La rivolta delle donne e degli uomini in Iran ha radici profonde, radici che hanno resistito a 47 anni di dittatura degli ayatollah e a decenni di regime dispotico e reazionario dei Pahlavi.
L’opposizione alla dittatura è stata una costante in Iran, nonostante la durissima repressione. Il cuore della resistenza da anni ha visto in prima fila le donne, gli universitari, gli operai, le minoranze curde e beluci. Da dicembre 2025 c’è stata la novità della comparsa in campo dei commercianti dei bazar, scesi in piazza per il diffuso malcontento economico, la recessione galoppante, unita alle restrizioni delle libertà e a tutte le malefatte del regime.
In piazza si sono visti i compagni del Fronte Anarchico, che sono parte integrante del movimento rivoluzionario e che con grande difficoltà denunciano l’estrema violenza della repressione che il regime attua contro ogni dissidente.
Gli sgherri del regime teocratico, i Baisij, i guardiani della rivoluzione, hanno sparato ad altezza d’uomo con le armi automatiche sulle donne e gli uomini che protestavano. I morti si sono contati a migliaia. Ospedali ed obitori sono stati ingolfati da centinaia di sacchi neri mortuari. Padri, madri, mogli, mariti, amiche e compagni hanno vagato fra cataste di cadaveri alla ricerca dei propri cari scomparsi. Il sangue si è visto scorrere nelle vie di Teheran e in tutte le città iraniane. Un profondo solco è stato scavato fra la società vera e il regime feudale sciita. Incalcolabile il numero di donne e uomini che sono stati rinchiusi nelle lugubri galere, le stesse che servivano a incarcerare gli oppositori dello shah. Con le disposizioni del regime teocratico sciita chi viene catturato dalle squadre della repressione rischia la pena di morte.
La rivolta è autonoma e rifiuta qualsiasi intervento straniero, men che mai quello Israeliano o Statunitense.
“Né con Pahlavi, né con la Guida Suprema”, è scritto nella Dichiarazione congiunta degli studenti e delle studentesse delle università di Teheran, Beheshti, Allameh, Science and Industry e Tarbiat Modares a sostegno delle proteste nazionali, dichiarando l’azione diretta con la rivolta nel nome di “libertà e uguaglianza, vita-terra-libertà, per un futuro libero dal dispotismo” e facendo appello al popolo dell’Iran “dobbiamo essere uniti nel dire NO alla Repubblica Islamica, è tempo di agire! Dobbiamo alzarci e scrivere il destino con le nostre mani”.
La rivolta contro il regime degli ayatollah ha incendiato tutte le 31 province. Il regime invece di dialogare ha deciso di fare strage di civili.
Le proteste che sono esplose nella notte del 27 dicembre 2025 non sono un fenomeno isolato, ma si inseriscono in una dinamica di accumulazione di tensioni sociali e geopolitiche che mostrano come il sistema politico iraniano sia giunto a un punto di crisi terminale.
L’innesco immediato della mobilitazione è stato oltre che politico anche economico: il crollo del valore della valuta nazionale, l’inflazione galoppante e il peso insostenibile delle sanzioni finanziarie internazionali, che hanno bloccato circa 100 miliardi di dollari di fondi iraniani all’estero, hanno messo in ginocchio il tessuto produttivo e sociale. L’inflazione ha superato il 50% e milioni di persone si trovano sotto la soglia di povertà, mentre parti sostanziali della popolazione lottano contro la carenza di beni essenziali.
In questi 47 anni l’Iran ha conosciuto importanti ondate di protesta nel 1999, 2009, 2017, 2019 e 2022, ma l’attuale fase presenta elementi nuovi. Nel 2009 la richiesta centrale era quella di elezioni oneste. Nel 2022 le proteste per l’uccisione, da parte della polizia morale, della giovane curda Mahsa Amini per aver violato la legge sull’obbligo dell’hijad, oltre alle richieste di maggiori diritti per le donne, chiedevano il rovesciamento del regime islamico.
Nel 2026 la parola d’ordine è chiaramente quella dell’abbattimento del regime.
Nelle strade iraniane risuonano slogan significativi tra cui “Morte a Khamenei”, “Basij, Sepah, ISIS: siete tutti uguali” che esprimono una rabbia che non distingue più tra apparati repressivi interni e logiche di violenza globali. In questa equivalenza simbolica emerge una consapevolezza diffusa: il problema non è un singolo leader o una fazione, ma un intero sistema fondato sulla coercizione, sulla gerarchia e sulla gestione autoritaria della società.
