Il premier canadese Mark Carney è certamente un vero statista e un leader come vorremmo averne, oggi in Europa. Ci risuona ancora nelle orecchie il suo discorso a Davos, il solo che abbia opposto ragioni al delirio di Trump e all’altalena europea fra i Capitan Fracassa e le servitù volontarie. Carney ha bollato con le parole di Vaclav Havel la finzione, diffusa in tutto l’Occidente, che l’“ordine internazionale basato sulle regole” governasse ancora le relazioni internazionali, mentre “sapevamo” che non era (più) vero. Che i più forti se ne esentavano volentieri, che le regole commerciali erano applicate in modo asimmetrico e i doppi standard abbondavano nell’applicazione del diritto internazionale. Partecipavamo al rito che sostiene il potere, senza minimamente crederci in privato: come il fruttivendolo di Havel che esponeva ogni mattina il cartello “proletari di tutto il mondo unitevi”, senza minimamente crederci. Come lui, vivevamo nella menzogna.
Onore al merito – e guai se intendessimo quel discorso come un paradossale elogio di Trump che ha squarciato il velo dell’ipocrisia, dietro al quale i potenti della terra sono tutti uguali. Chiarito questo punto, resta un interrogativo. Di più: come ogni discorso che contenga una verità – basterebbe la citazione di Havel – apre una questione che non è politica e non è storica, è sulla politica e sulla storia. E’ una questione filosofica. Nel suo discorso non si parla del diritto internazionale e nemmeno dell’Onu. Perché?
Carney parla del Rules-based order, in cui nessuno credeva più veramente. Ma il RBO non era l’Onu. Il RBO è spesso presentato come un quadro normativo in linea con il diritto internazionale, che promuove la governance democratica, i diritti umani, l’apertura economica e il multilateralismo. E di fatto ha gradualmente sostituito l’Onu negli ultimi trent’anni. Tuttavia, il RBO mancava di basi giuridiche e funzionava piuttosto come uno strumento utilizzato dagli Stati Uniti e dai loro alleati per interpretare e applicare in modo selettivo le norme internazionali in funzione dei propri interessi strategici. E infatti l’ottimo premier canadese, di una necessaria riforma dell’Onu non parla proprio.
Eppure. Si può discutere se l’autorizzazione che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 18 novembre 2025 ha dato alla costituzione del Board of Peace autorizzi effettivamente quel club privato che si è costituito a Davos, con molti monarchi, qualche autocrate, alcuni criminali internazionali, e la presidenza eterna di Donald Trump. Ad esempio Marina Castellaneta (Le Nazioni Unite degli affari senza regola, “Il manifesto”, 23 gennaio) lo nega, e con buone ragioni. Resta il fatto che la Risoluzione 2803 è talmente poco vincolante che ci si chiede: ma come è stato possibile mettere ai voti un testo come quello? Non è stato una sorta di autoinganno, che perpetua la contraddizione fra la Carta dell’Onu, col suo principio di eguale sovranità degli Stati, e il funzionamento dell’Onu, per cui alcuni Stati sono più uguali degli altri? Ma non è l’autoinganno moralmente ancora peggiore della menzogna a fini di sopravvivenza, o della semplice ipocrisia che asseconda e giustifica il potere? Se non altro, perché obnubila il soggetto stesso che si auto-inganna, fino a cancellarne l’identità morale. Non è proprio questo che sembra stia succedendo alla voce stessa dell’Onu, o alle voci che principalmente incarnano la sua identità morale?
Oso una generalizzazione, alzando lo sguardo in modo da allargare la visuale oltre le atroci contingenze di questi giorni. E’ come se dalle menti dei leader politici visibili sulla scena internazionale, perfino i migliori, fosse scomparsa del tutto l’idea di un vincolo ideale, fondato altrove che negli interessi di qualche potenza – e sia pure di quelle “medie”. Questo altrove non esiste più. Il miracolo di una politica che si sforzi di incarnare nel mondo ciò che gli sta contro, il “dovuto all’umano” (Grozio), non si produrrà più? L’Onu non aspirava a essere questo, dopo la dismisura del male? Nessun politico sogna più una riforma dell’Onu, che adegui il suo funzionamento ai suoi principi? Ai “valori” che Carney – erroneamente – chiama “nostri”, con un ossimoro che contraddice e annulla l’universalità di quei valori?
Qualcuno si ricorda il Caligola di Camus? Ebbene, rileggetelo. Quel Caligola lì, dei primi anni ’40, aveva tentato un esperimento morale. “Gli uomini piangono perché le cose non sono quelle che dovrebbero essere.” Ecco: basta cancellare del tutto, con il potere assoluto di un dio, l’altra metà del vero – il dover essere – e restano i fatti puri, la storia e le sue forze, grandi o medie. Eccolo, il progetto politico di Caligola: che il mondo “viva nella verità”. Camus aveva mostrato che questo mondo di fatti puri, senza ombra di cielo né di pianto, non era che l’inferno. Ci siamo già, nella civitas diaboli, questo mondo liberato dal suo altrove, con le voci del pianto o del cielo – le voci del diritto – zittite, o suicide?
Questo, per l’ottimo premier canadese, non sembra un problema. Non ci sono più politici che guardano altrove? “Anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare le cose con il loro nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme per i nostri interessi”. Anche Caligola voleva proprio questo. Farla finita con le finzioni e gli autoinganni. “Vivere nella verità”.










