Sentiamo spesso dire in ragione della guerra in Ucraina che il riarmo è un imperativo della politica sulla sicurezza. Ancora più forte è il consenso su un altro argomento: se lo Stato aumenta la domanda di armamenti, questo da una spinta alla crescita economica.
La giustificazione a tale argomento é da trovare nella strategia economica del keynesismo militare, secondo cui gli investimenti statali in armamenti, finanziati dal debito, dovrebbero stimolare l’economia e combattere la disoccupazione.
Preso atto dell’attuale recessione, secondo questo argomento gli armamenti potrebbero anche rappresentare un’opportunità economica e tecnologica (1). Questa spesso è l’opinione anche di coloro che sono critici nei confronti del riarmo: se gli investimenti statali in armamenti portano effettivamente alla crescita economica, ciò crea anche margine di manovra per future spese sociali e nell’istruzione. A maggior ragione, i sindacati dovrebbero verificarne criticamente la plausibilità.
Moltiplicatore fiscale
Nel dibattito sugli effetti economici della spesa pubblica militare, il moltiplicatore fiscale è il parametro fondamentale. Esso indica di quanto aumenta o diminuisce il prodotto interno lordo (PIL) quando lo Stato modifica la propria spesa. Gli economisti Tom Krebs e Patrick Kacmarczyk hanno attualmente calcolato un valore massimo di 0,5, forse addirittura vicino allo zero, per la spesa militare (2). In concreto: ogni euro investito genera al massimo 50 centesimi di produzione economica aggiuntiva, forse anche nulla. La causa: gli armamenti sono beni industriali non riproducibili. Un semplice confronto rende chiaro questo calcolo. La produzione di un carro armato richiede risorse e manodopera specializzata simili a quelle necessarie per la produzione di una locomotiva (3). Il carro armato rimane poi, si spera, nel suo deposito, mentre il locomotore trasporta merci e persone, contribuendo così a una nuova produttività e a nuove entrate fiscali.
Per fare un confronto: gli investimenti nelle infrastrutture civili pubbliche raggiungono un moltiplicatore fiscale quattro volte superiore, ovvero 2. Per quanto riguarda la spesa per l’istruzione e l’assistenza, i due ricercatori hanno calcolato addirittura un moltiplicatore pari a 3, ovvero sei volte superiore.
Rischio di inflazione o motore per l’occupazione?
Ma non sono solo i valori bassi del moltiplicatore fiscale a mettere in dubbio la promessa del keynesismo militare. Ingenti investimenti previsti nell’armamento fanno aumentare la domanda di materie prime e di manodopera qualificata, con conseguente aumento dei prezzi. Se la scarsità dell’offerta fa aumentare i prezzi dei materiali, ciò può portare all’inflazione. Così ha sottolineato anche la presidente della BCE (Banca Centrale Europea N.d.T.) Christine Lagarde rispondendo a una domanda del deputato europeo Fabio De Masi (4). E allo stesso tempo il settore civile rimane indietro, poiché non è in grado di competere per i materiali e la manodopera qualificata, rimanendo a mani vuote. Gli investimenti unilaterali nella difesa portano a una concorrenza spietata a scapito degli investimenti necessari nella protezione del clima, nell’istruzione, nell’assistenza sanitaria di qualità e in alloggi a prezzi accessibili.
La perdita di posti di lavoro comporta sempre anche un indebolimento dei sindacati. L’argomento dell’occupazione diventa quindi facilmente una leva per ricattare. Ma il settore degli armamenti potrebbe diventare un motore per l’occupazione? Un confronto quantitativo indica una direzione diversa: gli investimenti statali in settori come l’istruzione, la sanità, l’assistenza o le infrastrutture rispettose del clima generano un effetto sull’occupazione da due a tre volte superiore (5).
Aumentano le emissioni di CO2, il keynesismo verde è troppo debole
La revisione del freno all’indebitamento punta unilateralmente sull’aumento delle spese per gli armamenti. In questo modo viene sovvenzionato in modo permanente un settore noto per le sue enormi emissioni di CO2. Dei 500 miliardi del fondo di investimento per i prossimi 12 anni, 100 miliardi dovrebbero essere destinati alla tecnologia verde.
Tuttavia, gli 8,33 miliardi all’anno sono una cifra troppo esigua per realizzare la transizione verso un’economia sostenibile e rispettosa del clima. La decisione di aumentare massicciamente le spese militari mette in secondo piano gli investimenti in un ambiziosa protezione del clima (6). Senza sufficienti sovvenzioni statali, le misure per la protezione del clima si riducono alla tariffazione e alla regolamentazione delle emissioni di CO2. L’onere dell’abbandono dei combustibili fossili ricade quindi unilateralmente sulle aziende e sui privati. Ciò farà perdere ancora più consenso alla transizione climatica e rafforzerà le resistenze.
