Intervista a Leen, Fondazione Pangea, dopo l’incontro di presentazione del Progetto GAZA LUOGO SICURO avvenuto a Calenzano, lo scorso 25 gennaio 2026.
Sanitari per Gaza Firenze, Associazioni Assieme ed Orto Collettivo di Calenzano hanno scelto insieme di dedicare una giornata al sostegno al Progetto promosso da Fondazione Pangea; l’incontro è nato perché alcune donne si sono ri-trovate a partire dalla volontà di fare conoscere a reti trasversali le diverse comunità territoriali locali (nell’area metropolitana di Firenze) una realtà che concretamente opera a sostegno e soprattutto nella traiettoria dell’auto-determinazione delle popolazioni che restano a vivere nelle loro terre, con l’attenzione volta alla Palestina. L’amministrazione locale di Calenzano ha sostenuto il processo di costruzione di questo percorso che potesse tenere insieme la conoscenza diretta, la condivisione di prassi, comprese quelle promosse da Orto Collettivo, che da sempre attraverso il sostegno alle economiche locali ed attraverso prassi di tipo etico comunitario manifesta coerente impegno a difesa dei popoli e delle popolazioni che sono in difficoltà. Le persone che abitano Calenzano e le persone che dalla vicina Firenze hanno scelto di impegnarsi alla costruzione di questa giornata hanno ritenuto importante collegare prassi concrete all’effettiva possibilità di sostenere, anche economicamente, la progettualità di cui sono state illustrate caratteristiche principali e sulle quali si è avuto l’occasione di dialogare, in un partecipato pranzo insieme (partecipanti almeno 230 persone in presenza), perché conoscere implica il prendere parte e prendere parte significa dare concretezza alla speranza.
Dopo circa un mese, abbiamo scelto di tornare a dialogare con le protagoniste della giornata, in particolare abbiamo recuperato le parole di Leen, donna palestinese di Gaza, che il progetto ha illustrato, e con le sue anche le parole di Manuela, entrambe di Fondazione Pangea, perché riteniamo che possiamo, anche abbiamo il dovere etico di dovere continuare a mantenere alta l’attenzione sulla Palestina, su Gaza, sulle donne, che oltre la resilienza, hanno bisogno di essere accompagnate per un recupero di quella fiducia nel presente e quindi anche nel futuro, oltre la sopravvivenza, sulle donne, sulle ragazze, sulle bambine, che purtroppo spesso sono le vittime designate di un sistema che, trasversalmente, le pone a rischio di violenza, violenza che non è solo quella associata all’essere vittime di genocidio, ma anche di un ripetersi della spirale di quella violenza (anche invisibile) che Leen chiama “femmino-genocidio” e che ricorda quel perpetuarsi di dinamiche di “femminicidio” che abitano i nostri luoghi di vita.
Leen, ci puoi illustrare, dal tuo osservatorio dentro Fondazione Pangea e dal tuo essere donna palestinese, quale sia oggi la condizione delle donne, delle ragazze, delle bambine in Palestina, in particolare a Gaza?
Sono donna palestinese, palestinese di Gaza, vivo in Italia attualmente e faccio parte di Fondazione Pangea, che in questo momento sta sostenendo il Centro antiviolenza, per le ricerche giuridiche per la protezione delle donne palestinesi a Gaza, che è presente in sede dal 2005; si è deciso di sostenere Gaza attraverso questo progetto, “Gaza luogo sicuro”, perché ci sono 700.000 ragazze, donne palestinesi, in età fertile, che non hanno accesso agli assorbenti, all’acqua potabile, al sapone ed alla privacy; sotto il genocidio si soffre oltre che per le bombe anche per la vita quotidiana, per la sopravvivenza sostanzialmente; l’ONU denuncia che oltre 28.000 donne, ragazze sono state uccise dal 2023; è stato dichiarato, già dall’anno scorso, si tratti di “femmino-genocidio”, cioè un genocidio proprio contro le donne e le bambine. Questo porta la rete sociale palestinese all’autodistruzione, che è uno degli aspetti molto particolari in Palestina: la famiglia, il quartiere, la città da noi sono fondamentali per il sostegno a tutte le categorie della società, ma soprattutto per le donne, che passano la maggior parte del tempo con i loro bambini, sia a casa che fuori. L’aumento quindi dei casi della violenza lo stiamo vivendo con le persone che ci contattano, ci chiedono aiuto perché, oltre la violenza subìta dall’esercito israeliano, c’è anche la violenza domestica, in una forma di violenza “a spirale”.
Questo mi fa ripensare alle parole di Samah Jabr: “le donne (…) sono vittime di violenze basate sul genere, che sono in realtà i prolungamenti, le conseguenze di una oppressione strutturale, e di una violenza politica”. Quindi credo che, se proviamo ad agire concretamente per sostenere le donne palestinesi che sono vittime di una spirale di violenza, di fatto promuoviamo una azione politica, che faciliti la resilienza e la resistenza.
Con resilienza, mi riferisco a “la capacità duratura di un individuo o di una comunità a risollevarsi di fronte alle avversità e a utilizzare le sue risorse per sopravvivere e minimizzare l’impatto delle crisi sulla sua vita”; invero mi chiedo se sia possibile anche parlare di resistenza, per le donne, le ragazze, le bambine a Gaza, resistenza quale legittimo diritto non solo a sopravvivere, ma anche a vivere, ed allora ti chiedo di parlarci concretamente del Progetto GAZA LUOGO SICURO.
