Ieri venerdì 30 gennaio, alle ore 5,00 del mattino presso l’Ospedale Ingrassia di Palermo si è spento Serafino Petta, all’età di 94 anni.

Serafino, l’ultimo testimone dei sopravvissuti alla Strage di Portella della Ginestra: partecipò alle lotte contadine e, per l’intera sua vita, riuscì a trasformare il profondo dolore in memoria storica con la precisa volontà e il continuo impegno, esteso alle giovani generazioni, per la difesa dei diritti umani e civili contro lo sfruttamento padronale e contro le collusioni politico-mafiose.

Nell’anno scolastico 2015-2016, presso la “Scuola Secondaria di 1° grado dell’Istituto Comprensivo Statale di Cinisi”, il sottoscritto, socio onorario dell’ “Associazione Peppino Impastato”, nell’ambito del progetto: “La Memoria nella Scuola e nel Territorio” (all’interno del quale i temi riguardavano la “Formazione storica di uno Stato-Nazione: dall’Unità d’Italia alla dis-unità antifascista”) realizzò un incontro degli studenti con il compagno Serafino.

Il 12 Aprile del 2016 gli alunni e le alunne lo conobbero ed egli raccontò della Strage di Portella della Ginestra, una strage di Stato perpetrata il 1° Maggio del 1947 dalla banda di Salvatore Giuliano su ordine della borghesia mafiosa. Gli alunni scrissero poi questo articolo: “Portella della Ginestra 1947-2016. Serafino Petta: un testimone racconta”.

“La visita guidata a Portella della Ginestra è stata arricchita dal racconto di un testimone dell’eccidio, il Signor Serafino Petta che, dopo avere ringraziato i presenti per essere venuti a Portella, ha parlato delle condizioni di vita dei lavoratori in quel periodo, privi di ogni diritto. Ha continuato raccontando che lui, assieme a suo padre, si era recato a Portella per festeggiare il Primo Maggio, quando cominciarono a sentirsi degli spari ad opera di alcuni uomini appostati sulla collinetta sovrastante il luogo della festa. In preda alla paura lui, che allora era un ragazzo, cominciò a correre in cerca di suo padre e continuò la fuga verso il paese.

Subito dopo l’accaduto ebbe un’eruzione cutanea che, causata dallo stress, lo afflisse per un anno intero. Poi affermò che quella esperienza vissuta lo perseguitò anche nei sogni ed il parlarne ancora oggi lo commuove molto. E poi racconta: “Faccio parte della comunità albanese, noi parliamo albanese. Ho la quinta elementare perché non c’era niente da fare anche se la volontà non mancava. Il Primo Maggio del 1947 era stato organizzato un grande festeggiamento. La strage è avvenuta in questo luogo sovrastato dalla montagna Pizzuta e, da dietro, dalla Cumeta. Ogni pietra rappresenta un morto e la stradina segnata indica la traiettoria degli spari. Sono stati prodotti due film sulla strage: Salvatore Giuliano del ’62 e Segreti di Stato… il primo racconta di più. Hanno sparato solo da una parte… io ero presente.

Una grande armonia caratterizzava quel giorno per le terre avute e per i risultati conseguiti alle elezioni di dieci giorni prima. Si aspettava l’oratore che non arrivava e, dopo poche parole del Segretario della Camera del Lavoro, Giacomo Schirò, gli spari lo… (si commuove) ed io mi sono abbracciato a Serafino Lascari, mio amico e parente… assassinato. Ci hanno colto di sorpresa, lui è morto, io sono qua. Venti metri più sotto… dalla calca: carretti, muli caduti in grande quantità che io ho saltato per salvarmi. La prima raffica ci ha colti increduli ma, alla seconda ci fu un fuggi fuggi generale. Io ed i miei tre familiari siamo rimasti integri. La banda si vedeva, cinque di loro si vedevano mentre gli altri erano nascosti. Una donna gridava con il sangue che le usciva dalla bocca.

Lo stesso giorno la mafia aveva organizzato una festa ed aveva invitato il Maresciallo dei Carabinieri. Il giorno dopo il Ministro degli Interni disse che era stata la banda di Giuliano. Era tanta la disperazione che la madre di Lascar, prima dei funerali, non fece entrare neanche il Vescovo, venuto a visitare le vittime. Dopo un mese tante persone vennero a Piana e gridavano: <Non ci fermeranno>.

Ancora oggi non sappiamo chi sono i mandanti, conosciamo solo gli esecutori. La mafia è una strada che non porta a niente. L’avvento del fascismo, nel 1940 la guerra, nel 1943 entrano gli americani e, a metà degli anni ’50 la situazione non migliora… dovevamo fare a botte per lavorare. Abbiamo vinto comunque. Vi abbiamo dato più diritti: la repubblica… la Costituzione e…” S’interruppe così il suo intervento.

(L’intero progetto fu pubblicato in un quaderno con il logo dell’Istituto Comprensivo e con il logo dell’ “Associazione Peppino Impastato di Cinisi”)

Ciao Serafino, pietra miliare della memoria. Ti saluteremo oggi, 31 gennaio, alle 15 nella chiesa di San Demetrio a Piana degli Albanesi.