Aumentare le quantità
Una fetta considerevole degli appalti pubblici finisce nelle mani di aziende americane. Questo riduce l’impatto positivo sul territorio nazionale. Secondo il Libro bianco dell’UE, entro il 2030, miliardi di investimenti dovrebbero fluire per far crescere la quota di mercato degli armamenti europei dal 20% al 50%. Tuttavia, a causa delle quantità limitate, la produzione europea spesso non riesce a tenere il passo con i concorrenti americani. Per diventare redditizi, i volumi devono aumentare. Le quantità di approvvigionamento europee da sole non sono sufficienti. Si creano eccessi di capacità e la pressione dell’efficienza economica spinge il settore a cercare mercati di sbocco anche all’estero. Con l’aumento delle esportazioni di armi, tuttavia, crescono i rischi di un’escalation più rapida dei conflitti, di un prolungamento delle guerre e della distruzione dei mezzi di sussistenza.
Corruzione e profitti eccessivi
Poiché la concorrenza tra i produttori di armi è scarsa e le procedure di appalto sono spesso poco trasparenti, l’aumento della spesa porta già oggi a corruzione e profitti eccessivi.
T. Krebs e P. Kaczmarczyck spiegano che la spesa pubblica aggiuntiva per gli armamenti non aumenta la produzione, poiché le capacità sono già sfruttate al massimo. Al contrario, essa finisce “principalmente nelle tasche dei proprietari delle aziende produttrici di armi sotto forma di dividendi più elevati”. (7) Mancano strutture di controllo permanenti per impedire reti poco trasparenti tra l’industria degli armamenti e la politica. Non solo rischiamo di perdere margini di manovra economici nel settore civile, ma ci esponiamo anche a un’influenza incontrollata delle lobby. Gli stretti legami tra industria degli armamenti, politica, media mainstream ed esercito rischiano di consolidarsi in un complesso militare-industriale-pubblicistico.
Quando il riarmo aumenta, sono soprattutto i lavoratori a sopportarne il peso
Anche se si ragiona in termini puramente economici, tralasciando le questioni etiche, la conclusione rimane la stessa: gli investimenti statali in senso keynesiano non garantiscono il nostro tenore di vita in modo duraturo. Ci si possono aspettare al massimo effetti a breve termine. L’attuale sospensione del freno all’indebitamento per le spese militari occulta il nesso tra riarmo e smantellamento dello Stato sociale. Infatti, il riarmo a credito non può continuare all’infinito. Già il rimborso degli interessi sul prestito per gli armamenti deve essere pagato dal bilancio ordinario, che continua a essere soggetto al dominio del debito. Il potenziamento dell’esercito tedesco fino a renderlo il più forte d’Europa, come annunciato dal cancelliere Merz, ci rende più poveri! (8) “Cannoni” e “burro” non sono conciliabili.
Sono destinati ad aumentare i ripetuti attacchi al reddito di cittadinanza, alla giornata lavorativa di otto ore, alla retribuzione in caso di malattia, alle infrastrutture sociali come l’assistenza ai giovani e l’integrazione, ai corsi di integrazione o ai vari centri di consulenza. Anche nel campo dell’istruzione e della cultura non si esita a procedere a tagli. La salvaguardia delle conquiste sindacali sarà possibile solo in condizioni di pace. L’impegno sindacale non può quindi limitarsi alle condizioni salariali e di lavoro, ma deve comprendere anche le domande relative alla guerra e alla pace. Quando il riarmo aumenta, sono soprattutto i lavoratori a sopportarne il peso.
Autore ospite: Gabriele Heller, Gruppo di lavoro Educazione alla pace e politica di pace della GEW – Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft (sindacato dell’istruzione e della scienza) di Berlino
Note:
- Katherina Reiche, Ministra dell’economia in: n-tv.de/wirtschaft/Reiche-wuerde-Ruestungsfirmen-aus-Transformationsfonds-foerdern ↩︎
- Patrick Kaczmarczyk, Tom Krebs: Höhere Militärausgaben werden die deutsche Wirtschaft kaum beleben, in Surplus, 19. Juli 2025 ↩︎
- Wolfgang Edelmüller: Europas Rüstung und ihre wirtschaftlichen Folgen, in Makroskop, 21. Mai 2025 ↩︎
- Ralph Schmeller: EZB zerlegt EU-Narrativ: Aufrüstung bringt kaum Wachstum, in Berliner Zeitung, 16. Dezember 2025 ↩︎
- Heike Dierbach: Ausgaben für Rüstung statt Soziales bringen wenig wirtschaftlichen Nutzen, Greenpeace-Studie, 8. Dezember 2023 ↩︎
- Isabella Weber und Tom Krebs: Der Militärkeynesianismus schadet der Klimawende, in Surplus, 13. März 2025 ↩︎
- vedere 2 ↩︎
- Ralf Krämer in: Gewerkschaften in der Zeitenwende, Ulrike Eifler (Hg.), vsa-Verlag, 2025 ↩︎










