Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace”, l’ultimo libro di Gianmarco Pisa (edizioni Multimage di Firenze, 2026), è basato su un progetto dei Corpi civili di pace, sviluppato in Kosovo: un’indagine sui monumenti nelle loro diverse manifestazioni e significati; un libro che con i precedenti (“Di terra e di pietra. Forme estetiche negli spazi del conflitto, dalla Jugoslavia al presente” e “Le porte dell’arte. I musei come luoghi della cultura tra educazione basata negli spazi e costruzione della pace”) completa la trilogia “Contro la guerra e per la pace”.

Segue intervista di Francesco Santoianni con l’autore.

Nel libro affronti, come tema principale della ricerca, quello dell’arte, e della cultura in generale, ai fini della pace. Ma a questo punto si potrebbe modificare l’ordine dei fattori e, non solo come provocazione, chiedersi: dunque la cultura non ha nulla a che vedere con la guerra? Siamo così sicuri che la cultura possa aprire le porte esclusivamente alla pace?

<<Non c’è dubbio che la cultura e, in particolare, l’uso e l’abuso della cultura nel discorso pubblico possano servire entrambe le finalità, costruire una “cultura di pace” nella società, il compito che ci indicano anche alcune risoluzioni delle Nazioni Unite, ma anche alimentare ideologie e propagande di guerra. Il caso della ex Jugoslavia, che rappresenta lo sfondo storico e geografico del nostro progetto, è emblematico: le propagande di guerra, alimentatesi di miti nazionali riletti in chiave etnonazionale e nazionalistica, hanno rappresentato, tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, delle formidabili narrazioni a base culturale che hanno alimentato contenuti divisivi e fattori disgregativi e hanno, a loro volta, fornito una sorta di giustificazione etnopolitica e, in ultima analisi, culturale alla guerra. Tuttavia, è vero anche l’altro versante. La cultura, in senso antropologico-culturale, prodotto della creatività umana e frutto di una dinamica di relazione, può unire le persone e veicolare messaggi positivi nello spazio pubblico. Sempre in Jugoslavia, ad esempio, sono straordinari i monumenti alla liberazione o alla fratellanza e unità tra i popoli.>>

Il libro sviluppa un excursus nel quale si mostrano alcuni possibili significati sociali dei monumenti e, chiaramente, la loro possibile trasformazione nel tempo e nello spazio. Anche in questo caso, però, occorre una controprova: siamo davvero sicuri che, al di là del loro valore memoriale o celebrativo, i monumenti “parlino” davvero alla società?

<<Per parlare effettivamente alla società, i monumenti, da un lato, devono essere “riconosciuti” dalla comunità e, dall’altro, devono essere “attivati” nello spazio pubblico. Il nesso che esprimono, tra storia e memoria, deve cioè essere dinamico: paradossalmente, i monumenti non servono tanto a ricordarci la storia, un evento storico, servono soprattutto ad alimentare la memoria, a innescare una celebrazione memoriale. E quindi i monumenti “vivono”, sono in grado di parlare alla società, quando il contenuto memoriale che esprimono è ancora sentito dalle persone e quando sono resi visibili attraverso celebrazioni pubbliche, eventi, manifestazioni, entrano cioè a fare parte della dinamica sociale e sono messi in gioco come centro di funzioni pubbliche di natura sociale, dove, ancora una volta, si svolgono relazioni tra le persone.>>

Si è detto delle trasformazioni e alterazioni dei monumenti nel tempo e nello spazio. Uno degli argomenti del libro è anche quello della “cancel culture”, che, per una certa “sinistra woke”, ha finito per rappresentare uno dei simboli delle istanze di rottura e di emancipazione. Qual è la riflessione che il libro sviluppa su questo tema, così controverso?

Dalla “damnatio memoriae” di epoca romana alle moderne pratiche di “cancel culture”, pare evidente che questo fenomeno socio-culturale e, quindi, politico, non è affatto nuovo, porta con sé una lunga durata storica e quindi non va né sottovalutato né banalizzato. La “cancel culture” ha motivazioni di natura eminentemente politica e quindi, a guardarla da vicino, è piuttosto insofferente alle semplificazioni e alle polarizzazioni. A favore o contro? Il libro prende le distanze dagli eccessi di quella che tu opportunamente definisci “sinistra woke”: se ogni istanza di rivendicazione si traducesse in una distruzione di monumenti non solo non è detto che quelle istanze acquisirebbero maggiore forza, ma si andrebbe anche incontro a una cancellazione memoriale soggetta alla temperie del momento, alle mode del presente. E poi non c’è solo la “sinistra woke”, ma anche i poteri pubblici che si esercitano diffusamente in questa pratica: il regime di Kiev, sostenuto da ideologie ultra-nazionaliste e, spesso, neo-fasciste, ha già portato alla distruzione, solo tra il 2016 e il 2017, di ben 2389 monumenti del periodo sovietico. Anche le guerre in ex Jugoslavia degli anni Novanta hanno portato con sé la distruzione di un esteso patrimonio culturale jugoslavo. Altre volte, la distruzione di un monumento corrisponde all’esigenza di sottrarre allo spazio pubblico un contenuto che si ritiene incompatibile con la democrazia: la distruzione dei simboli del nazismo in Germania corrisponde, ovviamente, a questa logica. E poi non dimentichiamo che i monumenti, proprio perché vettori della memoria prima ancora che della storia, si “trasformano” nel tempo e nello spazio. In un piccolo paese della Daunia, a Monteleone di Puglia, al Monumento ai caduti della Prima guerra mondiale è stata apposta una lapida con la scritta “La guerra è follia”. I monumenti “parlano” e, trasformandosi, dialogano dunque con il presente.