Questa campagna per Gaza Luogo Sicuro riguarda un atto concreto per fare qualcosa: un progetto concreto per le donne e le bambine a Gaza, con questo centro antiviolenza, che è gestito da una donna giurista, che fa questo lavoro da più di venti anni, ha cambiato Leggi in Palestina, a Gaza e in Cisgiordania ha operato perché avvenissero cambiamenti positivi; lei gestisce il centro antiviolenza non solo per dare protezione alle donne, ma anche per portare avanti tutti i progetti di tipo psicosociale, promuovendo sessioni di terapia collettiva con le 45 operatrici attive, e porta anche avanti la parte legale, che manca in questo momento a Gaza; esempio le donne divorziate, che hanno bisogno di documenti ufficiali, legali per avere i loro bambini, hanno bisogno di un giudice, così lei invita nella sua sede i giudici, li fa discutere con le donne vittime di violenza, perché siano alleggerite le loro situazioni e possano essere garantiti i loro diritti.
L’obiettivo di questo progetto è creare uno spazio protetto per le donne e le bambine; in specifico questo comporta anche offrire un supporto psicologico alle sopravvissute, oltre che attivare percorsi di formazione per le donne ospiti in questo progetto; il progetto – il “luogo sicuro” – è un terreno su cui hanno costruito tende, che danno un minimo di privacy alle donne ospitate: ci sono un angolo cottura, un bagno, ci sono materassi, perché la privacy è quello che manca a tante donne. Si garantisce così un luogo sicuro alle donne, perché oggi, oltre ad avere uno spazio al chiuso dove dormire, dove stare durante il giorno, ci sono la terapia e i servizi sociali e i servizi legali offerti gratuitamente.
Lo staff, in questo momento, come almeno l’80% della popolazione di Gaza, è sfollato; una delle operatrici racconta (in un messaggio): “io sono stata sfollata più volte e casa mia è stata bombardata almeno due volte, mi sono trovata senza casa e senza tenda, ho dovuto scappare di notte da Gaza a piedi, perché non c’era nemmeno un mezzo di trasporto, comunque ho potuto aiutare le nostre beneficiarie ovunque sono andate: a volte, con tanta fatica, sotto le bombe riuscivo a rimanere in contatto con il nostro centro antiviolenza ed anche con le nostre beneficiarie; grazie a tutte e tutti voi”.
La situazione a Gaza oggi immagino sia complicata, si parla effettivamente di sopravvivere alle bombe, vedere demolite le proprie abitazioni, le tende, i pochi posti rimasti sotto cui trovare riparo li immagino “non sicuri”; come prosegue oggi il Progetto, è rimasto a Gaza, ha coinvolto altre località? E soprattutto quali le strade perché effettivamente si possa pensare alla prospettiva dell’auto-determinazione, anche dopo avere subìto quella spirale della violenza che sembra non lasciare margine di speranza, forse, per noi che osserviamo lontane ma anche vicine spiritualmente e politicamente?
Il terreno è stato individuato a Gaza city all’inizio, poi si è spostato a Khanyounis, quattro mesi fa circa, quando c’era l’ordine di evacuazione da tutta Gaza city; poi si sono trasferite di nuovo a Gaza city, dove c’è ancora l’ufficio attivo, il terreno è lì, vicino, lì possono gestire tutta la parte logistica più facilmente che a Khanyounis.
L’impatto atteso: vogliamo accogliere più di 100 persone tra bambine e donne, più di 200 se maggiormente attive, fornire un sopporto psicologico senza sosta, perché le operatrici non hanno mai smesso di lavorare, e un sostegno sanitario e la distribuzione di cibo, realizzare anche corsi di formazione e attività per bambine e creare un modello replicabile di “luogo sicuro” nelle aree più colpite. Una delle donne ospitate ha detto: “grazie a questo centro antiviolenza sto pensando di fare una piccola attività, di fare la guardia di questo luogo, anche per sentirmi più utile e fare un lavoro”.
Leen, Manuela, ringraziandovi per il lavoro importante che come Fondazione Pangea state portando avanti, nell’impegno a restare in dialogo con voi, nella volontà di sostenere nelle forme possibili per tutte e tutti noi, potete darci i riferimenti per conoscere, diffondere, promuovere oltre le giornate dedicate, come quella che abbiamo condiviso insieme a Calenzano, come altre che sicuramente avete già vissuto e vivrete ancora, perché l’essere sorelle, compagne, solidali comporta agire e l’azione richiede quella solidarietà attiva e rivoluzionaria che è tale solo che modifica, almeno in parte, i vissuti connessi al trauma, perché il trauma di un popolo diviene trauma collettivo, che rischia di farci bloccare nell’impotenza (o, peggio, nell’indifferenza), mentre noi vogliamo provare a testimoniare prassi di riconoscimento e di empatia che non si limitino al sentirsi insieme, perché vogliamo agire insieme.
Un luogo sicuro per le donne sopravvissute e sole con i loro figli e figlie a Gaza – Fondazione Pangea ETS https://share.google/sdn3tmWYiEAmazqNM










