Distopia a reti unificate: affreschi in chiesa della Capa del Governo, ripetizione ossessiva di un ritaglio di video che ritrae giovani mentre picchiano un poliziotto, oscuramento deliberato di altri poliziotti che feriscono un giornalista e malmenano un anziano abbandonandolo sotto un albero come un cane.
Mille e più annegati nel Mediterraneo su cui non si spende parola. Il comitato d’affari della borghesia che si autoproclama superiore all’ONU e pianifica investimenti per la ricostruzione di Gaza, spacciandoli per “pace” e ignorando le migliaia e migliaia di morti e dispersi palestinesi. Altre 60 guerre taciute, nascoste e foraggiate dal cosiddetto Occidente liberale.
Il Diritto Internazionale vilipeso, la Costituzione al macero come carta straccia.
Sembra non esserci più tempo e modo per argomentare con pacatezza, per articolare i pensieri, né tempo e modo per numerarli e scorrerli, sciorinandone l’ordine lento, confrontando letture e pareri: qualcuno o qualcosa li ingarbuglia abbrutendoli, ne impedisce la gravità e al contempo ne ottunde la limpidezza.
Fastelli di menzogne, scintillanti e spumeggianti, ammorbano l’etere e a noi tocca sgretolarli, frantumarli rivelandone il fango ammantato di lustrini, fin dove, fin quando sappiamo e possiamo; sbugiardare i peana e gli inni alla sicurezza, accendere le ribalte dei teatri di guerre scordate.
Ci tocca, a ogni istante, rintuzzare la propaganda nera, arrancando con incolpevole ritardo appresso a inganni tracotanti da smentire, e non resta più tempo né modo – quasi più – per il nostro discorso d’armonia. Pure non desistiamo. Oggi più che mai celebriamo il nostro mestiere di giornalisti.










