Le nuove regole europee sui fondi “sostenibili” – dalle linee guida dell’Autorità europea dei mercati finanziari (ESMA) sui nomi dei fondi alla proposta di riforma della normativa europea SFDR – rappresentano un primo passo contro il greenwashing, ma lasciano ancora scoperta la parte più ampia del mercato. È quanto emerge dal nuovo rapporto Finally Fossil Free pubblicato da Urgewald, Finanzwende e Facing Finance. ReCommon ha analizzato separatamente i dati relativi al mercato italiano, con un focus specifico su Intesa Sanpaolo, disponibile al link assieme ad una versione italiana della sintesi del report.

Le linee guida ESMA stabiliscono che i fondi che presentano nel nome termini come “sustainable”, “environment” o “impact” devono limitare gli investimenti nei combustibili fossili. Alla fine del 2024 in Europa esistevano 4.037 fondi con queste denominazioni. Prima delle nuove regole, circa la metà investiva ancora 18 miliardi di euro nei combustibili fossili. Dopo l’entrata in vigore, alcuni fondi hanno disinvestito 3,3 miliardi di euro.

Molti gestori però hanno scelto di cambiare nome ai fondi invece di disinvestire: 604 fondi hanno eliminato i riferimenti alla sostenibilità, evitando così la vendita di 11,4 miliardi di euro di titoli fossili. Nei fondi che continuano a usare termini “green” restano comunque 1,9 miliardi di euro di investimenti fossili.

Il problema principale riguarda però molti fondi che dichiarano di promuovere caratteristiche ambientali o sociali – come previsto dalla normativa europea SFDR – ma non lo indicano nel nome. Questi fondi non rientrano nelle esclusioni previste dalle linee guida ESMA e, secondo l’attuale proposta di riforma della SFDR (la cosiddetta “SFDR 2.0”), non sarebbero soggetti nemmeno ai nuovi criteri che richiederebbero il disinvestimento dalle aziende che stanno espandendo le attività nei combustibili fossili. Di conseguenza, la parte più ampia del mercato dei fondi ESG resterebbe fuori dalle nuove esclusioni sull’espansione fossile.

La riforma della SFDR potrebbe comunque avere un impatto su una parte del mercato: alcuni fondi dovrebbero vendere complessivamente circa 5 miliardi di euro di investimenti fossili. Tuttavia, una categoria di fondi “ESG basics” non avrebbe obblighi sull’espansione dei combustibili fossili. Questi fondi potrebbero escludere solo alcune società del carbone per circa 3,9 miliardi di euro, pur detenendo oltre 100 miliardi di euro in aziende che stanno ampliando le attività fossili.

Particolarmente significativo è il caso di Intesa Sanpaolo. I fondi del gruppo risultano esposti per circa 3,62 miliardi di euro a imprese che stanno espandendo le attività nei combustibili fossili. Solo il 3,3% di questa esposizione ricadrebbe nei fondi coperti dalle nuove regole ESMA e dalla riforma SFDR, mentre il 96,7% – circa 3,5 miliardi di euro – resterebbe fuori dalle nuove esclusioni. In altre parole, le nuove norme toccherebbero solo una piccola parte dei fondi del gruppo.

Nel dettaglio, gli investimenti in Eni tramite fondi del gruppo ammontano a circa 314 milioni di euro, di cui il 99,85% non coperto dalle nuove esclusioni. Gli investimenti in Snam ammontano invece a circa 60 milioni di euro, di cui il 99,24% non coperto.

“Il caso Intesa Sanpaolo è emblematico: parliamo della prima banca fossile italiana e quasi tutta l’esposizione dei suoi fondi all’espansione dei combustibili fossili resterebbe fuori dalle nuove esclusioni europee. Senza regole più ampie, il rischio concreto è che gran parte dei fondi che si presentano come sostenibili continui a finanziare l’espansione delle attività fossili”, commenta Daniela Finamore di ReCommon.