Il Fronte Anarchico Iraniano ha definito le proteste genuine (e non guidate), riconoscendo la presenza di influenze esterne ma rifiutando l’idea che esse ne siano la causa principale. Per gli anarchici iraniani, la radice della rivolta è economica ma, soprattutto, politica e strutturale: una ribellione contro la logica stessa del potere. Il Fronte si oppone fermamente a qualsiasi intervento occidentale, statunitense o israeliano.
Già 47 anni fa le donne e gli uomini iraniani si sollevarono e rovesciarono la feroce dittatura dello shah Reza Pahlavi, che soggiogava il Paese da decenni con un potere dispotico e sanguinario, tramite un regime poliziesco, che attraverso il ruolo della potente polizia politica SAVAK operava una brutale repressione contro ogni tipo di opposizione.
Il regime dei Pahlavi era stato sostenuto in modo diretto da Regno Unito e Stati Uniti. Nel 1953 lo shah Reza Pahlavi ritornò dall’esilio grazie ad un colpo di Stato, sostenuto da una parte del clero sciita, organizzato della CIA americana e dal SIS del Regno Unito, contro il governo progressista e anticolonialista di Mohammad Mossadeq. Il clero sciita già da allora in modo chiaro e inequivocabile si schierò contro i movimenti popolari, progressisti e anticoloniali.
La rivoluzione contro la dittatura dello shah del 1979 aveva al suo interno le organizzazioni anticapitaliste largamente maggioritarie fra la popolazione. Guidarono le proteste i Fedayan-e Khalq (fedayn del popolo, maoisti), i Mojahedin-e Khalq (Mujaheddin del popolo, islamici di sinistra), ma anche il Partito Tudeh (Comunista filosovietico). Operai e contadini si autorganizzarono con coordinamenti dal basso, si costituirono consigli operai, comitati di fabbrica, di quartiere e di sciopero.
La rivoluzione popolare fece paura alle potenze occidentali, ai potentati capitalisti. Francia e Stati Uniti d’America nel timore che anche in Iran si instaurasse una repubblica socialista decisero di rivolgersi all’Āyatollāh Khomeyni, religioso ultrareazionario sciita, ma molto popolare nel suo paese, in esilio a Parigi. Il primo febbraio 1979 l’Āyatollāh Khomeyni con un volo speciale organizzato dai servizi francesi e dalla CIA fu fatto ritornare a Teheran, con l’intento dichiarato di bloccare la rivoluzione sociale. La presenza di Khomeyni in Iran consentì l’espandersi del movimento islamista e la creazione dei “guardiani della rivoluzione” che con la violenza cominciarono a imporre la legge islamica, a combattere le organizzazioni proletarie e atee e smantellare le strutture di autogoverno popolare. Furono prese di mira le organizzazioni che avevano condotto la lotta rivoluzionaria contro lo shah. I Mujaheddin del Popolo furono messi fuori legge e costretti alla clandestinità.
Maoisti e filosovietici non capirono l’enorme pericolo che rappresentava l’islamismo guidato da Khomeyni e credettero di potere cavalcare la tigre partecipando alla gestione del potere (un compromesso storico all’iraniana). La svolta reazionaria definitiva arrivò nel 1982 e li trovò completamente disarmati. I dirigenti del Tudeh e dei fedayn del popolo furono arrestati e giustiziati. Migliaia di militanti furono uccisi e decine di migliaia furono rinchiusi nelle galere.
La rivoluzione iraniana era stata sconfitta e al suo posto era stata instaura la Repubblica islamica integralista, con gli ayatollah posti come guardiani del regime capitalista e di sfruttamento. Nel nome dell’islam ogni protesta popolare sarebbe stata repressa nel sangue.
L’Occidente capitalista aveva vinto, aveva sconfitto la rivoluzione, aveva però creato il mostro. Mostro che poi dovrà combattere come in Afghanistan e in Iraq.
La rivoluzione in Iran fa paura, scompaginerebbe i giochi dei potentati imperialisti in quell’importate quadrante del Globo.
La ricomparsa dei monarchici e del figlio del deposto shah Pahlavi è un chiaro tentativo di bloccare il processo rivoluzionario e indirizzarlo verso un semplice cambio di regime. Le ingerenze imperialiste e sioniste si inseriscono perfettamente nella logica di cambio di regime e rafforzano le posizioni campiste e nazionaliste che sostengono i medioevali sanguinari ayatollah di Teheran. La logica “campista” spinge settori del movimento in una deriva antipopolare e reazionaria, nascondendo il ruolo retrivo e antipopolare che il clero sciita ha esercitato in Iran, facendo dimenticare l’elementare ABC della solidarietà internazionalista e di classe, sacrificata sull’altare di una falsa bandiera “antimperialista”.
(in Sicilia Libertaria n°466 febbraio 2026)










