giorni nostri. Come ha dichiarato il 9 gennaio scorso Delcy Rodríguez, presidente incaricata, all’indomani del sequestro del presidente costituzionale Nicolás Maduro, a seguito della criminale aggressione statunitense del 3 gennaio, “il Venezuela continuerà ad affrontare questa aggressione attraverso gli strumenti diplomatici, fedele ai principi della Diplomazia bolivariana di pace, come via maestra per difendere la nostra sovranità e preservare la pace, promuovendo un ampio programma di cooperazione bilaterale, basato sul rispetto del diritto internazionale, sul dialogo rispettoso e costruttivo, sulla sovranità degli Stati e sul dialogo tra i popoli”. 

Riferimenti:

Hugo Chávez, Il libro blu. Il manifesto del socialismo del XXI secolo, Red Star Press, Roma 2026. 

Hugo Chávez en Porto Alegre en clausura del V Foro Social Mundial: https://youtu.be/I5uAejoNDU0 

Al cumplirse trece años del “Golpe de Timón”: https://www.facebook.com/reel/25255563544048103